In Italia abbiamo il problema delle carceri piene. Si sente dire spesso: facciamo una buona riforma e risolveremo la questione delle carceri. Siamo proprio sicuri che basta una legge a risolvere il problema?
Anche Dio ha provato a fare così, ma non gli è andata molto bene… Dopo il diluvio ha dato una legge, chiamata legge del taglione, come argine alla violenza. Si tratta di un argine provvisorio, che permette all’umanità di non autodistruggersi nuovamente, ma non le da salvezza. Come ogni legge umana anche la legge divina, per quanto buona non può solo combattere il male ma non può salvare.
Cosa può salvare l’uomo? L’amore: il desiderio di amare, che Gesù ci rivela, è più violento della violenza che distrugge. Porgere l’altra guancia, dare il mantello ecc… non sono delle leggi da seguire, ma sono dei suggerimenti a seguire la creatività provocatoria di Dio, di fronte al violento, per spingerlo alla conversione., a riconoscere di essere fratello e quindi figlio di Dio. Pensiamo ai volontari della papa Giovanni nell’operazione colomba in Palestina, che accompagnano i bambini a scuola per proteggerli dalle sassate dei coloni israeliani. Chi glielo fa fare se non un desiderio fortissimo, che non proviene dagli uomini ma da Dio?
Nelson Mandela in sud Africa ha insegnato che non può esserci una giustizia legale se non c’è riconciliazione, disarmo degli spiriti, perdono. E il perdono è veramente un atto divino, frutto dello Spirito, che ci rende figli, frutto di un desiderio che viene da Dio Si tratta di una conversione del cuore, di un ricevere la forza da Dio per azioni liberanti e rinnovatrici.
Anche oggi la conflittualità umana raggiunge livelli impressionanti. Nella politica, dal livello nazionale a quello locale, è ormai passata l’idea che quello che conta è distruggere l’avversario, piuttosto che fare degli accordi per il bene comune e soprattutto rispettare le istituzioni che rappresentano tutti i cittadini. Anche nelle famiglie si litiga spesso: e quanto spesso tra coniugi l’unica soluzione diventa la separazione, con ii drammi che ne seguono! L’antidoto a tutto questo sta nel desiderio che Dio ci ha messo nel cuore e che è la voce dello Spirito Santo dentro di noi, il desiderio di vivere da figli e fratelli e di amare in modo gratuito. Tutto il male che c’è dentro di me e dentro l’altro non potrà mai cancellare quel calco divino con cui siamo stati stampati e che ci spinge a essere santi come Dio a pregare gli uni per gli altri, anche quando ci troviamo a combattere da posizioni opposte.
Lettura e preghiera Mt 5, 38-48 (VII TO Anno A)
Lettura di Mt 5, 38 – 48
La legge che Gesù qui richiama (Lv 24, 20) è nota fin dall’antichità come norma del taglione. Essa non è affatto guidata da un’intenzione violenta, ma dalla necessità di porre un argine alla violenza umana tramite un principio di retribuzione. Nella Bibbia la troviamo enunciata per la prima volta dopo il diluvio (Gn 9, 6), come dispositivo dell’Alleanza di Dio con Noè, in antitesi alla spirale di vendette che caratterizzava la generazione antediluviana (cfr. Gn 4, 23 – 24).
Gesù Maestro va alla radice della legge e ne compie l’intenzione nonviolenta proprio abolendola. Le immagini concrete che vengono proposte (porgere l’altra guancia, lasciare il mantello a chi vuole sequestrare la tunica, fare due miglia con chi ti costringe ad accompagnarlo per uno) non vanno comprese alla lettera, ma come una provocazione a spezzare con fantasia il circolo inevitabile di azioni e opposizioni che la legge stessa concede per canalizzare la violenza umana. Si tratta infatti di “non fare opposizione al malvagio” (v. 39), usando le sue stesse armi.
Una comunità perseguitata e sottoposta a diverse prove trova nella mitezza del suo Maestro (cfr. 5, 5; 26, 67) il modello per sconfiggere la violenza alla sua radice, partecipando della sua croce e resurrezione. Egli è il Figlio che rinuncia a farsi giustizia da se, perché intende compiere le Scritture facendo la volontà del Padre (cfr. 26, 53 – 54). Si tratta allora di amare anche i propri nemici, in modo sovrabbondante (v. 47), capace di andare oltre i confini degli di Israele, popolo eletto, o della comunità cristiana, proprio come il Padre, che ama giusti e ingiusti in modo gratuito.
Ogni cristiano è chiamato a diventare figlio, sul modello di Gesù, facendo del Padre la roccia su cui poggiare tutta la propria esistenza (cfr 7, 26 – 27).
