La generazione del diluvio. Omaggio a Laudato sii (Omelia XII TO Anno B)

 

 

Il mare nel mondo biblico rappresenta le forze caotiche del cosmo e del mondo.  La creazione è come un parto, in cui queste forze sono ordinate al bene perché Dio pone ad esse un limite, con la sua Parola. Giobbe medita su questa parola creatrice di Dio che dice: “Fin qui giungerai e non oltre
e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”».

C’è tuttavia un peccato umano che rimette in disordini questi limiti, distrugge le differenze e rimette in libertà forze che divengono così anticreazionali. È il caso del diluvio biblico, frutto del peccato e della malvagità stessa dell’uomo.

Anche il tempo attuale dell’uomo, con uno sviluppo industriale e tecnologico senza precedenti ha messo in gioco fortemente la capacità dell’uomo di prevedere il suo futuro e le potenzialità della sua stessa sopravvivenza sul pianeta terra. Le risorse economiche, nonostante la potente leva finanziaria, non sono infinite, perché dipendono dagli equilibri ecologici e il disequilibrio che noi chiamiamo inquinamento non è altro che il prodotto del prevalere di interessi di parte sul bene di tutti e di ciascuno, in fondo del peccato.

Siamo la generazione del diluvio e il nostro diluvio non è soltanto caratterizzato da un clima impazzito con fenomeni sempre più violenti e concentrati nel tempo, ma è anche segnato da squilibri demografici e economici tali da spingere intere popolazioni a migrare, in cerca della propria sopravvivenza, da zone dove malnutrizione, sottosviluppo e instabilità politica rendono difficile guardare con serenità al proprio futuro e a quello dei propri figli.

La catastrofe, intesa come una profonda trasformazione della nostra società, con la creazione di nuovi equilibri, speriamo più stabili e rispettosi della dignità umana, sembra essere alle porte. Come discepoli del Signore siamo chiamati a stare con fede nella barca dove il Signore Gesù dorme. Abbiamo paura, siamo disorientati, non sappiamo come risolvere gli enormi problemi storici che le generazioni precedenti ci hanno consegnato. Serve un surplus di intelligenza, ragionevolezza, responsabilità, ma serve anche un surplus di fede, per non lasciarsi andare ad un grido scomposto: “Maestro, non ti importa che moriamo?”.

Gridiamo pure, se vogliamo, ma con fede, al nostro maestro. Esprimiamo a lui le nostre paure, gettiamole nelle sue mani, abbandoniamoci a Lui, alla potenza della sua parola, che eguaglia la Parola stessa della creazione, Colei che fin dapprincipio mette un limite al caos: “Taci, calmati”! La Parola di Dio, di questo maestro morto e risorto per noi, annuncia una forza superiore a quelle umane e a quelle cosmiche, una forza che si rivela pienamente nella debolezza della croce, la sola che potrà rivelare l’identità di colui al quale il vento e il mare obbediscono.

Ciascuno di noi, a partire dall’esercizio responsabile della sua libertà quotidiana, in famiglia e al lavoro, dallo smaltimento dei rifiuti all’acquisto di beni, fino al diritto/dovere di votare alle elezioni e al modo con cui esprime in pubblico opinioni e valutazioni, può diffondere odio, ansia, rabbia, disordine oppure ordine, accoglienza, pace. Ricordiamoci della parola del Signore, che sia di guida ad ogni discepolo di Gesù: “c’è più gioia nel dare che nel ricevere!”

Lettura popolare XII TO Anno B (Mc 4, 35-41)

 

Lettura popolare XII TO Anno B Mc 4, 35-41

 

