La domanda tipica dell’ebreo e dell’uomo religioso è: cosa devo fare? Ricordiamo il giovane ricco: cosa devo fare per ottenere la vita eterna? Così chiedono i giudei a Gesù: cosa dobbiamo fare per fare le opere di Dio? In questa domanda è contenuto un grande rischio, una forte tentazione, di “assicurarsi” in qualche modo la via, tramite un insieme di regole da seguire. Non c’è infatti una ricetta da eseguire, un kit dell’uomo religioso da applicare, un manuale di istruzioni per l’uso. La religione non è qualcosa che può essere ridotto alla stregua degli altri prodotti da comperare e utilizzare secondo certe regole.
Per questo Gesù ribalta la domanda e dice: l’opera di Dio è credere. L’opera di Dio nella risposta che da Gesù non è più qualcosa che fa l’uomo per Dio, ma piuttosto qualcosa che fa Dio per l’uomo. Credere è un dono di Dio: “nessuno viene a me se non l’attira il Padre mio che è nei cieli.” dice Gesù in questo discorso coi Giudei. Credere è il dono che viene simbolizzato dal nutrimento del pane.
Dio, il Padre dona il Pane dal cielo, quello vero. La manna donata agli israeliti nel deserto è “man hu”, qualcosa di terrestre e celeste insieme eppure abbastanza indefinito da divenire trasparenza del donatore. Questa manna è figura di Gesù, pane del cielo, inviato del Padre, per essere piena manifestazione dell’amore del Padre. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me! Credere in questo è opera di Dio ed è ciò che ci nutre per la vita eterna.
Ma allora se fa tutto Dio, a noi cosa spetta fare? A noi spetta fidarci, aprire il cuore e andare ogni giorno a raccogliere questa manna, questo nutrimento che alimenta la nostra vita:
Esso può incarnarsi in molti aspetti:
-il vangelo del giorno, che è come una bussola che orienta le nostre riflessioni e i nostri pensieri profondi verso il Signore e la sua presenza nella nostra vita. A volte anche un breve pensiero rivolto al Signore Gesù, a Maria; può essere come una briciola che sazia in un momento la nostra fame.
-La natura che ogni giorno accoglie la mia vita, il sole che sorge e tramonta e dice una fedeltà di Dio al mondo e agli uomini, che va oltre ogni peccato e male. Anche questa è un pezzo di quel pane da raccogliere.
-un atto di carità che colgo nei miei confronti e verso un’altra persona. In un mondo attraversato da logiche individualistiche o settarie, quella carità semplice, gratuita, umile verso uno che è estraneo la sperimentiamo così poco! Eppure ha molto da insegnarci. Bisognerebbe ogni tanto trovarsi nel bisogno e avere l’umiltà di chiedere, per sperimentarla.
– ancora questo pane potrebbe essere un dialogo vero che accade in mezzo ad una giornata piena di convenevoli e formalità, una persona con cui instauro, quasi casualmente, una comunicazione umana, profonda, vera! Quanto è bello e importante che questo accada!
Tutta la giornata diventa come una dispensa in cui il pane si raccoglie e si conserva per i giorni a seguire, fino all’eucarestia domenicale, dove colgo che dietro a tutti questi doni c’è un dono ancora più fondamentale. C’è Colui che ha donato la vita per me: lui è il pane vivo e vero!
Questa è l’opera di Dio che alimenta in noi la fede nella misura in cui gli apriamo il cuore! Più ne facciamo memoria, più diventiamo anche noi una dispensa di amore e grazia e capaci di esserne nostra volta dispensatori!
Lettura popolare XVIII TO Anno B Gv 6, 24-35
Lettura popolare XVIII TO Anno B Gv 6, 24-35
Gv 6, 24-35
Il pane disceso da cielo
Il messaggio nel contesto
IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.
La folla va in ricerca di Gesù dopo il miracolo dei pani e chiede a Gesù quando è arrivato dall’altra parte del mare. Non riescono infatti a capire come sia potuto arrivare dal momento che non lo hanno visto imbarcarsi e attraversarlo. Gesù non risponde a questa domanda e cerca di spostare la curiosità della gente dall’elemento materiale (pane, spostamento) al nutrimento vero, spirituale che essi possono ricevere entrando in dialogo con lui. Li invita a “darsi da fare”, “lavorare” in vista di un cibo che rimane per la vita eterna, rispondendo alla loro aspirazione a vivere una vita felice, in piena comunione con Dio, e secondo l’osservanza della sua Legge divina. Per i Giudei infatti la Legge non è solo un comandmento formale, ma la Parola di Dio, che nutre la vita del credente e la inserisce nell’alleanza eterna con JHWH, che si è rivelato a Mosè sul monte Sinai. Gesù introduce qui la novità di un “figlio dell’uomo” che segnato come inviato “ufficiale” del Padre, ha il compito di donare questo nutrimento. Questo “figlio dell’uomo” è Gesù stesso, come Figlio incarnato, disceso dal cielo (3, 13) e destinato a risalirvi (6, 62).
La folla mostra di comprendere ciò che Gesù le dice e si sintonizza con le esigenze della legge, chi richiamano un fare, un operare le opere di Dio, ma Gesù li sorprende perchè considera le opere di Dio non come azioni fatte per lui, ma come la rivelazione che Dio stesso ha portato nella storia e a cui si accede per la fede: l’opera di Dio è credere in colui che egli ha inviato (v. 29).
La folla intuisce che la fede ha per oggetto la persona stessa di Gesù, che si presenta come inviato da Dio, e gli chiede un segno e un opera. In modo sorprendente essi non considerano più il miracolo dei pani come un segno, ma chiedono a Gesù quale segno egli compirà per accreditare il suo invio, mettendolo in rapporto con Mosè. Essi infatti citano il Salmo 78, 24 o Es 16, 15 (o ancora Es 16, 4), in cui si parla del dono della manna, e sottintendono la figura di Mosè come mediatore di questo dono (v. 31).