Suggerimenti per la preghiera
1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo Mt 5, 38 – 48.
3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, maestro mite, perché più lo ami e lo segua.
4. Osservo Gesù che impedisce a Pietro di usare la spada. Gli chiedo di darmi la forza di riporre le armi e la corazza con cui cammino ogni giorno nella mia vita.
5. Ascolto la parola di Gesù: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano. Aiutami, Signore, a vincere con la preghiera i miei rancori per le ingiustizie subite.
6. Concludo con un Padre nostro.
Omelia VI TO Anno A
I 10 comandamenti li conosciamo bene dal catechismo. Li possiamo vivere anche alla perfezione, se nella nostra vita – almeno apparentemente – non facciamo nulla di male, ma se siamo senza amore non possiamo comprenderne il vero significato.
Gesù ha di mira questa mancanza d’amore, quando si riferisce ai quattro comandamenti della legge: non uccidere; non commettere adulterio; chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio, non giurare il falso. Egli punta al cuore, perchè radicalizza questi comandamenti al punto da modificarli sostanzialmente.
Non si tratta solo non commettere adulterio, ma di non guardare per desiderare. Non si tratta solo di non uccidere ma di non parlar male al punto da ferire. Non si tratta solo di non giurare il falso, ma di non giurare per niente. Giurare infatti equivale a sostituire alla parola di Dio la propria parola; è come ripudiare Dio, in modo molto simile a quando un uomo ripudia la donna della propria vita.
Gesù non si accontenta dell’obbedienza formale ai comandamenti, ma costruisce come una siepe attorno ai comandamenti, perché il cuore sia libero di amare obbedendo al Signore. Ciò che importa è custodire il cuore, ossia la propria interiorità, perché in essa Dio trovi lo spazio per abitare. La vera sapienza è Gesù che muore per amore nostro e questa è la parola da custodire dentro di noi, per diventare sempre più dimora di Dio.
In certe situazioni è così difficile non sbottare, non perdere la pazienza. Ma il Signore, se custodiamo la Sua Parola, viene dentro di noi e ci dona la pace e la serenità. Il desiderio che Dio abiti nella mia vita cambia tutto, anche la mia capacità di leggere con amore le mie debolezze, e mi libera da paure, sensi di colpa, rimorsi o risentimenti.
Custodire la Parola per essere dimora di Dio mi porta anche a costruire una comunità di amore. Con la parola si può fare del male più che con le azioni, perché essa può dividere le persone e le comunità al loro interno. Quando una comunità cristiana si divide a causa di rivalità interne, o magari di scelte politiche o di candidati appoggiati alle elezioni, vuol dire che non si è ancora maturato quel senso di unità, che proviene dalla consapevolezza di essere dimora di Dio. L’unione che c’è tra di noi va molto al di là delle divisioni politiche, perché proviene da una sapienza nascosta, la Sapienza dell’unico Vangelo.
Lettura e preghiera di Mt 5, 17 – 37 (VI Domenica TO Anno A)
Lettura di Mt 5, 17 – 37
Il Cristo maestro è in grado di dare pieno compimento a tutta la legge, fin nei minimi precetti (17. 19), che rimarranno validi finchè durano il cielo e la terra. La modalità con cui egli lo realizza non è però quella degli scribi e dei farisei, ma comporta una sovrabbondanza di significato nell’interpretazione della legge stessa (v. 20).
Come si concretizza tale sovrabbondanza? Lo possiamo osservare nella serie delle quattro antitesi seguenti, introdotte dalla frase: “Avete inteso che fu detto…ma io vi dico”. Vengono citati precetti della legge come: “non uccidere” (v. 13 cfr. Es 20, 13); “non commettere adulterio” (v. 27 cfr. Es 20, 14); “chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio” (v. 31; cfr. Dt 24, 1ss); “non giurare il falso” (v. 33; cfr. Lv 19, 12). Ognuno di essi viene radicalizzato in modo tale da preservarne la motivazione originaria e impedirne applicazioni moralistiche e formali. Non c’è infatti solo l’uccisione fisica, ma anche quella realizzata con le parole (v. 22); l’adulterio proviene dall’intimo dell’uomo e può essere evitato solo se si custodisce il cuore (vv. 28 – 30); il giuramento implica una mancanza di fede nei confronti di Dio, cui tutto appartiene (vv. 33 – 37).