Mc 4, 35-41

La tempesta sedata

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Al termine della sezione delle parabole nel vangelo di Marco si trova l’episodio della tempesta sedata. Gesù manifesta la volontà di passare dall’altra parte del lago, in terra straniera, e in tal modo introduce la prima di queste traversate del mare (ve ne sono altre due) in cui si mostra l’incredulità dei discepoli nei confronti di Gesù (cf. 6, 45-52; 8, 14-21). I discepoli lo prendono su quella barca che gli era servita da pulpito (cf. 4, 1-2) e assieme a loro ci sono anche altre barche. All’improvviso si scatena una tempesta nel mare con grandi onde che riempiono la barca, mentre Gesù dorme su un cuscino a poppa (v. 38). Come nei Salmi gli sventurati sorpresi da una tempesta invocano il Signore perchè li salvi da questo scatenamento di forze violente e mortali (cf. Sal 44, 24-25), chiedendo a Dio di svegliarsi, così i discepoli chiamano Gesù: “Maestro, non t’importa che moriamo?” (v. 38).  Egli si sveglia (cf. diegeiro): Marco utilizza qui il verbo della resurrezione, che indica la presenza potente di Gesù risorto contro le forze della morte, e nello stesso tempo allude al carattere misterioso di tale presenza. La parola di Gesù, un ordine rivolto al mare, simbolo del caos e della morte, rimette ordine al caos e pone un limite alla forza del mare, esattamente come Dio quando salva i suoi (Sal 107, 28-30; 65, 8) o quando crea il mondo (Sal 104, 9). Gesù riprende i suoi discepoli, perchè la loro paura -descritta con un termine che implica anche meschinità di cuore (cf. deiloi) e viene utilizzato per indicare coloro che si contrappongono per paura al discegno di Dio (cf. Sap 9, 14-15) – è da interpretare come una mancanza di fede nei confronti di Gesù. Essa infatti si sono riferiti a Gesù solo come ad una “maestro”. A differenza del paralitico e dei suoi accompagnatori (cf. Mc 2, 5) o della donna che aveva perdite di sangue (cf. Mc 5, 34) che aderiscono subito a Gesù in modo entusiastico e incondizionato, i discepoli non comprendono Gesù e hanno bisogno di camminare con lui per entrare gradualmente nel mistero della sua persona. “Chi è mai costui, al quale il vento e il mare obbediscono?”. Questa domanda, che risuona continuamente nella prima parte del Vangelo (cf. 1, 27; 2, 7; 6, 2-3; 6, 14-15), contraddistingue il cammino dei discepoli che arriveranno a comprendere Gesù sono parzialmente con la dichiarazione messianica di Pietro (8, 27-30), ma ancor più con l’annuncio della resurrezione di Gesù (cf. 16, 6-7). Il lettore è dunque invitato a credere che Gesù non è assente dalla storia degli uomini, ma è presente in essa con la forza della sua resurrezione.

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti)

Sperimento la paura, come un sentimento che blocca il mio dono agli altri? Quali paure in questo tempo?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 4, 35-41 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Di sera, alla fine della giornata in cui Gesù ha narrato le sue parabole. Il mistero significato dalle parabole viene sperimentato dai discepoli stando con Gesù. La sera e la notte è anche il tempo della presenza tenebrosa, del male e della morte.Stare con Gesù mi aiuta a vincere la paura del male e della morte?
  • Quale luogo?Ci troviamo sul mare di Galilea. Si tratta, in verità di un lago di acqua dolce, il lago di Tiberiade, ma l’evangelista lo chiama “mare” per accentuare il carattere simbolico di questa topografia. Il mare infatti rappresenta le forze del caos che si oppongono all’attività creatrice di Dio. Anche nella mia vita il mare ogni tanto scatena la sua tempesta. Sono connsapevole che anche nella mia barca, e nella barca della Chiesa, c’è Gesù?
  • Cosa fanno i discepoli? Gridano, per paura: “Maestro, non ti importa che moriamo?”.Quando ho l’impressione che Dio dorma, ne invoco la presenza?Questa invocazione è un grido di paura o una supplica di fede?
  • Cosa fa Gesù? Sgrida il vento e il mare ed essi gli obbediscono. La sua parola è onnipotente, come quella di Dio. ma è un’onnipotenza che si manifesta nel mistero. Qui si anticipa la potenza della resurrezione di Gesù. Sento la presenza del risorto nella mia vita?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare XI TO Anno B (Mc 4, 26-34)

 

Lettura popolare XI TO Anno B Mc 4, 26-34

 

Mc 4, 26-34

Le parabole di Gesù

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La liturgia offre le ultime due parabole della sezione marciana delle parabole del Regno, con la conclusione generale della sezione al v. 34.  L’inizio del racconto parabolico va ritrovato in 4, 1-2 dove viene presentato l’insegnamento di Gesù presso il mare e la presenza della folla, così ingente da costringere Gesù a imbarcarsi e sedere “sul mare”. La posizione da seduto, tipica del rabbi intento all’insegnamento, è in modo suggestivo posta dentro al mare, quasi un anticipo di quel dominio divino che egli eserciterà sulle onde e sui flutti (cf. 4, 41). Questo dettaglio suggerisce che l’insegnamento parabolico di Gesù abbia a che fare con il mistero della sua persona.

Tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione, si trova un intermezzo sul destinatario del racconto parabolico, le folle, che non comprendono il linguaggio, che comporta tuttavia, in modo paradossale, il perdono di Dio (v. 12, Is 6, 9) e la salvezza di un resto di Israele. I discepoli, a cui Gesù spiega le parabole, rappresentano il primo nucleo di questo resto, caratterizzato dalla possibilità di comprendere, nella compagnia di Gesù, il dinamismo dell’agire di Dio nascosto nel linguaggio parabolico.  Essi soli possiedono la chiave di interpretazione, che è la persona di Cristo, e proprio perché si tratta di una persona e non di un’idea, essi avranno bisogno di camminare dietro a Gesù fino al termine della sua missione terrena, nel mistero della sua morte e resurrezione, per penetrare il significato delle sue parabole. L’itinerario dei discepoli è dunque quello del lettore del Vangelo, chiamato a fare esperienza della Parola, seguendo il messia servo sofferente fino alla morte di croce.