Gesù nella sua risposta contrappone il mediatore Mosè al vero donatore, il Padre, e il tempo passato del cammino esodale, al tempo presente dei suoi interlocutori. Infine il pane che discende dal cielo, quello vero, viene dal cielo e da la vita al mondo (32-33). Non si tratta dunque di qualcosa che è successo solo nel passato, perchè, anzi, l’evento passato diviene figura di un dono permenente, presente, rivolto agli interlocutori stessi di Gesù, i quali comprendono e al culmine del desiderio esclamano:” Signore dacci sempre questo pane” (v. 34).
A questo punto Gesù può rivelare improvvisamente l’identità di questo pane, che è lui stesso. Gesù non è solo il donatore o il mediatore di una legge o di una sapienza divina, ma è egli stesso questa legge e rivelazione, è egli stesso il pane che discende dal cielo e nutre in modo definitivo ogni uomo che crede in lui (v. 35).
Come realizzare concretamente l’incontro?
Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)
durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)
- Ricordiamo la vita. (15 minuti). La mia opera e quella di Dio, in questi giorni…
Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.
- Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6, 24-35(10 minuti)
La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.
- Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:
- Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Dopo la moltiplicazione dei pani, la folla va in cerca Gesù e lo trova, anche se si chiede come abbia fatto ad attraversare il mare.Essi sono guidati ancora da un’interesse materiale, per ciò che Gesù fa. Cosa mi guida e spinge a conoscere Gesù?
- Quale luogo? Siamo dall’altra parte del mare. Al v. 59 si chiarirà che il contesto di questo discorso è la sinagoga di Cafarnao. Non a caso il dialogo si svolge sulla legge e la Parola di Dio. Il contesto ecclesiale è per me occasione di incontro con Gesù?
- Cosa dicono i personaggi? La folla cerca di comprendere Gesù, ma egli la soprende con continue novità.
– Essa chiede come Gesù sia giunto li ed egli invita la folla a darsi da fare per un nutrimento eterno. Cosa mi nutre profondamente?
–Essa chiede che opera deve fare secondo la Legge, ed egli risponde che la vera opera la compie Dio nel loro cuore muovendoli a credere in colui che egli ha inviato. Di fronte al fare le opere, quale passo in più comporta il credere?
-Essi chiedono un segno come la manna, che lo accrediti come Mosè. ed egli risponde che questo segno è già presente come dono del Padre, disceso dal cielo. Quali segni e doni di Dio sono già presenti nella mia vita?
– Quando finalmente essi arrivano a chiedere il pane, Gesù in modo improvviso e inaspettato, si identifica con il pane stesso. La Parola di Dio, che è Gesù, è in grado di nutrirmi nel profondo?
- Quale rivelazione?Gesù non è venuto a comunicare un dottrina o una legge, ma a donare se stesso, come pane della vita, destinato a donarci la vita stessa di Dio.
Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
Che il mio cuore sia una casa di pace (Omelia XVII TO Anno B)
5 pani e due pesci per 5000 uomini sono una quantità assolutamente inadeguata. Sono il simbolo del nostro poco, della limitatezza delle nostre risorse fisiche, intellettuali, psicologiche, di fronte alla portata delle sfide che ci stanno davanti. Penso sia questioni personali di ciascuno di noi, che a sfide collettive, di tipo sociale e culturale, che emergono con i cambiamenti imposti dall’immigrazione, dalla crisi demografica, dai problemi dell’economia e dell’ambiente.
Sono cose tanto più grandi di noi! Eppure come cristiani noi sappiamo che quei cinque pani e due pesci, la limitatezza delle nostre risorse e del nostro impegno, messa nelle mani di Gesù, può sovrabbondare in un nutrimento che dà vita a tutti.
Si tratta di una magia? No! Sono sempre cinque pani e due pesci, nella loro povertà e piccolezza. I discepoli hanno dovuto accettare la loro debolezza e impossibilità di nutrire una folla così grande. Anche noi dobbiamo anzitutto accettare la realtà, la povertà delle nostre relazioni e del nostro potere, la sproporzione tra ciò che si può fare e ciò che andrebbe fatto.
Se non partiamo da questa realtà viviamo il rischio di strumentalizzare Gesù, come la folla, che non aveva visto i cinque pani e i due pesci, e dunque ha seguito Gesù solo perché l’ha sfamata. Addirittura vuole farlo re. Ma egli si nasconde, non è quel tipo di re, che risolve i problemi con la bacchetta magica. La folla vive una fede disincarnata, propria di chi fugge dalla realtà, per costruirsi rifugi illusori e compensatori. Quella di chi, per intenderci, va alla ricerca di miracoli e segni, al di qua o al di là dell’adriatico, ma la cui vita poi non cambia in nulla…quella non è vera fede!
La fede invece ci porta ad accettare la nostra vita, il nostro poco, come presupposto necessario perché il Signore lo moltiplichi misteriosamente. Dunque non è magia, è un mistero, il mistero della Parola di Dio che passa attraverso di noi, per seminare e costruire il Regno di Dio.
Qualche conseguenza:
- Come discepoli siamo chiamati non tanto a distribuire, ma a raccogliere i doni di grazia che la Parola del Signore semina. Non dobbiamo fare noi la fatica di arrivare dappertutto, ma solo sperimentare i frutti di un abbondante raccolto. Non si tratta tanto di un’abbondanza fisica, materiale: anche un solo cuore che ritrova la strada e la pace è, agli occhi di Dio, un raccolto sovrabbondante.
