Gli effetti della resurrezione (Omelia di Pasqua)

 

OMELIA DEL GIORNO DI PASQUA

Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato ci fa capire come per i discepoli il passaggio della morte e resurrezione di Gesù sia stato qualcosa di sconvolgente e assolutamente imprevisto. Si è trattato per loro di una vera e propria riscoperta di Gesù e di un modo totalmente nuovo e inaspettato di vivere e concepire il rapporto con lui.

Sapevano già tante cose su Gesù, c’erano vissuti insieme diverso tempo…eppure hanno dovuto capire che l’essenziale era finora sfuggito alla loro comprensione: la resurrezione, la gloria, la gioia divina della sua umanità crocifissa dagli uomini ed esaltata dal Padre. Non avrebbero mai potuto intuire o immaginare una simile realtà!!

Solo dal momento in cui i discepoli hanno vissuto e sperimentato questo nuovo rapporto con Gesù, sono stati in grado di annunciare il Vangelo come Pietro nella prima lettura.

“Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.  E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.”

La vita di Gesù, i suoi miracoli e i suoi discorsi erano noti a tutti, anche a coloro a cui Pietro stava parlando, che erano dei pagani. La novità dell’annuncio di Pietro sta nel fatto che questo Gesù morto in croce è risorto e si è manifestato ai discepoli! Egli invita i suoi ascoltatori a fare lo stesso passaggio che ha compiuto lui, da una conoscenza esteriore, storica di Gesù ad una conoscenza personale, intima del mistero della sua resurrezione.

Il suo invito è rivolto anche a ciascuno di noi: Gesù morto e risorto per me, per la mia vita; gli effetti di questa resurrezione sono già visibili, se solo non ho paura di sperimentarli.

Sono effetti di amore, di pace, di serenità, che attraversano il mio vissuto, proprio dentro i momenti di fatica e di difficoltà.  È una realtà semplice, concreta ed accessibile ad ogni uomo, ma specialmente ai più piccoli e umili. Il miglior modo per commentarla è ascoltarne l’esperienza da parte di chi la sta già vivendo:

Testimonianza di Luigi

Ho avuto tanto dalla vita, e anche delle belle batoste. Sono felice di aver potuto esaudire tanti miei desideri, ma non ho potuto sottrarmi a quello che il destino mi ha riservato. Forse, per questi motivi, non sono mai stato un cattolico esemplare. Da quando mi sono ammalato di SLA, una patologia che non fa sconti a nessuno, ho iniziato un andamento alterno di vita, che mi ha condotto dalla rassegnazione e la voglia di abbandonarmi precocemente al destino, a una sorta di rinascita interiore ed a una consapevolezza di valori che mi hanno fatto amare nuovamente la vita e con maggior vigore.

Il mio amico Piero mi ha letto dei versetti della Bibbia che mi hanno aiutato molto nel comprendere le cose più importanti che la quotidianità ci fa tralasciare. La velocità e lo stress della nostra vita quotidiana, piena di banalità, di consumismo e di luoghi comuni, ci distoglie dal vero scopo della nostra vita. Anche la sofferenza mi ha aiutato a capire quanto valore abbia la vita, se trovassimo il tempo di pensare quale dono per noi sia la vita.

Non è mio intento erigermi a maestro di vita o pretendere di insegnare come si deve vivere. Dico semplicemente che la vita andrebbe rispettata con maggiore consapevolezza di quello che ci siamo abituati a fare.

Oggi mi sento più appagato nella vita di quando ero sano e mi sento anche migliore, perché so capire quanto valgano le persone che si muovono intorno a me. I miei familiari, gli amici veri e le persone che si prendono cura di  me nella struttura in cui mi trovo, sanno donarmi un amore che pochi sanno apprezzare pienamente, eppure lo fanno con una naturalezza commovente.

Certo, non sto affermando che mi faccia piacere avere la SLA, sto dicendo che la vita è capace di insegnare sempre qualcosa e che va rispettata anche quando le cose vanno male. La preghiera ci è d’aiuto sempre e dedicarle qualche minuto al giorno ci permette pure, di fare qualche riflessione sulla nostra esistenza.