Che il mistero della croce sia al cuore delle parabole può essere evidenziato anche a partire dalle due parabole del Regno di Dio che la liturgia offre in questa domenica del tempo ordinario (26-29; 30-32). La parabola del seme che germoglia manifesta la paradossale rivelazione di un processo che non dipende dalle azioni umane di innaffiare o concimare, ma che avviene in modo spontaneo, senza che il seminatore se ne accorga.  Si sottolinea qui il carattere misterioso, divino di questa potenza della Parola, che opera al di là delle decisioni e della volontà umana (cf. Sal 127, 2). Essa infatti fruttifica in diverse tappe finchè arriva la mietitura, che è immagine del giudizio divino (cf. Gio  4, 13).

La seconda parabola è invece centrata sul chicco di senapa, più piccolo di tutti gli altri, ma che contiene la potenza di produrre un arbusto più grande di tutte le piante dell’orto. L’immagine degli uccelli che vi nidificano riprende la tradizione allegorica dei profeti a riguardo dei grandi imperi della storia, che fanno ombra a molti regni più piccoli (cf. Ez 31). Il messia, servo sofferente che muore in croce (Is 53) è come un seme insignificante e più piccolo di tutti i poteri di questo mondo. Tuttavia la potenza della Parola che opera nella sapienza della croce è in grado di generare un Regno più grande di tutti i regni umani.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti)

Stare con Gesù e ascoltare la sua Parola. Cosa significa per me in questo periodo?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 4, 26-34 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione?

Gesù ha appena iniziato il suo ministero pubblico e grandi folle lo seguono, assieme ai discepoli che egli ha chiamato. Tuttavia egli non fa nulla per accrescere la sua pubblicità e sembra piuttosto interessato ad un insegnamento che non è di immediata comprensione. A che punto sono nel mio cammino con Gesù? Penso di averlo già ascoltato abbastanza o rimangono aspetti del suo insegnamento e della sua persona che mi interrogano e stupiscono?

  • Quale luogo?

Gesù proclama la parola seduto sul mare, mentre la folla lo ascolta dalla spiaggia. C’è una separazione tra Gesù e la folla, che non può essere colmata se non dall’azione misteriosa della Parola. Mi confronto con il mistero della Parola, che è per me la croce del Signore, capace di dominare le potenze del male e della morte (mare)?

  • Cosa fa il protagonista della prima parabola, il seminatore? L’unica azione che egli compie è quella di gettare il seme per terra. È il seme della Parola, che porta frutto senza che egli lo sappia, per una potenza intrinseca alla Parola stessa. Vivo lo slancio e il desiderio dell’evangelizzazione, gettando la Parola con fiducia, senza lasciarmi affaticare e deprimere da verifiche solo apparenti?
  • Cosa fa il granello di senapa? Esso è il più piccolo dei semi e diventa il più grande degli arbusti. Vivo l’umiltà, nella mia condizione familiare, lavorativa e pastorale, come la condizione essenziale per la maturazione di frutti spirituali nella mia vita?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

La catena dell’amore (Omelia Corpus Domini)

 

 

 

Se è l’uomo a ricordare, accade qualcosa nel suo cuore e nella sua mente. Invece se è Dio a ricordare, accade qualcosa nella storia. Nella Pasqua ebraica, che Gesù celebra nell’ultima cena, Dio ricorda la liberazione del popolo dal mare e dalla schiavitù in Egitto e in tal modo rende questa liberazione vera e attuale per chi sta la sta celebrando. Non è più una liberazione dalla schiavitù egiziana, ma dalla mentalità da schiavo, per vivere per Dio.

Su questo rito Gesù istituisce l’eucarestia, per compiere in modo definitivo questa liberazione dalla schiavitù del male e della morte e rendere l’uomo capace di vivere per Dio.

Infatti nel momento stesso in cui viene consegnato da Giuda egli stesso si consegna a lui e a tutti gli uomini nel pane e nel vino, l’eucarestia, e con questo dono d’amore sconfigge il male e la morte. Ogni volta che celebriamo l’eucarestia si realizza per noi questa liberazione, che ci rende capaci di vincere la paura del male e della morte che ci rende schiavi e di vivere liberi per Dio.

Schiavi di cosa? schiavi di obiettivi che ci siamo dati noi, ma che non rispondono alla parte più profonda di noi stessi, ma soprattutto alle attese degli altri. Schiavi dello stile di vita che abbiamo raggiunto e delle cose che rappresentano uno status simbol, per noi o per i nostri figli.

Oggi la maggiore schiavitù è quella della paura. Paura dello straniero, dell’immigrato, del terrorista, del ladro, del violentatore, del malfattore, del futuro.  La paura del futuro poi ci porta ad evadere e aggiunge un’ulteriore schiavitù, quella del gioco…che purtroppo oggi è una vera e propria dipendenza.

L’eucarestia è una scuola di libertà, che ci educa a nutrirci di lui e della sua parola e non di altre cose, che ci dà la forza di affrontare la vita da uomini adulti, responsabili e felici, perché vince ogni paura nel nostro cuore e ci spinge ad accogliere ogni cosa come dono proveniente da Dio.