Tale interpretazione radicale e sovrabbondante della legge nasce dall’immagine che Cristo Maestro ci offre di Dio, un Padre misericordioso e liberale nei confronti dei buoni e dei cattivi (cfr. vv. 45 – 46), la cui giustizia appare ispirata ad estrema gratuità nei confronti degli uomini (cfr. v. 47). Ad un Dio così non è possibile offrire un dono, senza prima essersi riconciliati con il proprio fratello (vv. 23 – 24). Inoltre non serve a nulla realizzare una propria vendetta (v. 38), perché tutto appartiene a Dio e noi non abbiamo il potere di cambiare nulla – neanche il colore di un capello (v. 36) – per costringere Dio a fare ciò che noi abbiamo giurato (v. 33). Giurare infatti equivale a sostituire a Dio le nostre parole, equivale a ripudiare Dio e tale atto non è molto distante dal consegnare il libretto di ripudio alla propria sposa (v. 31), esponendo se stessi e il prossimo all’adulterio.
In generale amare Dio e amare il prossimo sono talmente legati tra loro da costituire un unico comandamento, capace di riassumere tutta la legge. Non a caso il compimento della legge (v. 17) viene sintetizzato da Gesù con la regola aurea: “ Tutto quanto volete che vi facciano gli uomini, anche voi fatelo loro: questa è la legge e i profeti” (cfr. 7, 12). Gesù non ha solo insegnato questo comandamento, ma lo ha mostrato in atto sulla croce, pieno compimento dell’amore di Dio e dell’uomo.
Suggerimenti per la preghiera
1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo Mt 5, 17 – 37.
3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, maestro che compie la legge, perché più lo ami e lo segua.
4. Ascolto la parola di Gesù: “non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento”. Chiedo al Signore la Sapienza per vedere nella sua croce il fine paradossale di ogni legge, valore e istituzione.
Alleanza di sale (Omelia V TO Anno C)
Nel tempo dell’IMU e della TARES siamo ormai abituati a pagare un conto salato della crisi. Ma perché diciamo “salato”, per significare “costoso”? Perché una volta il sale aveva un grande valore e lo si usava per i pagamenti
Ancor più per gli ebrei, perché il sale veniva usato per offrire al signore i sacrifici, che servivano per consolidare l’alleanza con il Signore Dio. Si diceva infatti alleanza di sale, per indicare un’alleanza eterna, – non a caso il sale permetteva anche agli alimenti di essere conservati (non c’erano i frigoriferi…).
Cosa significa allora che Gesù ci dice: siete il sale della terra? Gesù pensa a qualcosa di simile ai sacrifici, non però quelli fatti con gli animali, ma quelli spirituali. Si tratta di offrire se stessi, tutto il mondo e tutte le persone che conosciamo al Padre….come fa Gesù che offre tutto se stesso sulla croce. Lui per primo è il sale della terra, colui che consolida l’alleanza di tutta la terra con il Padre, perché la offre sulla croce. ( leggi Paolo, nella seconda lettura: io ritenni di non sapere nient’altro in mezzo a voi se non Gesù cristo Crocifisso, che offre tutto al Padre.) Quella di Gesù è davvero un’alleanza di sale, eterna e in lui anche noi diventiamo sale della terra. Per questo ci dice: siete sale della terra! Perché fate l’offerta di tutta la vostra vita al Padre, fate con lui l’alleanza di sale. Siete un regale sacerdozio, gente santa, popolo che Dio si è acquistato e appartenete a Lui, e attraverso di voi, tutto il mondo appartiene a lui.
Gesù ci dice anche: siete luce del mondo: questa offerta che facciamo al Padre ritorna nella nostra vita come luce che viene dallo Spirito Santo. È una luce che ci porta a sconfiggere la tentazione dell’egoismo, del pensare a noi stessi e ci spinge a consolare gli altri. è la luce di chi fascia il cuore degli afflitti, rinuncia a puntare il dito e sazia gli affamati. Soprattutto gli affamati di affetto, di amore.
Sto andando a fare le benedizioni e vedo molti anziani soli. In questa società dove siamo presi dall’ansia del fare, dove la famiglia si è disgregata in tanti nuclei, gli anziani non sono più considerati quella risorsa di saggezza che erano un tempo. Ma con la crisi qualcuno si sta rendendo conto che la vita vale la pena di essere vissuta per le relazioni, prima ancora che per ciò che si guadagna a fine mese. E gli anziani sono i primi ad avere bisogno di vita, di calore familiare, di affetto e così possono restituire in amore e saggezza.