2.I discepoli raccolgono dodici ceste piene di pezzi avanzati. Noi sappiamo che nulla di ciò che è suscitato dalla Parola va perduto. Quando faccio una cosa non per me stesso, ma nel desiderio di farla per Dio, servendo gli altri, so per certo che, anche se apparentemente l’obiettivo non è stato raggiunto, nulla andrà perduto nel Regno di Dio.
3.Parlo soprattutto del nostro impegno per la pace, come ci esorta san Paolo: “conservate l’unità dello Spirito nel vincolo della pace.” L’unità e la pace: penso soprattutto alle famiglie, ai condomini, ai luogo di lavoro, ambiti in cui tensioni e difficoltà relazionali ci fanno faticare ogni giorno.
Non è detto che riesca sempre ad ottenere risultati visibili, ma so che la mia pazienza, l’impegno nel sopportare gli altri, la preghiera nei confronti del “nemico” otterrà almeno un primo, abbondante raccolto: la conversione del mio cuore.
Che almeno il mio cuore sia un casa di pace, ospitale e allegra. Aiutami, Signore, a scacciare i visitatori indesiderati: il risentimento, la gelosia, le paure, e ad accogliere te, che bussi alla mia porta, per nutrirmi con l’intimità del tuo amore.
Lettura popolare XVII TO Anno B Gv 6, 1-15
Lettura popolare XVII TO Anno B Gv 6, 1-15
Gv 6, 1-15
La moltiplicazione dei pani
Il messaggio nel contesto
IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.
Nei primi quattro versetti di questo racconto si situano nello spazio e nel tempo le cose che stanno per accadere. Gesù si ritira presso il Mare di Galilea, detto di Tiberiade (v. 1). La folla lo segue con entusiasmo e numerosa, perché ha visto i segni di guarigione. Non è detto che questo entusiasmo si accompagni ad una reale comprensione dell’identità di Gesù: la folla lo proclamerà profeta (v. 15) ma Gesù si ritirerà, evitando l’acclamazione regale, come a rifiutare un’interpretazione troppo miracolistica o addirittura politica della qualità profetico-messianica del suo ministero (cf. 6, 26). Egli sale sul monte, solenne ambientazione del dono della legge da parte di Dio al suo popolo (v. 3). Siamo vicini alla Pasqua, accenno cronologico e simbolico che ci porta vicino alla morte di Gesù, al suo passaggio da questo mondo al Padre (cf. 12, 1. 7; 13, 1).
Al v. 5 inizia il racconto della moltiplicazione dei pani. Diversamente dai vangeli Sinottici (cf. Mc 8, 1-10) il miracolo non nasce da una situazione di bisogno, ma dallo sguardo di Gesù che vede arrivare molta gente e così mette alla prova i suoi discepoli, chiedendo da dove prendere pani perchè le gente ne mangi (v. 6). In realtà intende donare egli stesso i pane alla gente, gratuitamente (cf. Is 55, 1), aprendo il cuore dei discepoli al vero nutrimento simboleggiato dal pane, la sua Parola (cf. 6, 68). Gesù sapeva infatti bene ciò che stava per fare (v. 6), come ci informa l’evangelista. Con cinque pani d’orzo, che richiama il miracolo del profeta Eliseo (2 Re 4, 38-42) e due pesciolini, che Gesù benedice e distribuisce egli stesso alla gente, egli si mostra non solo il regista ma anche la fonte di un nutrimento sovrabbondante, di un sovrappiù totale (12 ceste indicano totalità), che non va perduto e che pertanto simboleggia il dono di una vita incorruttibile (cf. 6, 27). Diversamente dalla manna donata attraverso Mosè, che non deve essere conservata altrimenti si corrompe (cf. Es 16, 3), il nutrimento donato da Gesù non va perduto.
La folla cercherà di impadronirsi di Gesù, dopo questo segno, ma egli non si lascia strumentalizzare, e fa ritorno sul monte, tutto solo (v. 15).
Come realizzare concretamente l’incontro?
Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)
durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)
- Ricordiamo la vita. (15 minuti). Quale fonte del mio “nutrimento interiore” in questi giorni?
Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.
- Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6, 1-15 (10 minuti)
La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.
- Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:
- Qual è il tempo in cui avviene l’azione?
Siamo in prossimità di Pasqua, il tempo in cui Gesù sarà innalzato sulla croce e donerà la sua vita al mondo. Il nucleo centrale della rivelazione di Gesù è la sua morte e resurrezione. Da esso può essere riletta tutta la sua vita e anche la nostra.
- Quale luogo?
Presso il lago di Tiberiade, sulla montagna. L’indicazione del lago di Tiberiade fa riferimento al luogo ordinario della missione di Gesù. La montagna simbolizza la rivelazione. La rivelazione avviene nella quotidianità del mio vissuto. Ne sono consapevole?
- Cosa fanno i personaggi?
-La gente segue Gesù perché fa miracoli e Gesù non rifiuta di rivelarsi alla folla, ma al contempo non si identifica mai totalmente con le loro pretese (profeta/re). Essi vogliono “afferrare” Gesù, ma lui non si lascia possedere o strumentalizzare. Di fronte ai benefici che Gesù mi dona, ho la tentazione di possedere Gesù?
-I discepoli stanno con Gesù e lui li mette alla prova. Dove comprare cibo? Come far bastare i cinque pani e i due pesci del garzone? Gesù risponde con le sue azioni, prendendo il pane, benedicendolo e distribuendolo. La condivisione che Gesù attua è il gesto che realizza il miracolo. Cosa implica questo per la mia vita?
-I discepoli raccolgono e riempiono dodici ceste di pezzi avanzati. La loro collaborazione è nel raccogliere più che nel distribuire. Cosa raccolgo dei frutti che la Parola compie nella mia vita?
- Quale trama e rivelazione?
