Esercizi spirituali su Atti degli Apostoli (IV meditazione)

Atti 11,19-26. La nascita della Chiesa di Antiochia

Dopo l’inizio della missione ai pagani, sancito dall’iniziativa di Pietro su impulso dello Spirito Santo, ora Luca si concentra sulla fondazione della comunità di Antiochia, la prima comunità in cui convivono insieme giudeo-cristiani e pagano-cristiani.

Luca si riallaccia direttamente ad At 8, 1b -4, dove si narra la diffusione della Parola dovuta alla provvidenziale dispersione dei discepoli dopo la persecuzione scoppiata con il martirio di Stefano. In tal modo la nascita della Chiesa di Antiochia crocevia della missione cristiana verso l’Asia e in Europa e vero laboratorio di comunione ecclesiale ed evangelizzazione, finisce per dipendere direttamente dalla Chiesa di Gerusalemme e dalla “fecondità” della persecuzione che tale Chiesa madre ha dovuto subire.

La breve unità letteraria si può dividere in tre sottounità: vv. 19-21: arrivo dei dispersi ad Antiochia, evangelizzazione e successo. vv.  22-24:  arrivo di Barnaba, esortazione e successo. vv. 25-26 arrivo di Saulo insegnamento e successo. Appendice (v. 26d): nasce la definizione di cristiani.

  1. La prima missione: pericoloso dilettantismo?

Nei vv. 9-21 si riprende con le stesse parole il breve sommario della missione in Samaria e lungo la costa palestinese per riferire che ora la Parola viene proclamata in Fenicia a Cipro e perfino ad Antiochia, la metropoli situata sul fiume Oronte, a 35 Km dal mare, nell’attuale Turchia poco lontana dalla frontiera con la Siria. La diffusione del Vangelo continua senza ostacoli, anzi ribaltando paradossalmente gli ostacoli e le persecuzioni incontrate in nuove occasioni di annuncio. A questo punto Luca si preoccupa di chiarire che l’annuncio della Parola era riservato unicamente ai Giudei, come già era avvenuto per la Chiesa di Gerusalemme. Questa breve annotazione prepara la svolta (v. 20): alcuni Giudei provenienti da Cipro e da Cirene, che erano parte del gruppo dei Giudei cacciati da Gerusalemme, incominciano a predicare ai greci, ossia ai pagani, che “Gesù è il Signore”. Si tratta di una breve formula “kerigmatica” in uso nella Chiesa pagano-cristiana di lingua greca (cf. Rm 10, 9) e che indica la sovranità di Gesù risorto su tutta la storia e il suo ritorno per la fine dei tempi. 

Il successo di questa impresa spontanea è attribuito dal narratore all’azione della mano del Signore, qui da intendersi come riferimento consueto a Dio (cf. Ez 40, 1; Lc 1, 66). Tuttavia il termine “Signore” viene usato nella stessa frase per indicare colui al quale i pagani credono e si convertono, ossia Cristo. È evidente allora che qui l’azione provvidenziale di Dio è “cristologizzata”. È Cristo che opera con la potenza della sua sovranità, dopo l’ascensione al Padre, per confermare l’azione spontanea di alcuni discepoli e indicare a tutta la Chiesa un modello di comunicazione del Vangelo al passo con i tempi.

È interessante notare come nella Chiesa apostolica ci sia una reciprocità tra ministero apostolico e missione spontanea dei discepoli. Pietro era stato il primo ad annunciare il Vangelo ai pagani su impulso dello Spirito (At 10), poi vi è l’iniziativa dei discepoli, che appare in un primo momento scollegata. Tuttavia è l’azione stessa di Dio (lo Spirito nel caso di Pietro e la mano Signore nel caso di discepoli) a garantirne la continuità. Sarà la presenza di Barnaba ad esplicitare questo legame tra apostolicità e missione dei discepoli.