La vita ci è stata donata con un atto d’amore, dobbiamo quindi amarla e rispettarla, anche quella degli altri!

 

il Vangelo non è una cronaca (Omelia Palme)

 

In questi giorni ho letto i quotidiani, con le loro cronache di vicende tanto spesso drammatiche, e ho provato un senso di angoscia, la paura di non trovare una via di uscita, il desiderio segreto di scappare e scordare tutto. Poi ho cercato di meditare il racconto della passione secondo Marco, per prepararmi interiormente alla celebrazione della Palme e di fronte alla medesima drammaticità di eventi di ingiustizia, violenza e morte, ho invece provato consolazione e intima speranza.

Perché la lettura ha dato esiti interiori così differenti?  Nel primo caso la cronaca giornalistica coinvolge spesso (ma non è il migliore esempio di giornalismo!) dentro al dettaglio crudo, morboso, perché vuole suscitare una curiosità irrefrenabile di continuare a leggere; nei Vangeli invece non abbiamo a che fare con una semplice cronaca dei fatti, ma con una lettura di quanto accaduto a Gesù alla luce della gloria della resurrezione, che era esattamente il punto di vista degli evangelisti che ce l’hanno narrata. Non dunque una pagina di cronaca giudiziaria o di cronaca nera, che spesso non lascia alcuna speranza, ma un ingresso nei misteri della passione di Gesù, dove il dolore è interpretato alla luce di una gloria, di una vittoria già presente, già reale.

Ecco perché allora, quando si segue Gesù nella passione e nell’ingresso regale messianico a Gerusalemme, si vive certamente il suo dolore e la sua pena, ma esse sono in qualche modo già consolate, e noi ci uniamo all’acclamazione regale di Gerusalemme: “Osanna al figlio di Davide”, ben sapendo che è una profezia reale, anche se dovrà passare per il paradosso della croce. Noi viviamo già il mistero della gloria e della resurrezione dentro lo strazio della passione di Gesù.

Sgomento, paura, preoccupazione, dolore sono sentimenti autenticamente umani e li viviamo spesso a contatto con le notizie di tutti i giorni. Ma se davvero li vivessimo dentro alla via crucis, dentro ai misteri della passione e morte di Gesù, riceveremmo il dono da un lato di viverli ancora più profondamente, e dall’altro di percepire che tali sentimenti non sono l’ultima parola. Anzi proprio attraversandoli fino in fondo in Gesù si giunge a comprendere una più radicale speranza.

Questa è la speranza cristiana! Esercitiamola nel contemplare ciò che accade nel mondo, ma anche dentro alla nostra vita, quando la fatica e la paura di fronte a passaggi difficili sembrano prevalere. Aiutiamoci e sorreggiamoci a vicenda nel vivere la speranza cristiana, che nasce da una vittoria già ottenuta da Gesù sul male e sulla morte. Gesù non è come budda che compatisce dall’alto della sua olimpica serenità, Gesù compatisce, soffre insieme con noi e, per la potenza dell’amore di Dio, ha già trasformato questo dolore in una fonte inesauribile di grazia.

 

 

 

Meditazione per Settimana Santa – Cristo roccia spirituale

 

 

Cristo roccia spirituale – foglio per partecipanti

Cristo roccia spirituale – meditazione

CRISTO COME ROCCIA SPIRITUALE – 1 COR 10

-Breve introduzione esegetica

  • Paolo si rivolge ai «forti», nella fede (che hanno la conoscenza). Con ironia dice: non voglio che “ignoriate”!!

 

  • L’importanza dell’esempio “NEGATIVO” dei Padri

 

  1. 1 – 2: sotto la nube richiama Es 13, 21 – 22; 14, 19; Sal 78, 14; 105, 39; Sap 10, 17. La nube nell’interpretazione giudaica indica la presenza di Dio. Il mare richiama Es 14.
  2. 3 – 4 in questi versetti si ricorda il cammino nel deserto, con il dono della manna e dell’acqua, cibo spirituale e bevanda spirituale (Es 16, 1-36; 17, 1-7; Nm 20, 1-13; Sal 78, 25; Sap 16, 20).