Si passa da cinque pani e due pesci ad una quantità di nutrimento capace di sfamare una folla di cinquemila persone, e di cui rimane un sovrappiù che non va perduto. Questo dono simbolizza il dono della vita divina che Gesù sta per fare, sulla croce, il dono di una vita sovrabbondante e senza fine. Sento che l’unica fonte del mio nutrimento, sovrabbondante e senza fine, è in Lui?
Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
Lettura popolare XVI TO Anno B (Mc 6, 30-34)
Lettura popolare XVI TO Anno B Mc 6, 30-34
Mc 6, 30-34
Il cuore del pastore
Il messaggio nel contesto
IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.
Il testo ritagliato dalla liturgia per questa domenica presenta l’esordio del miracolo della moltiplicazione dei pani (vv. 30-44). I discepoli ritornano dalla missione a cui li aveva inviati Gesù e raccontano, Gesù li invita a ritirarsi per un po’ di riposo, ma la folla li segue fin nel luogo deserto dove si erano recati e Gesù, vedendo queste persone, si commuove e inizia ad insegnare (vv. 30-34). Al termine di questo insegnamento egli compirà il segno della moltiplicazione dei pani (vv. 35-44).
Dopo essere stati inviati e aver compiuto tutto ciò di cui erano stati incaricati, i discepoli, per la prima volta chiamati apostoli (=inviati) ritornano da Gesù e raccontano tutto quello che hanno fatto e insegnato. Questi due verbi, fare e insegnare, racchiudono l’intera missione dell’apostolo, che ha il compito di annunciare il Vangelo (insegnare) e di guarire i malati e scacciare i demoni (cf. 3, 13-15; 6, 12-13). Gesù stesso aveva fatto così ed essi non fanno altro che renderlo presente lì dove egli li invia (cf. 1, 39). Annuncio e azioni di misericordia, che manifestano la potenza del Vangelo e la sua vittoria contro il male, costituiscono la globalità della testimonianza cristiana e rimandano alla persona stessa di Gesù.
Certamente anche il discepolo è un uomo e vive momenti di stanchezza e fatica. Per questo motivo Gesù li invita a riposarsi un poco, in un luogo deserto, in disparte. L’espressione “in disparte” è molto importante, perché aggiunge un elemento al carattere solitario del luogo: l’intimità con Gesù. Essi quando sono stanchi, sono invitati a “stare con lui” (cf. 3, 14), aspetto che caratterizza l’identità stessa del discepolo inviato. Stare con Gesù significa affidarsi a lui, vivere una profonda familiarità e quotidianità con lui, assumendo le sue disposizioni interiori ad obbedire al progetto del Padre (1, 37-38) e i suoi stessi sentimenti verso le persone. I discepoli impareranno così la sua compassione verso il popolo che lo cerca (v. 34).
Sembra che il tentativo di Gesù che i discepoli stessero in disparte con lui sia fallito a causa della folla che lo ha preceduto lì dove aveva in mente di andare. Forse era un luogo di abituale riposo per Gesù e i suoi discepoli e la folla ormai lo aveva imparato. In ogni caso ora l’iniziativa è di Gesù e non più dei discepoli, egli vede, ha compassione e comincia ad insegnare loro. I discepoli rimangono “in disparte” con Gesù, riposandosi e vedendolo amare ed agire. Quello che le loro forze non possono realizzare, lo compie lui.
I verbi che hanno Gesù per soggetto sono da sottolineare: vedere, che indica lo sguardo vigile di Gesù e la sua attenzione rivolta alle persone; insegnare, che indica la sua propensione a indicare la strada come buon pastore. Al centro si trova il verbo più importante: avere compassione. Esso si richiama alla compassione di Dio per il suo popolo nell’AT (cf. Es 34, 6-7), un popolo che non ha guide e perciò si trova sbandato, come pecore senza pastore (cf. Ez 34, 5; Zc 13, 7). L’insegnamento di Gesù non ci viene riportato dall’evangelista Marco, quasi a sottolineare che Dio parla e guida il suo popolo attraverso la persona stessa di Gesù. Prima ancora delle sue parole è la sua persona che conta.
Come realizzare concretamente l’incontro?
Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)
durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)
- Ricordiamo la vita. (15 minuti). Avere compassione, amare con misericordia. È un sentimento che provo?
Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.
- Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 6, 30-34 (10 minuti)
La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.
- Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:
- Qual è il tempo in cui avviene l’azione? I discepoli sono tornati dalla loro missione. Mentre erano in missione Giovanni il Battista ha subito il martirio (6, 17-29). La missione sembra accompagnata dall’esempio del Battista, disponibile a dare la vita. I discepoli raccontano a Gesù quello che hanno fatto e insegnato. So vivere il mio impegno quotidiano con Gesù, mettendolo nelle sue mani?
- Quale luogo? Gesù intende ritirarsi con i suoi in un luogo deserto, in disparte. Quando sono stanco, fisicamente o psicologicamente, rispondo a questo invito di Gesù?
- Cosa accade? La folla li precede e il progetto del riposo sembra essere rimandato. Tuttavia è Gesù a prendere in mano la situazione. Quando non ho più molte risorse di fronte all’infinito moltiplicarsi dei bisogni nella missione a cui il Signore mi chiama, so affidarmi a lui?
- Cosa fa Gesù?
Egli vede, ha compassione e insegna. Entro nella compassione, nell’amore di Gesù per ogni persona, specialmente per quella più sofferente e affaticata.
Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
Il Vangelo non è una tecnica (Omelia XV TO Anno A)
Prima di inviarli Gesù ha chiamato a sé i suoi discepoli. Gesù non ha preteso che i discepoli seguissero un corso di teologia, ma solo che stessero con lui. Li ha chiamati a sé perché la loro amicizia con Lui diventasse un’esperienza reale, vitale e capace di comunicarsi per attrazione, da persona a persona.