La prima evangelizzazione dei pagani avviene ad Antiochia su impulso di “anonimi” missionari e, per così dire, dal basso. Luca chiarisce che era l’impulso dello Spirito Santo a muoverli. Anche nella Chiesa odierna tanti tentativi e sperimentazioni avvengono “dal basso”, senza necessariamente un mandato esplicito dell’autorità ecclesiastica. Può essere interessante però notare come la direzione di questi tentativi è la medesima già intrapresa da Pietro al c. 10, ossia come vi sia una convergenza che lo Spirito suscita tra orientamenti pastorali e prassi emergenti. Essa necessita di un processo di “verifica” e di “discernimento”, rappresentato qui da Barnaba. Come attuiamo questi processi di discernimento nel nostro cammino ecclesiale? (cf. 1Ts 5,16-22).

  • Barnaba, autorità apostolica e carismatica

Come in 8,14, avendo saputo dell’evangelizzazione in Samaria, gli apostoli avevano inviato Pietro e Giovanni, così nei vv. 22-24 la Chiesa di Gerusalemme invia Barnaba ad Antiochia. Egli giunge e vede la grazia di Dio, che è una conferma del favore divino per questa missione (cfr. At 14, 3). D’altra parte Barnaba è descritto come uomo pieno di fede e di Spirito Santo, dotato dunque delle lenti giuste per poter osservare l’agire di Dio nella comunità antiochena. Altri due verbi descrivono la sua azione pastorale: «si rallegrò» e «esortava». La gioia accompagna sempre la presenza della grazia di Dio (cf. charis/chairo), ed è un segno dell’adesione di fede della comunità o di una singola persona (cfr. At 8, 8. 39). Barnaba sa abbandonarsi alla gioia della fede nel contemplare i frutti di una missione a cui egli non ha dato inizio in prima persona, di cui non è né il padre né il riferimento insostituibile. Egli in prima istanza non arriva ad Antiochia per imporre una sua visione o per lasciare una qualche impronta personale a questa Chiesa, ma semplicemente per osservare la grazia di Dio, rallegrarsi e infine esortare. Con questo termine si allude alla funzione di annuncio della Parola non in chiave di prima evangelizzazione, ma di approfondimento didattico e insieme profetico del mistero cristiano. Barnaba, figlio dell’esortazione (At 4, 36), e profeta (cfr. At 13, 1) è chiamato ad irrobustire la fondazione di questa comunità sulla pietra angolare di Cristo, facendole percorrere un cammino di mistagogia, per approfondire il mistero di quella Parola che gli antiocheni avevano già accolto. Questa azione di Barnaba porta con sé un’ulteriore propulsione missionaria della comunità e nuovi considerevoli ingressi all’interno di essa (v. 24).

La comunione resa possibile dal ministero di Barnaba tra la Chiesa madre di Gerusalemme e la neonata Chiesa di Antiochia, fondata sul discernimento dell’azione dello Spirito nelle iniziative spontanee dei discepoli, sulla promozione e sull’esortazione, è come un moltiplicatore della potenzialità di questa comunità. Essa lungi dall’esaurire la propria attività all’esterno, appagata dai suoi risultati, con la guida di Barnaba si abbandona sempre più alla potenza comunicativa del Vangelo. Barnaba, chiamato a rappresentare le istanze degli apostoli nella Chiesa di Antiochia, si mostra “profeta e dottore”, in grado di esortare ed insegnare. Egli partecipa del dono dello Spirito di cui gode questa comunità e si pone a servizio di esso, perché la comunità possa essere sempre più consapevole dell’azione e della volontà di Dio. Emerge un profilo ecclesiale dell’apostolo, che mette in discussione le nostre tradizionali distinzioni tra “carisma” e “istituzione”.

La figura di Barnaba è stimolante per la configurazione della personalità ministeriale, diaconale, presbiterale o episcopale. Egli non si considera “padrone” ma “amministratore”. Non si mette al centro dell’azione pastorale ma è capace di de-centrarsi. Sa vedere la grazia di Dio all’opera e favorirla. Sa porsi in un’ottica di collaborazione, mettendo a servizio anche i carismi di altri. Come possiamo lasciarci ispirare dalla figura di Barnaba nelle nuove forme di unità e zona pastorale? Come ripensare la forma ministeriale in un quadro pastorale in grande trasformazione? (cf. 1 Pt 4,10-11).