Non è solo un atto di culto, è uno stile di vita spirituale, che ci aiuta a vivere la vita come dono. Proprio per questo motivo può essere vissuto anche da chi, in situazione cosiddetta irregolare, non può accedere alla comunione, ma può comunque partecipare alla celebrazione dell’eucarestia vivendo il desiderio della comunione come una grazia che santifica la sua persona proprio dentro alle  ferite, molto più che non una comunione fatta in modo superficiale.

L’eucarestia è come una catena che ci vincola al cielo, trascinandoci progressivamente verso l’alto, molto più forte della catena del peccato che ci tiene avvinti verso il basso.  Essa è infatti una catena che non limita, non schiavizza, ma anzi rende più liberi: è una catena d’amore!

 

 

 

Lettura popolare Corpo e Sangue del Signore

 

 Lettura popolare Corpo e Sangue del Signore

Mc 14, 12-16. 22-26

La Cena di Gesù

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La liturgia ritaglia per la solennità del Corpo e Sangue del Signore due distinti brani del Vangelo di Marco, la preparazione della cena pasquale (12-16) e l’istituzione dell’Eucarestia da parte di Gesù durante la cena (22-26), scene separate dall’annuncio del tradimento di Giuda (17-21).

Nonostante la liturgia preferisca concentrarsi sulle azioni riguardanti la cena, è importante tener conto dell’importanza narrativa e teologica del fatto che l’evangelista collochi l’annuncio del tradimento tra la preparazione della cena e l’istituzione dell’Eucarestia. Infatti l’orribile e inaccettabile destino che Gesù annuncia, ossia la sua consegna alle autorità da parte di un amico e un discepolo (v. 18), viene trasformato dall’atto con cui Gesù consegna se stesso nel pane e nel vino, che sono il suo corpo e il suo sangue (v. 22-23). La violenza che si scarica contro Gesù e che arriva fino al rinnegamento degli affetti e dei vincoli umani più cari viene trasformata dal dono del sangue dell’alleanza, versato per la violenza, ma fin dapprincipio donato da un amore che si estende a moltitudini di uomini (v. 24). Si tratta del compiersi del disegno divino, che Gesù realizza con sovrana autorità, quello di diventare il servo sofferente di JHWH (cf. Is 52, 13-53, 12) per riconciliare gli uomini con Dio. La stessa autorità si manifesta già nelle azioni che Gesù ordina ai discepoli per preparare la Pasqua e che vengono da loro puntualmente eseguite (v. 16) nel giorno di parasceve, in cui si immolano gli agnelli pasquali nel tempio e si prepara la celebrazione della Pasqua ebraica.  Durante la cena Pasquale, che avviene di sera (cf. v. 17) e che rimmemora la liberazione del popolo dalla schiavitù in Egitto e l’alleanza con Dio sul monte Sinai, Gesù conferisce al pane benedetto e spezzato l’inedito significato del suo stesso corpo e al calice della cena l’identificazione con il suo sangue versato. Così facendo, egli concede ai suoi discepoli di partecipare in anticipo al dono che si compirà dentro al suo destino di servo sofferente che muore in croce per gli uomini e viene resuscitato il terzo giorno.

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Cosa mi nutre ogni giorno? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 14, 12-16. 22-26. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il tempo in cui avviene l’azione?

Siamo nella parasceve, tempo di preparazione della Pasqua, in cui il popolo celebra la sua liberazione dalla schiavitù e il dono della legge da parte di JHWH. Un popolo sottomesso ai Romani, continua a credere nella presenza di Dio che li libera. Come celebrare oggi la liberazione di Dio, in un tempo di nuove schiavitù e dipendenze?

  • Quale luogo?

Ci troviamo a Gerusalemme, la città della pace, come dice il suo nome, la città che dovrà accogliere la rivelazione di Dio per tutti i popoli. Eppure in questa città Gesù sta per essere tradito e subire violenza. Come pormi nell’atteggiamento di seguire Gesù nel compiersi del suo cammino?

  • Cosa fanno i discepoli?

Gesù, con sovrana autorità da ordini ai suoi discepoli ed essi preparano la Pasqua. Cosa significa per me oggi obbedire al Signore perché egli possa compiere il suo disegno d’amore?

  • Cosa fa Gesù?

Gesù prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo da loro. Il gesto della benedizione e della condivisone del pane quotidiano diviene fondamento di un nuovo dono: “questo è il mio corpo”. Gesù porta a compimento ogni dono umano, ogni atto di comunione e di solidarietà nel dono del Suo corpo. Riesco a contemplo l’Eucarestia come vertice e fondamento di ogni progetto umano di giustizia e di solidarietà?

  • Cosa dice Gesù?

Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per le moltitudini. Vivo nell’Eucarestia il dono che Cristo ha fatto sulla croce per ogni uomo, senza eccezioni? Cosa può significare per la mia vita che l’amore di Dio rivelato in Gesù sia inclusivo, e sempre aperto ad ogni uomo?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare per Pentecoste (At 2, 1-12)

Lettura popolare Pentecoste

 

Lettura popolare per la Pentecoste (At 2, 1-12)

Nei vv. 1-4 è narrata la discesa dello Spirito. Invece dal v. 5 lo scenario cambia improvvisamente per aprirsi ad una immagine mondiale con Gerusalemme sullo sfondo. Entrano infatti in scena giudei di ogni nazione del mondo. Scompare il contesto spaziale della casa in cui erano radunati gli apostoli ed emerge un nuovo contesto simbolico che ha per sfondo Gerusalemme e in primo piano la folla immensa dei giudei.

Le due parti sono tra loro collegate grazie al riferimento del “parlare in lingue” (2, 4. 6), la folla infatti li ascolta parlare ciascuno nella sua lingua. Non si tratta di glossolalia, come la derisione di alcuni spingerebbe a pensare ( “si sono ubriacati di mosto”) ma precisamente di un parlare in modo comprensibile ad uomini di lingue diverse. Infatti Luca modifica la locuzione paolina  “parlare in lingue”, indicante l’espressione inarticolata di suoni conosciuta come glossolalia, tramite un aggettivo: “altre”. Essi non stanno, secondo Luca, semplicemente parlando in lingue, ma in “altre lingue”, ossia stavano parlando “delle grandi opere di Dio” in lingue comprensibili a ciascun uditore.

Le immagini del fragore e del vento, descritti da Luca come una “voce” (v. 6), l’immagine del fuoco possono avere come sfondo la teofania (manifestazione di Dio) sul monte Sinai (Es 19, 16-19). [1]

ll fatto che i presenti siano riuniti tutti insieme nello stesso luogo rafforza l’idea di unità e comunione della prima Chiesa, non solo esteriore, ma anche intima e spirituale. Essi infatti sono seduti, in un posizione abituale alla preghiera sinagogale. Potrebbero essere solo i dodici apostoli (cfr. 2, 14) ma più probabilmente qui si allude ai 120 che già erano riuniti nello stesso luogo, per la scelta del sostituto di Giuda (cfr. 1, 15).   Come nel battesimo di Gesù, anche qui l’evento scaturisce dal cielo come un rumore di vento impetuoso, che riempie tutta la casa. Se il vento può essere un immagine collegabile allo Spirito (cfr. Gv 20, 22) in realtà l’accento di questa descrizione cade sulla totalità, ossia sul fatto che la presenza di Dio riempie tutto di se stessa, secondo una modalità cara all’Antico Testamento (cfr. Is 6, 3). Le lingue di fuoco si dividono e cadono ciascuna su ogni persona presente. L’immagine mostra chiaramente un unico fuoco e vuole significare la capacità dello Spirito di entrare, nella sua unità e totalità in ciascun individuo singolarmente. A sua volta la metafora della fiamma come lingua di fuoco, anticipa il dono della parola, il potere di parlare in “altre” lingue. Questa pienezza  dello Spirito Santo si riversa su ognuno e lo riempie di una potenza comunicativa, in grado di trasferire la testimonianza degli apostoli in “altre lingue”. Il contenuto di questa comunicazione sono le grandi opere di Dio, ossia  il Vangelo che viene annunziato a tutti i popoli.  Quando la scena cambia di colpo,  con l’immagine dei giudei di tutti i popoli (v. 5), essa era già stata preparata dal riferimento alle lingue parlate dagli apostoli.

Chi sono questi personaggi che godono dell’annuncio evangelico? Si tratta di giudei, residenti a Gerusalemme e provenienti da tutte le nazioni del mondo. Tale presenza di giudei della diaspora a Gerusalemme è storicamente attestata ma ha anche un significato profondamente simbolico per Luca.  La salvezza viene dai giudei, e nella prima parte del libro degli atti il Vangelo è annunciato solo ad essi. Essi sono residenti a Gerusalemme, come luogo del mistero Pasquale di Cristo, da cui il Vangelo si irradia fino ai confini del mondo. Essi provengono da tutti i popoli del mondo, per indicare l’universalità dell’annuncio che parte da Gerusalemme. Ciò che qui sta accadendo, contiene in nuce tutto il libro degli Atti.

Le domande retoriche di questa folla (vv. 7-8), intendono sottolineare il carattere miracoloso di questo accadimento, per il lettore. Se dei poveri galilei, gente dalla provenienza non così illustre, acquistano il potere di parlare in tante lingue diverse e portare un annuncio di questo tipo fino ai confini del mondo, ciò non può che provenire da Dio. L’elenco delle nazioni (vv. 9-11) intende moltiplicare la meraviglia del lettore attraverso lo stupore degli astanti, per una così grande varietà di popolazioni raggiunte. Si tratta probabilmente di una lista di regioni della diaspora giudaica, a cui Luca aggiunge la specifica “giudei e proseliti” (v. 11), che indica la presenza sia dei circoncisi già appartenenti al giudaismo, sia di quei pagani che si erano avvicinati al giudaismo e avevano iniziato a frequentare il culto sinagogale. Il carattere missionario del giudaismo ellenistico di epoca romana diviene ora proprio della comunità cristiana, che utilizzando come punto di partenza le comunità giudaiche sparse lungo il mediterraneo e il medio oriente, arriverà ben presto a raggiungere tutti i confini del mondo conosciuto.