Li ha inviati a due a due perché esprimessero non un’iniziativa individuale ma la bellezza di una comunità umana, che vive, soffre, desidera e prega. Evangelizzare non è infatti un lavoro di esperti, ma il frutto della vita e dell’azione di tutto il popolo di Dio. È opera di una comunità cristiana, che attraverso la vita degli adulti e delle famiglie, comunica la bellezza di essere cristiani nei luoghi della quotidianità, la casa, il quartiere, la scuola, il lavoro.
Gesù ha inviato i suoi discepoli a scacciare gli spiriti impuri e a predicare la conversione. L’evangelizzazione è un portare l’annuncio di Cristo, accompagnato da segni di guarigione interiore e da opere di misericordia. Non si tratta di trasmettere dottrine o insegnamenti morali, ma di comunicare l’immediatezza dell’amore di Cristo, morto e risorto per noi, che ci converte, trasformando e purificando la nostra immagine di Dio. L’evangelizzazione consiste nel comunicare l’amore del Padre, prima che con parole e concetti, con la condivisione della vita.
Lo stile dell’evangelizzatore secondo Gesù ha tre caratteristiche: semplicità, ricerca dell’altro, disponibilità a lasciarsi sorprendere dalla Parola e dalle misteriose indicazioni dello Spirito Santo.
Semplicità: Gesù non ha dato ai suoi discepoli molti mezzi umani, né economici, né politici, né culturali, né tecnici: “non portate con voi se non un bastone!” Evangelizzare infatti non è un insieme di tecniche di vendita, ma il frutto di una condivisione di vita, da parte di persone che sono disponibili a comunicare la ragione della loro felicità, anche a prezzo di essere non capite e rifiutate. C’è uno stile di semplicità e gratuità in questa condivisione, che converte l’altro, perchè testimonia una logica alternativa a quella del mondo.
Ricerca dell’altro: evangelizzare significa partire ed entrare nelle case degli altri, andarli a trovare, non aspettarli in Chiesa. Entrare in una casa infatti richiama il contatto fra persone e, soprattutto, una dimensione di intimità e di quotidianità.
Disponibilità alla Parola: evangelizzare non significa fare di più, ampliando le nostre già esagerate progettazioni pastorali. Significa invece lasciare che la potenza della Parola possa passare attraverso l’umile parola del discepolo e la sua semplice e coinvolgente testimonianza. Per noi, oggi, è un invito a tornare alla radice, a sfoltire tante strutture pastorali che ci appesantiscono e liberare risorse umane e spirituali, le sole in grado di rendere credibile fino in fondo la testimonianza cristiana.
Perché avvertiamo spesso stanchezza e sfiducia nei confronti delle iniziative pastorali? La stanchezza non è forse la spia di un appesantimento e di una mancanza di libertà cristiana, di fronte al “si è sempre fatto così”? Cosa impedisce alle nostre comunità di alleggerire un po’ di cose, per darsi il tempo di essere e di vivere?
Lettura popolare XV TO Anno B (Mc 6, 6b-13)
Lettura popolare XV TO Anno B Mc 6, 6b-13
Mc 6, 6b-13
Imparare ad evangelizzare
Il messaggio nel contesto
IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.
E’ importante leggere questo brano tenendo conto del suo contesto: Gesù ha chiamato i Dodici “perché stessero con lui” (Mc 3, 14), e finora li ha preparati al secondo momento cruciale della loro chiamata, ovvero la missione, insegnando loro che il Regno di Dio è come un seme: sa arricchire la vita se accolto con gioia, fede e perseveranza (parabola del seminatore), non è un’entità controllabile e manipolabile, ma agisce nel silenzio e a volte inspiegabilmente (parabola del seme), apparentemente insignificante, sa germogliare nel cuore dell’uomo fino ad essere “più grande di tutte le piante dell’orto” (parabola del granello di senapa).
In Mc 6, 1-6 – la pericope direttamente precedente a questa – Gesù è tornato a Nazaret e lì ha dovuto sperimentare il rifiuto, l’incomprensione, il pregiudizio (“era per loro motivo di scandalo”) e l’impotenza (“non poteva compiere nessun prodigio”, perché è la fede che suscita il miracolo, e non il contrario!): anche in questo, i discepoli vengono preparati al “no” che l’uomo può dire di fronte alla salvezza proposta dal Maestro.
Mentre sono con lui a condividere la sua missione per i villaggi (v. 6b), a questo punto Gesù chiama di nuovo i suoi discepoli, per inviarli verso le “periferie”, per predicare la conversione, scacciare i demoni, guarire i malati (v. 7. 12); ovvero, le stesse attività compiute precedentemente da lui (cfr. 1, 39). Essi diventano suo specchio e suo tramite nel mondo, con l’annuncio di una parola di salvezza e di gioia che essi per primi hanno sperimentato e vissuto. Non si tratta dunque solo di una “parola”, ma di una potenza di vita che si trasmette attraverso la parola e che rende nuovamente possibile l’azione benefica del passaggio di Cristo.
In questo discorso di invio secondo l’evangelista Marco, Gesù non si sofferma tanto su cosa i discepoli dovranno fare nella loro missione, ma sullo stile di vita che Gesù propone loro. Infatti, oltre a “predicare”, “scacciare”, “guarire”(v. 12), in un binomio fra parola e fatti, devono testimoniare in se stessi lo spirito interiore ed esteriore con cui si apprestano a compiere la missione.
I discepoli vengono inviati a due a due (v. 7). Questa espressione tecnica è da ricondurre al diritto biblico, per cui l’attendibilità di una testimonianza è resa possibile dal convergere di due persone. Tale espressione indica anche la comunità, come luogo di una testimonianza attendibile.