Ma cosa intende Paolo più nel dettaglio con questa epithymìa kakòn?

IDOLATRIA: Episodio del vitello d’oro. Es 32, 1. 6

IMPURITÀ: le mogli pagane (collegamento con idolatria). Nm 25, 1-3

PROTESTA: episodio della roccia percossa da Mosè. Es 17, 2-7

MORMORAZIONE: episodi della manna. Es 16, 2-12

 

  • Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi (vs coscienza lassista)

 

  • Infatti Dio è fedele (degno di fede) e ci da la via d’uscita (ekbasis: via di fuga) per poterla sopportare = non abbandonarci nella tentazione! (vs scrupolo)

 

-Suggerimenti di preghiera

  1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
  2. Leggo con attenzione il brano di Paolo 1 Cor 10, 1-13 e riprendo alcuni passi paralleli che mi sono stati proposti.
  3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di Gesù, roccia spirituale che mi disseta nel deserto, per amarlo e seguirlo sempre più.
  4. Vedo Gesù che va alla passione per i miei peccati, di cui provo dolore e confusione.
  5. Considero come la divinità di Gesù si nasconda nella sua morte: contemplo l’acqua che scaturisce dal suo costato e nel dialogo con lui chiedo che me ne faccia dono, per trovare la via d’uscita alla tentazione.
  6. Concludo con un Padre Nostro.

 

Chi dialoga è più forte di chi abbaia

 

Una volta, entrando a casa di una persona che veniva dal Brasile, per benedire, ho trovato un serpente enorme, un pitone, in una grande teca di vetro. In alcune culture ancora oggi, il serpente è un animale importante, sacro, come nella antiche mitologie. Anche nella Bibbia troviamo qualche traccia di questo antichissimo culto, che Israele aveva preso dall’Egitto.

Dice infatti Gesù: “Come il serpente è stato innalzato nel deserto, così sarà innalzato il figlio dell’uomo”. Qui Gesù  fa riferimento al racconto degli israeliti che hanno mormorato contro Dio nel deserto e venivano uccisi dai serpentelli. Mosè per ordine di Dio ha innalzato un serpente di bronzo con un bastone: guardandolo gli israeliti venivano guariti. Così Gesù nel Vangelo di Giovanni ci dice che lui è innalzato sulla croce, per guarire chiunque lo guardi e creda in lui.

Ma Gesù è più del serpente di bronzo, perché la sua offerta di guarigione non è rivolta solo al popolo di Israele ma a tutti gli uomini. La croce è infatti descritta come un innalzamento: Gesù, il figlio dell’uomo viene elevato verso il Padre, per attirare a se tutti gli uomini, di ogni cultura, razza e religione.  Essa è il frutto di un amore, l’amore del Padre, che ci da tutto quello che ha, suo Figlio, senza risparmiarlo, per vincere la morte con la vita.  Dio, il Padre, non è uno che giudica senza pietà il peccato degli uomini e li punisce! Dio invece ama fino a consegnare tutto se stesso!

Certo rimane la libertà dell’uomo di rifiutare questa offerta d’amore: ecco allora il giudizio! Non si tratta di una punizione di Dio, ma del fatto stesso che l’uomo, rifiutando il dono di Dio, si autocondanna a stare lontano da lui. Certo questa visione di Dio come un padre che ama e non giudica e che offre il suo amore a tutti gli uomini, senza distinzione, ci chiede di imparare una spiritualità della misericordia. Tra l’altro il papa ha indetto l’altro ieri un giubileo straordinario della misericordia, forse perché siamo così lontani dal vivere questa prospettiva, che è insieme umana ed ecclesiale.