3.    Barnaba e Paolo modelli di pastorale integrata

Sospesa in 9,30 la narrazione riguardante Paolo riprende qui il filo, grazie all’attività mediatrice di Barnaba. Egli lo trova a Tarso di Cilicia, la sua città natale e lo conduce ad Antiochia. Anche qui bisogna rendere a Barnaba l’onore della sua apertura di mente, di cuore e della sua genialità spirituale. Perché andare a chiamare un uomo come Saulo, che a Gerusalemme aveva fortemente rischiato la vita? In 9,26 era stato lo stesso Barnaba a presentarlo agli Apostoli, che invece lo evitavano perché ne avevano paura. Anche qui Barnaba, da vero profeta, sa cogliere l’enorme potenzialità del carisma spirituale di Paolo e al contempo intuisce la possibilità di metterlo a servizio per la Chiesa di Antiochia, ricca di carismi e soprattutto di differenze radicali tra cristiani provenienti dal giudaismo e cristiani provenienti dall’ellenismo. In un tale laboratorio di fede e missione c’era bisogno di uno che fosse adeguatamente fondato sulla Scrittura, per comunicare ai pagani, che non conoscevano questo patrimonio profetico, il compimento della Parola di Dio in Cristo.  C’era bisogno di un maestro in grado di insegnare insieme a Barnaba la verità delle Scritture compiuta in Cristo anche ai pagani, per completare il disegno formativo della mistagogia precedentemente iniziato con l’esortazione e il primo annuncio.

Barnaba fornisce un modello innovativo per una spiritualità “ministeriale”. Egli non solo evita il rischio di considerarsi unico punto di riferimento della Chiesa di Antiochia e garante dell’azione dello Spirito. Non solo non azzera tutto ciò che era nato prima che lui arrivasse per ricostruire da capo secondo la sua volontà. Egli “si rallegra” di ciò che vede e che non è dovuto a lui, si pone a servizio dell’azione dello Spirito che è già operante e individua gli ulteriori bisogni della comunità, discernendo la volontà di Dio. A tali bisogni non pensa di dover rispondere solo lui, ma è in grado di attivare collaborazioni con altri intuendo quali specifici carismi potevano essere necessari in ordine ai bisogni della comunità. Senza gelosie si mette a lavorare con Saulo di Tarso, dopo averlo cercato e trovato nella sua città natale.

Barnaba può essere definito come un profeta e un “mistagogo”, che completa il percorso di iniziazione alla fede dei pagani neoconvertiti. Oggi questi processi mistagogici avvengono in molte forme, come catechesi strutturate (cf. 10 comandamenti), cammini spirituali carismatici, percorsi teologici di approfondimento. Lo Spirito non uniforma ma arricchisce la Chiesa di questi percorsi. Le singole comunità pastorali non possono offrire tutto: se già esse offrono un primo aggancio e annuncio con le persone, come la Chiesa diocesana nel suo insieme può “custodire” e “facilitare” l’approfondimento della fede? (1Cor 3,1-9)

Pubblicato da bibbiainrete

prete cattolico particolarmente impegnato nello studio e divulgazione della bibbia e nell'animazione biblica della pastorale

Una opinione su "Esercizi spirituali su Atti degli Apostoli (IV meditazione)"

  1. Carissimo Don Davide, ti ringrazio di cuore per queste meditazioni che cercherò di gustare una ad una, perché il bisogno che ho è quello di preparare il mio cuore allo Spirito in modo che il lavoro sinodale verso il quale ci stiamo avviando, non debba scivolarmi sopra la testa, ma possa io essere penetrata da esso per dare a mia volta, il contributo di cui la nostra Chiesa ha bisogno. Sei nel ricordo delle mie preghiere. Grazie. Franca

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