Inoltre Gesù vuole che i suoi discepoli siano figli liberi, non schiavi delle cose e dell’attaccamento ad esse; li invita a riconoscersi bisognosi di tutto, anche del nutrimento essenziale (il pane v. 8), e quindi implicitamente a porsi in atteggiamento di umiltà nei confronti dei loro futuri ascoltatori, nella condizione di chi ha qualcosa da dare (l’annuncio del Regno) ma anche tanto da ricevere. Essi infatti possono portare solo lo stretto necessario per camminare, il bastone, una sola tunica e i calzari.
La missione dei discepoli parte per le case, perchè i discepoli sono chiamati a condividere la vita delle persone, come già aveva fatto Gesù (cfr. 1, 29), anche affrontando il rischio di non essere accolti (v. 11). Gesù infatti non promette successi straordinari, ma educa i suoi discepoli a comprendere la missione secondo la sapienza della parabola del seme, che porta frutto quando cade nel terreno buono. Il segno dello scuotimento della polvere dai piedi è un gesto di rottura tipicamente ebreo, per il quale il giudeo che ritorna in territorio ebraico deve scuotere la terra straniera, impura.
Si tratta dunque di sottolinare come la Chiesa che nasce dall’annuncio del Vangelo, sia un popolo santo, che per testimoniare Dio deve essere distinto dal mondo al quale annuncia la rivelazione.
Come realizzare concretamente l’incontro?
Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)
durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)
- Ricordiamo la vita. (15 minuti). I dialoghi e gli incontri di oggi. Come Ho vissuto e testimoniato il Vangelo?
Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.
- Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 6, 6b-13 (10 minuti)
La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.
- Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:
- Qual è il tempo in cui avviene l’azione?
Gesù ha già iniziato la sua missione e ha già chiamato i suoi discepoli a stare con lui e condividere la sua esperienza. Ora li coinvolge al punto da inviarli a compiere ciò che lui sta facendo: predicare, guarire, scacciare i demoni. Sono consapevole che per essere inviato da Gesù devo essere chiamato da lui e stare con lui?
- Quale luogo?
Siamo lungo i villaggi di Galilea, dove Gesù sta insegnando (cf 6, 6b). Immagino Gesù insegnare e predicare di villaggio in villaggio. Mi sento partecipe di questo annuncio e di questa missione?
- Cosa dice Gesù e quale rivelazione per il missionario?
- Gesù invia i suoi discepoli a due a due, che rappresentano la comunità cristiana nel suo complesso Sento che evangelizzare non è un opera da delegare a professionisti, ma è il compito della comunità cristiana in quanto tale?
- Gesù dà potere sugli spiriti impuri. Avverto che l’invio di Gesù mi trasforma in lui, specialmente nella forza di combattere e vincere il male?
- Non prendere nient’altro che un bastone. La missione è caratterizzata da quella povertà di mezzi che ti porta a chiedere e condividere con l’altro, a cui annunci il Vangelo. La missione è condivisione, con uno stile di semplicità. In quali occasioni e momenti sento di essere evangelizzatore?
- Dovunque entriate in una casa. La missione è semplicità, gratuità e condivisione di vita. Sento di avere questo stile?
Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
Lettura popolare XIV TO Anno B (Mc 6, 1-6)
Lettura popolare XIV TO Anno B (Mc 6, 1-6)
Mc 6, 1-6
Credere in Gesù
Il messaggio nel contesto
IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.
Siamo in un momento molto importante della missione di Gesù: la sua predicazione di profeta “grande in parole ed in opere” ha da una parte la capacità di scuotere e di far interrogare chi lo ascolta suscitando un atteggiamento di stupore e meraviglia (cfr. 1, 27 – 28) mentre, dall’altro canto genera anche scandalo ed opposizione (cfr. 3, 22). Questo testo riferisce del ritorno di Gesù a Nazaret, sottolineando l’atteggiamento di rifiuto della gente della sua patria, che non vuole accettarlo e si pone in antitesi con il passo successivo di Marco in cui viene invece descritta l’apertura di Gesù verso la gente della Galilea, dimostrata tramite l’invio in missione dei suoi discepoli (Mc 6,7-13).
Dopo un probabile periodo di assenza Gesù porta il suo insegnamento tra la gente di Nzareth, entrando in sinagoga di sabato, com’era sua abitudine nella sua missione (cfr. 3, 1). Frattanto la sua fama si era diffusa ben oltre la Galilea e aveva raggiunto persino Gerusalemme (cfr. 3, 7 – 12). Per questo in molti accorrono nella sinagoga per ascoltare le parole del loro concittadino (v. 2) e restano colpiti dalle sue parole (v. 2), ponendosi una domanda importante e che non deve essere immediatamente interpretata come un rifiuto o una mancanza di fede. “Da dove gli vengono tali cose?”. Il termine “da dove” indica velatamente l’origine divina di Gesù, profeta, potente suscitato da Dio, secondo la parola del Deuteronomio: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli un profeta pari a me; a lui darete ascolto” (Dt 18, 15). Purtroppo, gli abitanti di Nazareth si bloccano davanti alla conoscenza dell’origine umana di Gesù, dei suoi paranti e familiari (v. 3), perchè essi lo conoscono troppo bene per poter lasciare aperto il mistero che avvolge la sua persona. In effetti conoscono tutto della sua carta d’identità: egli è un artigiano, figlio di Maria e i suoi parenti sono notissimi: “Non è il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” continuano a chiedersi gli ascoltatori nella sinagoga. Per i nazaretani la conoscenza delle origini umane di Gesù diviene uno scandalo, ossia un inciampo per comprendere la verità più profonda della sua persona, che si trova nella sua relazione con un’origine misteriosa: il Padre suo (v. 3). Gesù risponde quindi che un profeta non è gradito se non nella sua patria, tra i suoi parenti e nella sua casa (v. 4). Il destino di tutti i profeti, inviati da Dio a Israele, è quello di essere rigettati dal loro popolo (cfr. 12, 3-5). Infine a Nazareth Gesù non potè fare miracoli a causa della loro incredulità, di cui egli stesso si meravigliava (vv. 5-6). Infatti Gesù non può compiere miracoli, se non come segno della fede in lui, nella sua persona e nella sua parola.