Vorrei qui offrire cinque pilastri di questa spiritualità:

  1. Giudicare il peccato e le tenebre, ma non il peccatore. Il peccatore è sempre un uomo che può cambiare e convertirsi e che non va mai rinchiuso nei suoi errori. Il cristiano sa anche evitare il gusto del morboso e la curiosità eccessiva nei confronti delle notizie di cronaca nera.
  2. Mettersi nei panni degli altri, comprenderli. Che non vuol dire giustificarli, quando sbagliano, ma correggerli con amore e saper cogliere il bene nell’altro e valorizzarlo. Non spegnere mai il lucignolo fumigante con i propri giudizi!
  3. Evitare i pregiudizi, personali, razziali e religiosi (vedi immigrati e musulmani). Senza essere ingenui a riguardo dele diversità culturali e religiose, dobbiamo conoscerle prima di giudicarle. E soprattutto non odiare o aver paura delle persone solo perché sono di un’altra cultura o perché vengono come clandestini…spinti dai loro bisogni.
  4. Non accodarsi ai giudizi superficilai e qualunquisti: es “tutti i politici sono ladri”. Quando ci sono delle inchieste in corso della magistratutra bisogna aspettare che si faccia luce sui reati veri e propri ed evitare giudizi disinformati che mettono nell stesso calderone persone che non hanno responsabilità alcuna.
  5. Verificare le fonti di informazione e il loro interesse che noi pensiamo in un certo modo.

 

Una spiritualità della misericordia richiede intelligenza e forza! Si tratta di forma di carità che annuncia un Dio capace di amare, che non esclude né giudica, ma che sa mettersi in dialogo e recuperare ogni volta le relazioni, facendo crescere l’amore intorno a se! Chi dialoga è più forte di chi abbaia!

 

Preghiamo che la nostra comunità sappia diffondere la luce della misericordia intorno a se, educando i ragazzi e i giovani a questa spiritualità del dialogo e dell’amore!

La donna e l’immigrato nella casa del mercato

Il III e IV comandamento, quelli relativi al riposo in giorno di sabato e all’onore dei genitori sono collegati. Sapete da cosa? Dal fatto che in entrambi si parla di genitori e figli. Nel terzo comandamento l’uomo, visto come padre di famiglia deve riposare lui e far riposare i suoi figli (e anche gli animali domestici!), nel quarto comandamento l’uomo visto come figlio, deve rendere onore al padre e alla madre.

Nel primo caso il padre deve rispettare i figli perchè la vita che ha trasmesso loro è un dono di Dio, fa parte delle opere della creazione (crescete e moltiplicatevi) e quindi richiede il riposo sabbatico, esattamente come ha fatto Dio. Nel secondo caso analogamente l’uomo deve rispettare i genitori perchè la vita che ha ricevuto da loro è un dono di Dio. Quindi questi due comandamenti sono un potente richiamo a riconoscere il dono della vita, che si trasmette di generazione in generazione.

Se non si rispetta l’uno è difficile mantenere l’altro, perchè quando non ci si riposa e non si vive la bellezza delle relazioni nella propria famiglia nel giorno domenicale, è impossibile onorare gli anziani. La nostra società, che non si riposa perchè ha l’idolo della velocità e del tutto subito, ha perso l’onore dovuto al genitore anziano.

Essa non riconosce il dono della vita, e da casa del padre, dove si vive da amici e fratelli, è diventata casa di mercato, come il tempio di Gerusalemme, perchè tutto si vende e si compra, perfino le persone.

In questa casa si fa mercato del corpo, con la prostituzione, (già inserita nel calcolo del PIL, come forma di ricchezza!). Poi la si vuole tollerare in alcuni luoghi, senza pensare al grande favore che si farà al traffico criminale di persone, in gran parte immigrate.

In questa casa si fa mercato degli immigrati. Tra le categorie protette dalla Bibbia, nel quarto comandamento sul riposo, c’è lo straniero, perchè egli fa parte della casa, è all’interno della famiglia. Noi invece ne abbiamo paura! L’Isis è si alimenta di questa nostra paura  e insieme di questa logica di mercato, che tale organizzazione religiosa ribalta con l’idolo di una società religiosa perfetta.

Quale casa vogliamo edificare noi cristiani?

Gesù ci chiama a sperimentare la casa del Padre, che è il suo corpo, abbattuto e risollevato, tempio dello spirito santo. La Chiesa può davver essere una casa e una famiglia per mezzo della potenza della resurrezione. Non a caso l’intuizione della casa famiglia di don Oreste è di natura ecclesiale: la parrocchia, come comunità cristiana, nasce da tante piccole comunità dove si prega e ci si aiuta, si portano i pesi gli uni degli altri, si sperimenta la forza della resurrezione. Ogni zona, ogni quartiere, ogni via dovrebbe avere gruppi di cristiani che vivono così.