In una visione unitaria e sintetica viene riassunto tutto il progetto salvifico ed insieme ecclesiologico degli Atti degli Apostoli, ossia generare, attraverso l’annuncio apostolico, un’unica Chiesa universale in ciascuna delle Chiese che nasceranno nei diversi luoghi e culture del mondo. Come le fiamme di un unico fuoco si dividono su ciascun apostolo, senza diminuire la loro potenza e pienezza, così il messaggio di un unico vangelo si rende presente in ogni uditore, rendendo possibile la nascita dell’unica Chiesa, nelle tante Chiese fondate dalla predicazione degli Apostoli.

Suggerimenti per la preghiera personale

  1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
  2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.
  3. Chiedo al Signore di godere intensamente dei santi effetti della resurrezione, che si manifestano nel dono dello Spirito che Gesù fa anche a me nella Chiesa.
  4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano. I discepoli sono insieme nello stesso luogo, perché lo Spirito non agisce su superuomini solitari ma su uomini radunati insieme nella Chiesa.
  5. Ascolto ciò che dicono i personaggi. Lo stupore degli uditori della Parola è anche il mio. Come può la parola del Vangelo essere moltiplicata in modo tale e rimanere sempre se stessa? Considero le grandi diversità di cultura, storia, sensibilità che vi sono nella Chiesa tra le tante Chiese locali e i diversi movimenti e li immagino come la manifestazione dell’unica fiamma dello Spirito che si divide in tante “lingue”, pur rimanendo se stessa.
  6. Come gli apostoli, anch’io ricevo il dono dello Spirito per poter parlare le “lingue” dei bambini, degli anziani, degli adulti e in genere degli uomini e delle donne di oggi. La comunicazione del Vangelo avviene infatti per un contatto “cuore a cuore” che solo lo Spirito può provocare. Supplico il Signore di utilizzarmi, se e come vuole, per essere testimone ed evangelizzatore del Suo Vangelo. Prego anche per la Chiesa di Rimini, che possa vivere una sempre maggiore forza spirituale per comunicare il Vangelo agli uomini di oggi.
  7. Concludo con un Padre Nostro.

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Come vivo la comunità cristiana? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: At 2, 1-12. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • “Mentre stava compiendosi il giorno di Pentecoste.” Il compiersi non è solo un’indicazione cronologica, ma indica il compimento del disegno di Dio contenuto nelle Scritture, che avviene nel tempo. Ho fiducia che c’è un tempo opportuno, in cui i disegni di Dio per me si compiono?

 

  • “Erano tutti insieme nello stesso luogo.” È il luogo della comunità cristiana. Sono consapevole che la comunità cristiana è il luogo in cui sperimento il dono dello Spirito?
  • “Lingue come di fuoco si dividevano e si posavano su ciascuno di loro.” L’unico Spirito si trova in ciascun cristiano, con doni diversi. Apprezzo i doni spirituali che sono negli altri? Li so vedere e stimare?

 

  • “Cominciarono a parlare in altre lingue”. Ho fiducia nelle immense potenzialità comunicative dello Spirito Santo, che passa attraverso di me per annunciare il Vangelo?

 

  • “Si stupivano tutti ed erano perplessi”. Quale reazione davanti al meraviglioso agire di Dio nel cuore degli uomini?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

[1] Ad esempio secondo Filone di Alessandria questa voce e questo fuoco del Sinai sono in realtà un’unica manifestazione di un “rumore” che agita l’aria e la trasforma in un “fuoco a forma di fiamme”. Una conferma ulteriore viene dal fatto che la tradizione rabbinica ha messo in relazione anche la festa di Pentecoste con il dono della Legge (cfr. Giub 1, 1).  Dunque la Pentecoste è il tempo in cui viene sancita la nuova alleanza, con la voce di Dio e il fuoco, che sono simboli del dono dello Spirito, che compie la legge (Ez 36, 26). Non a caso infine coloro che godranno di questo fenomeno spirituale narrato da Luca sono giudei pii, ossia osservanti della legge, provenienti da ogni nazione.

Omelia Ascensione (Anno B)

Ascensione di Gesù

Il martire non è colui che soffre e si sacrifica, ma colui che testimonia il primato dell’invisibile, Dio, sul visibile, la carne e la terra. Dio è più reale di ciò che si tocca e si vede e il martire è un testimone di questo primato, sia in vita che in morte.

In vita mettendo le scelte secondo il Vangelo al di sopra dell’immediata convenienza che diventa gretto egoismo e in morte abbandonandosi al Signore, se è posto sotto il ricatto della violenza e della conversione forzata. Quante persone ancora oggi vengono uccise, perché non hanno accettato di convertirsi all’Islam e rinnegare Gesù Cristo! Sono i nuovi martiri e sul loro sangue germoglierà la Chiesa del futuro.