Come realizzare concretamente l’incontro?
Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)
durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)
- Ricordiamo la vita.(15 minuti).
Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.
- Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 6, 1-6(10 minuti)
La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.
- Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:
- Qual èil tempo in cui avviene l’azione? Ci troviamo al cuore della missione di Gesù, perché la fama dei suoi miracoli e della sua predicazione aveva già raggiunto la sua città natale, Nazareth.
- Quale luogo? Nazareth è un piccolo e povero paesino ai tempi di Gesù, abitato da coloni ebrei in mezzo alla Galilea, territorio fortemente ellenizzato. Qui abitano la madre e i parenti di Gesù, cugini e zii. Gesù si reca di sabato in sinagoga e comincia a predicare. Nella ferialità e ordinarietà della vita di un piccolo borgo, la novità è costituita dalla parola di Gesù. Percepisco questa novità ad ogni messa domenicale, a volte un po’ ripetitiva?
- Cosa fanno i personaggi? In molti rimangono colpiti, stupiti, meravigliati dalla predicazione di Gesù. Non si aspettano questa novità da parte di Gesù, e si accorgono che è un’altra persona rispetto a quello che avevano conosciuto. Si chiedono giustamente “da dove” viene la sapienza che gli è stata data. Si tratta di una domanda necessaria, che permette di entrare nel mistero della sua persona e della sua origine. Mi pongo questa domanda?
La loro seconda domanda è invece frutto di una chiusura nella comprensione di Gesù: conoscono i suoi parenti, quindi conoscono anche lui e non si aprono alla novità. Anzi ne rimangono scandalizzati. C’è qualcosa di Gesù che mi scandalizza, perché non rientra in ciò che ritengo egli debba essere?
- Cosa fa Gesù? Gesù interpreta questo insuccesso alla luce della storia dei profeti, inviati da Dio e non riconosciuti dal loro popolo. Egli non può fare alcun miracolo, perché la gente non ha fede. Non si tratta infatti di una magia, ma di un segno per la fede.Riconosco i segni che Gesù opera nella mia vita e in quella degli altri?
- Quale rivelazione è qui contenuta? La rivelazione di Gesù non è automatica, ma richiede un’apertura, una disponibilità del cuore a lasciarsi ogni giorno stupire dalla sua persona.Che rapporto ho con Gesù?
Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
La Chiesa come lembo del mantello (Omelia XIII TO anno B)
Due donne, di età diverse ma un unico messaggio d’amore, di vita, di fecondità ritrovata.
La figlia di Giairo, capo della sinagoga, membro autorevole del popolo ebraico, era sul punto di morire, a soli dodici anni di vita. La donna che aveva perdite di sangue stava male da dodici anni. Il numero dodici accomuna queste due storie, indicando la totalità del male e della morte, che toglie vita e fecondità: la bimba muore all’età del menarca, prima di diventare fertile, la donna, a causa delle perdite di sangue, da dodici anni non può più essere fertile e generare figli.
Ad entrambe Gesù non restituisce soltanto la vita, ma anche la fecondità, cioè la capacità di donare ad altri la vita.
Come?
Si tratta, in tutti e due i casi, di un tocco. Gesù prende la mano della fanciulla ed essa si alza in piedi. La donna tocca il lembo del mantello di Gesù e viene purificata dal male. Tocco impuro per la legge, dal momento che sia una donna con flusso di sangue in atto sia il cadavere di una bambina trasferiscono l’impurità a chi li tocca, perché sono corpi la cui vita sta scivolando via o è uscita. Eppure qui accade il contrario: non solo l’impurità non si trasferisce a Gesù, ma una potenza passa da Gesù ai corpi che lo toccano. La potenza di una resurrezione anticipata, che cancella ogni traccia dell’impurità legata alla morte.
Toccare Gesù, o almeno il suo lembo del mantello, è frutto di una fede che non si accontenta di ragionamenti ma che entra in relazione con Gesù, col misterioso fascino della sua persona, con l’energia divina dello Spirito che scaturisce dal meraviglioso contatto con Lui. Non è uno spirito cosmico, impersonale, naturale a guarire le donne, ma è Gesù, la sua umanità già glorificata dal Padre nell’unico amore. Nella sua umanità egli è lo Sposo che dona la vita alla sua sposa, l’umanità rappresentata dalla donna e dalla bambina. Egli ridona fecondità a colei che avevo perso ormai la speranza di generare vita.
Qual è il nostro lembo del mantello? Le persone che hanno incontrato Gesù e lo testimoniano con un amore sincero e un impegno disinteressato a favore dei piccoli e dei poveri sono il lembo del mantello di Gesù, oggi per il nostro mondo. L’estate è tempo di uscite, campeggi, gite, grest con bambini e adolescenti: perché queste occasioni diventino il lembo del mantello di un incontro con Gesù, è necessario che siano espressione di una Chiesa che vive come famiglia, di un amore che rende testimonianza agli adulti della potenza vivificante di Gesù
Non una ONLUS che organizza attività a sfondo sociale per i più piccoli, ma una famiglia, anche piccola, a volte non così perfettamente organizzata, ma capace di testimoniare l’amore con l’accoglienza, la sensibilità, il tatto nell’accompagnare bambini e famiglie dentro ai percorsi a volte difficili e tortuosi della loro vita.
Lettura popolare XIII TO Anno B (Mc 5, 21-43)
Lettura popolare XIII TO Anno B Mc 5, 21-43
Mc 5, 21-43
guarire il cuore
Il messaggio nel contesto
IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.
La particolarità di questo racconto è l’intreccio di due storie, quella della figlia di un capo della sinagoga di nome Giairo e quella della donna affetta da emorragie. Apparentemente i due miracoli non hanno motivo per essere legati, se non per l’esatta sequenza dei fatti.