Perchè non vedersi insieme ogni tanto, per fare due chiacchere, a televisione spenta, con i vicini di casa? Perchè non proporre anche qualche momento di preghiera, molto semplice, per mettere davanti a Dio la vita delle nostre famiglie? Perchè non interessarsi dei vicini di casa, che vivono spesso probelmi legati a malattia, solitudine, figli, mancanza di lavoro…anche del nostro prossimo lontano, come l’immigrato.

In una delle nostre vie, vive una famiglia musulmana e i rapporti umani con la gente intorno sono profondi e sereni. Si parla dei figli e ci si confronta sulle proprie tradizioni, religiose e culturali. Al punto che questa giovane donna è venuta in parrocchia per onorare un defunto vicino di casa. Pur non entrando in Chiesa ha seguito la processione e ha pregato per lui.

Questa Chiesa forte, lieta e accogliente per tutti, noi vogliamo edificare, a San Lorenzo e in tutto il mondo!

Abramo mette alla prova Dio

 

 

 

La luce della trasfigurazione è descritta da Marco come un candore ineguagliabile umanamente. Può essere non solo il frutto di un’energia divina, simbolo della resurrezione, ma anche l’espressione della gloria del Figlio, che riceve l’amore dal Padre e si offre a Lui per portare a compimento il Suo disegno di salvezza.

La trasfigurazione dona l’energia dell’offerta di se al Figlio fatto uomo, la forza di proseguire nel suo cammino verso Gerusalemme, per offrirsi totalmente al progetto di Dio, che si compirà sulla croce.

Questa luce risplende anche nella nostra vita, ogni giorno, per aiutarci ad offrire ogni cosa a Dio, quando siamo nella gioia e quando siamo nella prova. Certo è facile offrire qualcosa o qualcuno che ti è caro quando ce l’hai, più difficile è farlo se c’è il rischio che ti venga portato via. Un’amicizia viene meno, una persona cara ti delude e si mostra improvvisamente diversa, qualcuno di molto vicino viene a mancare…sono tutte situazioni di lutto difficili da elaborare.

Come si fa a fare l’offerta in questo caso? Non è forse più normale ribellarsi e subire gli eventi?

Dobbiamo allora seguire l’itinerario di Abramo, il quale aveva ricevuto la promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo, ma per ora aveva soltanto un figlio Isacco, in tarda età.  Ed ecco, per giunta, il Signore glielo chiede in sacrificio!!

È forse cattivo questo Dio che sembra divertirsi alle spalle del suo servo Abramo, mettendolo alla prova? L’unica strada che Abramo ha saputo percorrere a questo punto è stata mettere a sua volta a prova la fedeltà di Dio, obbedendo alla sua Parola. Dio gli chiede in sacrificio il figlio della promessa? Abramo va sul monte Moria a dare in sacrificio il suo unigenito Figlio, per mettere alla prova Dio. Egli sa con certezza incrollabile che Dio è il Dio della vita e non il Dio della morte, e proprio per questo lo mette alla prova, perché l’Altissimo si riveli tale!! Il Dio che ama, che crea, dà la vita e la trasmette di generazione in generazione, fino al compimento dei tempi. Egli fa questa offerta, con tutto se stesso, con umana sofferenza e timore e trepidazione nei confronti del suo figlio, che chiama con struggente tenerezza “Figlio mio”. E Dio, col sacrificio del capro, si conferma sul monte come il Dio che mantiene la sua promessa.

Ecco allora di fronte ad ogni prova, ad ogni perdita che può accadere nella nostra vita, facciamo come Abramo! Non subire qualcosa che non vogliamo, ma trasformare l’accettazione passiva di ciò che ci accade in un atto di suprema libertà, di offerta al Signore, mettendolo alla prova, perché si riveli come il Dio della vita! Buono, misericordioso, amante dell’uomo!!