Nelle case vedo anche persone (soprattutto donne!) che si sacrificano per il marito, il babbo, la mamma o il nonno, assistendoli quotidianamente, con premura e attenzione. Sono esempi di dedizione, di generosità, a volte tra numerose difficoltà, causate dalla malattia e dall’impossibilità di spostarsi da casa. È veramente da cristiani non voler abbandonare i propri genitori nella debolezza dell’anzianità, ma accompagnarli personalmente, pur con gli aiuti che badanti o strutture specializzate possono fornire. Questo sacrificio, questa offerta di se vuol dire anche essere luce del mondo oggi! Martedì prossimo sarà la giornata del malato e in parrocchia celebreremo l’unzione degli infermi. Sarà un’occasione di vivere nella fede la malattia anche per i familiari e per tutti coloro che aiutano gli anziani ad attraversare con dignità l’ultima fase del loro percorso su questa terra.
Lettura e preghiera: sale della terra (V TO Anno A)
Lettura di Mt 5, 13 – 16
Qui Gesù si rivolge con enfasi a “voi” (v. 13), indicando gli stessi discepoli perseguitati e oltraggiati a causa sua (v. 11). Proprio loro sono il “sale della terra”, perché il sale è ciò che da sapore, condimento a tutto il cibo e veniva usato anche per conservare gli alimenti. Qui al posto del cibo è indicata metaforicamente “la terra”, per significare la destinazione universale della missione dei discepoli (cfr. Mt 28, 18 – 19). Essi quindi sono ciò che da sapore, rende buona e nello stesso tempo conserva tutta la terra: essi non vivono per loro stessi, ma sono un dono per tutto il mondo.
Essi dunque sono anche luce del mondo, come una città visibile, perché posta in cima al monte (v. 14). La metafora si amplifica con l’immagine del lampadario. Bisogna pensare ad una casa palestinese, dove c’era un ambiente unico, e dunque bastava solo un lampadario per tutta la casa. La luce che Cristo ha portato in mezzo al popolo che camminava nelle tenebre (cfr. Mt 4, 16) ora deve essere portata dai discepoli in tutto il mondo. Altrimenti sarebbe come mettere il lampadario sotto il moggio.
Come questa luce potrà diffondersi nel mondo? Attraverso le buone opere (v. 16), che indicano non solo il rispetto dei comandamenti, ma ancor più un comportamento caratterizzata dalla gratuità del Padre, che ama senza contraccambio tutti gli uomini (cfr. Mt 5, 46 – 48). È chiaro che qui Gesù non indica semplicemente una serie di azioni, ma tutta la vita del discepoli, la vita del popolo di Dio che cammina nella storia e diffonde la luce della sua testimonianza.
Suggerimenti per la preghiera
1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo Mt 5, 13 – 16.
3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, luce nelle tenebre, perché più lo ami e lo segua.
4. Vedo Gesù che guarda le folle e le definisce “beati”, luce del mondo e sale della terra. Contemplo la vita delle persone nella loro umiltà e semplicità, come beatitudine.
5. Ascolto la parola di Gesù: “Se il sale diventa senza sapore: chiedo al Signore che la testimonianza della Chiesa possa essere significativa per gli uomini di oggi..
Gesù storico e Giovanni il Battista
2.2 ASSE DELLA RAPPRESENTAZIONE: IL GESÙ STORICO.
2.2. 1 STORIA DELLE DOMANDE SUL GESÙ STORICO
Nella temperie spirituale e culturale illuministica, definita da Kant come la fuoriuscita dell’uomo “dallo stato di minorità”, dove tutto ciò che era tradizionale veniva posto al vaglio della ragione critica, anche i Vangeli incominciarono ad essere studiati alla luce di una domanda di fondo: il Gesù che i vangeli raffigurano è proprio lo stesso Gesù che è storicamente vissuto nella palestina del I secolo? H.S.Reimarus, nella sua Apologia[1], pubblicata postuma da Lessing ( 1774 – 1778 ) comincia a porre questa distinzione tra ciò che Gesù ha predicato e insegnato, ossia la vicinanza del regno dei cieli e la necessità della conversione, e ciò che gli Apostoli raccontano nei loro scritti. Egli arriva fino a spiegare la resurrezione di Gesù come un inganno ordito dagli apostoli.
In modo senza dubbio più raffinato il filosofo e teologo D. F. Strauss, profondamente debitore nei confronti della visione hegeliana, nella sua Vita di Gesù ( 1835 – 36 ) cerca di rispondere alla medesima domanda su quanto vi sia di storico in ciò che i Vangeli raccontano, ricorrendo al concetto di “mito”. Ogni volta che su Gesù vengono applicati motivi diffusi nell’Antico Testamento ( come i miracoli profetici, che abrogano le leggi di natura ) o nel più ampio contesto storico – religioso (cfr. l’idea di figlio di Dio), è all’opera un processo di mitizzazione, che trasferisce i termini di racconto il concetto dell’umanità di Dio, realizzatasi nell’individuo storico Gesù. Questa idea sarebbe al cuore del Gesù storico.