Da dove essi ricavano la forza di non piegarsi? Il martire è anzitutto un testimone della resurrezione di Gesù.  Egli sa che con la resurrezione il cielo è già aperto sulla sua vita e la sua umanità, cioè la sua vita, il sua corpo e le sue relazioni, attende di essere assunto con Gesù in cielo e di partecipare pienamente alla Gloria del Padre.  L’ascensione di Gesù non ci rivela nulla di più di quanto non fosse già contenuto nella resurrezione. Essa esplicita invece ciò che era già contenuto per noi nella resurrezione, ossia il fatto che la nostra vita attende di partecipare della Gloria piena del Padre in un percorso che sta iniziando già quaggiù. Anche noi siamo martiri nella misura in cui sappiamo che il cielo si è già aperto sulla nostra vita! Non ci resta che abbandonarci alla forza interiore che ci spinge ad andare avanti e gustare ogni giorno le consolazioni interiori che il Signore ci dona, perché non ci scoraggiamo nel nostro cammino.

Proprio questa fede nella resurrezione e ascensione di Gesù, invece di essere un rifugio consolatorio che ci allontana dalla vita presente, ci dà la forza di impegnarci perché il mondo migliori.

-ci dà il coraggio di investire oggi energie, pensieri, progetti per il futuro, invece di rimanere fermi e attendere una ripresa economica che sarà solo il frutto dell’impegno personale di ciascuno di noi.

-ci spinge ad aiutare con tutto il mondo i poveri migranti e di contrastare le guerre e il terrorismo internazionale

– ci impegna a creare quartieri vivibili, dove le persone si conoscano e invece di litigare tra vicini si viva nel rispetto e nell’amicizia.

– ancora ci aiuta ad affrontare le sfide dell’educazione nelle famiglie con figli adolescenti, per farli crescere secondo i valori della fede. Quanto bisogno hanno i ragazzi di oggi, che i genitori siano per loro testimoni credibili della fede!

Tutto questo bene seminato nella storia è un annuncio del Vangelo che porta frutto: noi sappiamo infatti che poiché Gesù risorto siede alla destra del padre, condividendone il dominio sulla storia, la Parola è accompagnata da segni buoni e positive, che attestano la vittoria contro il potere del male e della morte e che anticipano la nostra futura condizione di figli di Dio.

 

Articolo laVoce su Bibbia

articolo la voce su bibbia

Cari amici,

chi vuole e ha partecipato al convegno può commentare questo post a mo’ di risposta a questo articolo sul Convegno “Bibbia, traduzioni e tradizione”. Sarebbe bello offrire delle testimonianze personali da condividere e da mettere insieme in un articolo, che potremmo pubblicare su ilPonte.

Grazie

Lettura popolare per Ascensione B ( Mc 16, 15-20)

 

 

Lettura popolare Ascensione Anno B Mc 16, 15-20

Mc 16, 15-20
Il risorto “preso in alto”

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

La pericope ritagliata dalla liturgia per la domenica dell’ascensione dell’anno B presenta i versetti conclusivi del Vangelo di Marco. Si tratta del secondo quadro dell’epilogo del Vangelo (vv.15-20): nel primo quadro si trova una sintesi delle apparizioni di Gesù ai discepoli (vv.9-14); nel secondo c’è un discorso di commiato (vv.15-18), l’assunzione e intronizzazione di Gesù (v. 19) e l’esecuzione dell’invio in missione da parte dei discepoli (v. 20).
Il discorso di commiato può essere ulteriormente suddiviso in due parti: l’invio (vv. 15-16) e i segni che contraddistinguono la missione (17-18).
L’annuncio del Vangelo è al cuore dell’invio di Gesù. Si tratta per i discepoli di annunciare il Regno di Dio (cf. 1, 14-15), come già aveva fatto Gesù, solo che ora questo annuncio ha come contenuto la morte e resurrezione di Gesù e ha una destinazione universale (cf. 13, 10; 14, 9). Esso deve attraversare tutto il mondo e deve rivolgersi a «tutta la creazione» (v. 15). Tale annuncio ha dunque una valenza cosmica, ed è in grado di attraversare e trasformare l’uomo e il mondo, nella globalità dei suoi elementi, con due possibili scenari: o l’accoglienza di fede e il battesimo oppure il rifiuto e il giudizio (v. 16). Il carattere definitivo dell’annuncio evangelico dopo la morte e resurrezione di Gesù è dovuto ad una salvezza ormai non più dilazionabile. Essa si manifesta in segni miracolosi, che già avevano caratterizzato il ministero storico di Gesù, come ad esempio il cacciare i demoni (cf. 1, 34. 39) o l’imporre le mani ai malati (cf. 6, 5). Si aggiungono ulteriori segni come il parlare in altre lingue (cf. At 2, 4) o prendere in mano i serpenti, come Paolo che, morso da una vipera, ne esce guarito (At 28, 3-6). Con un linguaggio molto vicino a quello di Luca (cf. Lc 10, 19), questa finale marciana descrive il carattere cosmico dell’annuncio evangelico, che si manifesta nella forma di un dominio sulle forze di morte operanti nella creazione, grazie alla potenza della resurrezione. I segni infatti sono compiuti “nel suo nome”, ossia nel nome di Gesù risorto (v. 17).
In modo simile agli Atti questa finale descrive poi l’ascensione di Gesù (cf. At 1, 9-11) che è stato “preso verso l’alto” (v. 19). Qui viene usato un verbo di voce passiva, che sottintende l’azione di Dio. È Dio che lo ha elevato a se ed egli, messia sofferente, ora è intronizzato alla destra del Padre (cf. 14, 62), secondo le promesse dei Salmi messianici (cf. Sal 110, 1; 8, 7). Ora egli condivide l’autorità del Padre sulla storia e può aiutare la missione dei suoi discepoli (v. 20). Il frutto universale della Parola infatti è infatti assicurato dalla cooperazione di Gesù risorto, attraverso i segni che l’accompagnano.