Così ha fatto anche Gesù al momento della sua morte: lì ha trasformato la morte in un dono e ha rivelato Dio come un Padre, che ci ama al punto da non risparmiare il proprio Figlio e da consegnarlo a ciascuno di noi.

 

 

Lettura popolare VI TO Anno B (Mc 1, 40-45)

 

Lettura popolare VI TO Anno B Mc 1, 40-45

Mc 1, 40-45

La guarigione del lebbroso

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù è in cammino per il villaggi della Galilea evangelizzando e scacciando i demoni; se ne è fuggito in gran segreto da Cafarnao per evitare un messianismo trionfalista, possibile deriva dei suoi miracoli di guarigione. Ed ecco che un lebbroso si avvicina a lui manifestandogli la sua fede nei suoi confronti; “basta che lo voglio e Gesù lo può guarire”. Questo lebbroso attribuisce a Gesù un potere veramente grande, perché  la lebbra è una malattia che esclude l’uomo da tutti i suoi legami sociali ed è assimilata alla morte (Nm 12, 12), così che soltanto Dio può guarirla ( 2 Re 5, 7).  Con una compassione che Gesù prova spesso nei confronti dei malati e delle folle (cf. 6, 34; 8, 2; 9, 22) e che è segno dell’amore stesso di Dio per il suo popolo nell’AT, Gesù tende la mano e lo tocca, con un gesto che rievoca l’opera potente del braccio di Dio nell’AT (cfr. Es 6, 6; 7, 5). Egli supera la legge, che vietava di toccare un lebbroso perché impuro (Lv 5, 3), compiendola con la potenza salvifica di Dio. Infatti subito dopo il narratore constata l’efficacia del miracolo (v. 42).

Gesù sgrida il lebbroso, intimandogli di non dire niente a nessuno, per non fare pubblicità impropria a Gesù ma di andare dai sacerdoti ad attestare la guarigione, secondo la legge di Mosè (Lv 14, 3-30). Eppure l’ex lebbroso non rinuncia ad andare per tutti i luoghi ad annunciare e rendere noto il fatto. La potenza del Vangelo comincia a diffondersi, malgrado questa sia solo una fase iniziale e prolettica di un futuro annuncio, che seguirà la resurrezione di Gesù. L’ordine trasgredito è un’indicazione narrativa per il lettore, che deve qui vedere solo un anticipo di una gloria futura, che potrà comprendere alla luce della morte in croce di Gesù.

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Come Dio mi guarisce (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 1, 40-45. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il tempo in cui avviene l’azione?

Gesù ha appena abbandonato Cafarnao ed è libero di obbedire al progetto di Dio, di andare dappertutto. Lo sorprende dunque un lebbroso a supplicarlo, in modo continuativo. Questa supplica continua è già un’indicazione potente della fede nei confronti di Gesù. “Se vuoi”: basta la volontà di Gesù per guarirlo. Sono anch’io come il lebbroso capace di dire a Gesù “se vuoi”, avendo fede in lui e nel contempo rispettando la sua volontà?

  • Cosa risponde Gesù alla richiesta del lebbroso?

L’atteggiamento di Gesù è caratterizzato dal verbo della compassione, dell’amore profondo nei confronti del lebbroso. Mi sento guardato così da parte di Gesù, proprio nella mia fragilità e nella mia malattia spirituale?

Egli distende il braccio, con la potenza del Dio dell’AT, lo tocca e dice: “lo voglio, sii purificato”. Gesù vuole la guarigione, la libertà dell’uomo, e attraverso la sua parola si mette in atto la potenza stessa di Dio (cfr. sii purificato, sottinteso “da Dio”). Ho fiducia che proprio attraverso la parola di Gesù e la sua persona passa la potenza della Parola di Dio, che guarisce e ricrea?

  • Che rivelazione scaturisce dall’ordine trasgredito dall’ex lebbroso?