Ma ci sono delle analogie più profonde: in entrambi beneficiaria dell’azione salvifica di Dio è una figura femminile: la prima è una donna considerata impura a causa di un’emorragia che le durava da 12 anni. L’altra è una bambina di 12 anni malata molto gravemente. Inoltre sia Giairo che l’emorroissa si gettano ai piedi di Gesù, segno di adorazione ed espressione di fede. Nel caso della donna è Gesù che lo sottolinea.“La tua fede ti ha salvata!”, mentre per il capo della sinagoga, non c’è una dichiarazione esplicita del Signore, ma c’è la convinta decisione dell’uomo di andare con Lui, senza parlare, affidandosi e fidandosi di Lui :“… affinché sia salvata e viva”.
Marco ci da in questo modo la chiave di lettura di ogni miracolo compiuto da Gesù, che porta non solo una guarigione fisica, ma una salvezza radicale dell’uomo, un anticipo della vita eterna.
Un’ulteriore analogia è che in entrambi i miracoli si assiste ad un tocco. Gesù prende per mano la bambina e l’emorroissa tocca Gesù. Da notare che si tratta di persone impure per la legge di Mosè (per perdite di sangue o per morte) e che quindi dovrebbero estendere l’impurità anche a Gesù. Invece proprio dal tocco scaturisce la salvezza ed emerge la pienezza dell’incontro personale col Signore e dell’adesione di fede. Il “gesto proibito” dell’emorroissa esprime sicuramente una disperata volontà di guarire ma anche una fede assoluta in Gesù, ben più forte d’ogni timore. Grazie alla sua fede ella è risanata, e chiamata “figlia”, reintegrata cioè nella comunità dei salvati. La sua, infatti, è una fede già implicitamente “pasquale”, nella potenza della resurrezione.
La guarigione fisica che Gesù compie è dunque segno di una ben più radicale guarigione, quella del cuore, che è risanato e rigenerato dalla fede nella resurrezione.
Anche nel secondo miracolo l’evangelista ci fa intuire la dimensione pasquale dei miracoli di Gesù. Innanzitutto Gesù sceglie come testimoni i tre discepoli che lo accompagneranno sul monte della Trasfigurazione e nella notte dell’agonia nel Getsemani, ossia Pietro, Giacomo e Giovanni. Poi Gesù le prende la mano della bambina e dice: “Talitha kum”. E’ un ordine perentorio, che viene tradotto dal narratore col verbo della “resurrezione”: alzati, risorgi! Come il profeta Elia, Gesù compie miracoli di ritorno alla vita (cfr. 1 Re 17, 17 – 24). Più di Elia, è Gesù stesso, con la potenza della sua parola, a compiere il miracolo. Egli è più che un profeta, è Dio, lo sposo che restituisce ad Israele la sua fecondità. Le due donne, infatti, ora hanno la possibilità di generare figli, l’emorroissa perchè guarita, dopo una malattia durata 12 anni, la fanciulla perchè ritornata in vita, all’età del menarca (12 anni).
Lo stupore dei presenti è un misto di meraviglia e di panico che prende ogni uomo quando si trova davanti alla presenza di Dio.
Come realizzare concretamente l’incontro?
Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)
durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)
Ricordiamo la vita. (15 minuti).
Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.
- Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 5, 21-43 (10 minuti)
La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.
- Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:
- Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Le due azioni miracolose di Gesù avvengono una dentro l’altra, perchè mentre Gesù si reca a guarire la figlia di Giairo avviene l’incontro con la donna che aveva perdite di sangue. Si tratta dunque di un’unica azione, con un unico significato da comprendere.
- Quale luogo? Gesù era ancora con la folla lungo il mare, quando Giairo lo chiama. Il dominio di Gesù sul mare che rappresenta la morte, verrà esplicitato da queste guarigioni di due donne, a cui viene restituita la capacità di generare. Quali sentimenti e atteggiamenti di fronte al mistero della morte e alla persona di Gesù?
- Cosa fanno i personaggi? Sono da sottolineare i verbi che esprimono l’azione di Giairo e della donna: gettarsi ai piedi, supplicare, toccare il mantello. Essi indicano una fede incondizionata nei confronti di Gesù. I discepoli invece si pongono in una prospettiva umana e raziocinante, quando interloquiscono con Gesù, quasi scandalizzati:”hai tanta gente intorno e chiedi chi ti ha toccato?”. Come loro anche la gente che si trova in casa della bambina morta non è nella giusta prospettiva per conoscere Gesù, ma lo deride. Da che parte mi pongo e con chi mi identifico in questi racconti. Quale atteggiamento prevalente nella mia vita?
- Cosa fa Gesù? Gesù tocca bimba per le mani. Viene toccato nel mantello dalla donna. Incoraggia Giairo:”non temere abbi soltanto fede”. Riconosce la fede della donna: “Figlia, la tua fede ti ha salvato”. Egli mostra come la potenza sche scaturisce dai suoi gesti e parole ha a che fare con la fede dei suoi interlocutori nella sua persona. Qual è il mio contatto con Gesù? Si basa sulla fede?
- Quale rivelazione è qui contenuta? Gesù rivela il Dio sposo dell’umanità, che le restituisce la fecondità perduta. Il dono della resurrezione è misteriosamente indicato nei due miracoli, per la presenza dei tre discepoli che hannocondiviso la trasfigurazione di Gesù, e per la reticenza di Gesù di fronte alla gente: “La fanciulla non è morta, ma dorme”. In questo modo Gesù indica che il significato di questo miracolo si potrà comprendere solo alla luce della sua resurrezione. Avverto il dono della resurrezione come una realtà già presente nella mia vita, che dona fecondità ai miei giorni?
Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