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

1. Ricordiamo la vita. Sperimento la potenza della Parola di Dio nella mia vita? (15 minuti)

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 16, 15-20. (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

• Annunciate il Vangelo a tutta la creazione: mi sento inviato anch’io da Gesù ad una missione universale?
• Chi non crede verrà condannato: come mi pongo rispetto al carattere decisivo della testimonianza evangelica? Sono consapevole della mia responsabilità?
• Nel suo nome: i segni di vittoria contro la morte sono fatti nel nome Gesù. Credo che in questo nome è contenuta la potenza della resurrezione, che opera non magicamente, ma realmente nella mia vita?
• È stato elevato in alto: il mio rapporto con Gesù è con una persona vivente, che opera dappertutto, nella storia e nella mia vita?
• Confermando la Parola: sono convinto che la Parola di Dio è viva, perché in essa opera il risorto?

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Il migliore amico (Omelia VI Pasqua B)

 

 

Nell’infanzia e nell’adolescenza si va in cerca del migliore amico, che è prima di tutto un confidente, colui a cui si raccontano i propri segreti e dal quale si riceve tutto ciò che egli pensa, sente e vive. Del migliore amico ci si fida ciecamente… nell’adolescenza il ruolo che prima era rapprentato per lo più dalla mamma o da qualche fratello o sorella maggiore viene svolto dal “migliore amico”.

Da adulti, dopo tante delusioni, siamo ormai disincantati sull’esistenza del “migliore amico”, e ci accontentiamo di buoni amici. E tuttavia quest’esigenza di assolutezza continua ad abitare il nostro cuore: vorremmo qualcuno a cui possiamo dire tutto e dal quale possiamo ricevere tutto! Questa è l’amicizia con Dio nell’AT con alcuni uomini, che hanno avuto il coraggio di rispondere alla Parola di Dio, fino ad instaurare con lui un rapporto così.

Abramo, l’amico di Dio, che si è fidato della parola di amicizia di Dio, contro ogni realistica speranza, al punto da donare a lui il figlio della promessa. Mosè, che parlava con Dio faccia a faccia e si è fidato della sua parola al punto da realizzare l’impossibile: far uscire un intero popolo dall’Egitto,  contro l’esercito del faraone.

Da Abramo a Mosè arriviamo a noi: Gesù ha esteso l’amicizia con Dio, che non è più appannaggio di figure solitarie ma di ciascun suo discepolo: “Vi ho chiamati amici, perchè tutto quello che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Ci ha dato tutto quello che ha, il Padre e l’amore che lo lega al Padre: lo Spirito Santo. Ci ha fatto conoscere il mistero d’amore che si rivela nella sua croce, come offerta d’amicizia radicale e totale ad ogni uomo peccatore.

Dice san Giovanni: “In questo sta l’amore  non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. Ci ha donato l’amore, ci ha donato lo Spirito Santo, che realizza quella conoscenza profonda, faccia a faccia, di Dio, e ci mette dentro al NOI del Padre e del Figlio.  Il Padre e il Figlio sono un NOI: entrare in loro ci aiuta a vivere il NOI prima dell’IO, in ogni ambito umano.

-Nella famiglia, tra coniugi, tra fratelli, tra genitori e figli. Quella è la prima scuola del noi, di fronte all’egoismo, al pensare a se stessi, c’è un NOI da coltivare.

-nella parrocchia c’è un NOI da coltivare. Lo si coltiva pregando insieme il Vangelo, a aiutandoci reciprocamente a viverlo nella nostra vita. Leggere il Vangelo per imparare a conoscere Gesù, diventargli amici e vivere questa amicizia nella comunità cristiana.

– questo NOI, come amore reciproco si realizza nella misura in cui siamo capaci di vincere l’atteggiamento del giudizio e della mormorazione, di fronte alle mancanze degli altri e coltivare uno spirito di amicizia e di correzione fraterna.

-infine questo NOI dell’amore si vive nella società, nella misura in cui sappiamo vedere nella croce un dono d’amore immenso per ogni poveretto che abita su questa terra. Così nelle scelte concrete di tutti i giorni sappiamo scegliere per il bene comune, anche quando questo significa sacrificare qualche piccolo interesse personale.

 

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