La potenza del Vangelo è già all’opera, ma per ora non si può ancora comprendere da dove essa nasce. Essa proviene infatti dalla morte in croce di Gesù e dalla sua resurrezione. Egli è in grado di guarire dalla morte, rappresentata dalla lebbra, perché l’ha presa su di se sulla croce. Questa potenza di guarigione del Vangelo sarà universale, come universale è la provenienza dei malati che accorrono da Gesù, in luoghi deserti.

Contemplo spesso la croce come una potenza che mi guarisce?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

In casa con Gesù (Omelia V TO Anno B)

 

 

Abbiamo ascoltato una giornata – tipo di Gesù, molto intensa, piena di incontri, predicazione e attività di guarigione. Anche lui era preso dal vortice degli impegni e delle richieste che lo assalivano fino a non lasciargli più fiato. Gesù non fugge da tutto questo, ma mantiene uno stile molto originale, così diverso dal nostro affanno quotidiano, uno stile che emerge dai luoghi che scandiscono la sua giornata: la casa, il deserto e i villaggi vicini.

  1. La casa, luogo di intimità e conoscenza familiare e quotidiana con i discepoli. Nella casa i discepoli sperimentano l’intercessione, perché pregano Gesù per la suocera di Pietro. Poi Gesù la prende per mano e la rialza e la guarisce. Questa donna, una volta guarita, inizia a servirli.  Gesù è capace di vivere la casa come un luogo di intimità delicata e semplice. La casa è allora il luogo dove si vive l’intercessione, l’incontro con Gesù, la guarigione e il servizio.

Chiediamoci: la nostra parrocchia è veramente una casa così? Una casa dove si prega per gli altri, si ha una conoscenza familiare, per quanto possibile, si sperimenta lo stile delicato e semplice di Gesù in mezzo a noi, che guarisce il nostro cuore? Una casa in cui ognuno di noi si sente guarito e si mette a servire gli altri? O non rischia a volte di essere un luogo di chiacchere sugli altri, o peggio di pettegolezzo, anche e soprattutto quando non ci si conosce bene?

  1. Il secondo luogo è il deserto, dove Gesù incontra personalmente Dio nella preghiera. Quando la giornata è particolarmente piena ci si deve alzare presto per avere il tempo di pregare un po’. Non si tratta semplicemente di trovare del tempo per Dio, ma di guadagnare una libertà da se stessi e dai propri impegni, per dare senso alla propria giornata. Gesù era distaccato da se stesso, dal desiderio di affermare la propria identità. Faceva tacere i demoni, perché non voleva apparire lui in prima persona.

Non è così facile far tacere i nostri demoni, che ci tengono attaccati a noi stessi e alla considerazione che gli altri hanno di noi, per essere liberi di agire con gratuità e trovare il gusto delle cose fatte bene. Per questo ci vuole un po’ di deserto e di preghiera quotidiana.

Gesù era così libero da se stesso e dalla ricerca della considerazione altrui, che quando tutti lo cercano per fargli festa e acclamarlo, lui scappa e va altrove, nei villaggi vicini.

  1. Il terzo luogo è proprio questo altrove, nei villaggi vicini. Il Signore non si accontenta di Cafarnao, vuole andare dappertutto, per obbedire alla volontà di Dio. Ogni giorno il Signore ci chiama a un oltre, ad un di più. Un di più di amore, un di più di comprensione umana, un di più di attenzione agli altri, un di più di umiltà e distacco da se.  Un di più di desiderio nel vivere ogni cosa.

Il “di più” è un segno che non facciamo le cose per noi stessi, ma per lui, per obbedire a lui, seguendo ciò che lui ci mette nel cuore.

Il di più è una prospettiva che attraversa e dà senso ad ogni più piccolo gesto della giornata.

Il di più è la misura della nostra libertà.

Il di più è la nostra percezione della presenza smisurata di Dio dentro alla misura dei nostri impegni.

 

 

Riassumendo lo stile di Gesù è caratterizzato da tre luoghi, che non dovrebbero mai mancare nella nostra vita: la casa della comunità cristiana, dove si vive l’intercessione,  la guarigione del cuore e il servizio umile. Il deserto dove ogni giorno incontro Dio personalmente. L’altrove, i villaggi vicini, che indicano il desiderio di vivere sempre più l’amore di Dio nei miei impegni.