Parallelamente alla domanda sul Gesù storico si intreccia e sviluppa anche un’altra domanda, ossia quale sia effettivamente stato il percorso storico di formazione dei Vangeli, che avremo modo di approfondire nel dettaglio più avanti. F. Chr Baur mostra che il vangelo di Giovanni è posteriore ai sinottici, mentre H. J. Holtzmann[2], approfondisce la teoria delle due fonti, per la quale il vangelo più antico e vicino al Gesù storico sarebbe Mc, e Luca e Matteo si basano indipendentemente l’uno dall’altro, sia su Mc che su una fonte orale di detti di Gesù detta fonte Q (dal tedesco Qwelle, che significa fonte).
Da questo momento inizia il tentativo di rispondere alla domanda sul Gesù storico privilegiando le fonti cosiddette più antiche, ossia più vicine al Gesù della storia, come Marco e Q. Ne emerge un’immagine “romantica” di Gesù come predicatore itinerante del Regno di Dio, profondamente inserito nel contesto giudaico palestinese del suo tempo.[3] L’importanza di questa storiografia liberale su Gesù non risiede tanto sui risultati raggiunti, quanto nella distinzione tra Gesù della fede e Gesù storico, che, al di là delle motivazioni ideologiche, è stata il primo passo per l’elaborazione di una metodologia storica in riferimento ai vangeli. l’emergere della scienza storica e degli studi letterari, delle tecniche filologiche e della critica scientifica delle fonti ha infatti contribuito a far porre domande sulle fonti, sullo sviluppo storico e sul grado di interpretazione teologica dei vangeli.
W. Wrede nel 1901 dimostra che anche il Vangelo di Marco non può rispondere pienamente alla domanda sulla storicità di Gesù, perché è all’opera anche in esso una reinterpretazione teologica. In particolare il silenzio imposto da Gesù ai suoi discepoli a riguardo della sua messianicità, denominato “segreto messianico”, non sarebbe storico, ma sarebbe un artificio teologico di Marco per motivare il fatto che nella sua vita storica Gesù non avrebbe mai preteso di essere il messia. Quest’opera fondamentale incrinò la fiducia che vi era precedentemente nella possibilità di tracciare il vero volto storico di Gesù.
A. Schweitzer nella sua “Storia della ricerca sulla vita di Gesù” mostra che tutte le immagini di Gesù prodotte dalla critica liberale costituivano di fatto una proiezione degli ideali etico – filosofici degli autori. La sfiducia nei tentativi illuministici e romantici di ricostruire la figura storica di Gesù venne portata avanti da una teologia “dialettica” di matrice barthiana, per la quale non conta tanto ciò che Gesù aveva effettivamente detto e fatto, ma quello che Dio ha compiuto nel mistero pasquale della sua morte e resurrezione, ossia il Cristo kerygmatico. Ciò significa che l’esegesi deve principalmente occuparsi dell’annuncio del kerygma, tralasciando sostanzialmente la questione del Gesù storico. R. Bultmann fu il principale esegeta a seguire i principi della teologia dialettica / esistenzialista.
Un discepolo di Bultmann, Käsemann, nella conferenza tenuta nel 1953 a Marburgo, intitolata “Das Problem des historischen Jesus”, pone una nuova, più raffinata domanda, alla ricerca del Gesù storico. Posto che i Vangeli sono narrazioni con finalità teologica e non storica, che si basano sul kerygma ecclesiale, il kerygma stesso non presuppone forse un nucleo di storicità di Gesù, ossia non prevede un appiglio nella predicazione del Gesù pre – pasquale? E se si, come determinarlo?
Questa conferenza è considerata l’atto d’inizio della nuova ricerca (New Quest) sul Gesù storico. Dopo aver compreso che non si può pretendere di risolvere la questione storica ritrovando le fonti più antiche, con la new Quest si utilizza una metodologia di tipo più storico – sociologico, per la quale si devono confrontare con le affermazioni dei vangeli su Gesù con il contesto culturale e sociale della palestina del I secolo, per comprendere quali di esse sarebbero del tutto originali e non deducibili da esso (criterio della differenza). Tutti gli aspetti di Gesù non riconducibili né alla cultura giudaica ne a quello ellenistico ne all’interesse della Chiesa primitiva sarebbero “gesuani”, ossia appartenenti al nucleo storico del kerigma evangelico. A questo proposito si possono citare la libertà con cui Gesù critica la legge (Käsemann), la rivendicazione dell’amore radicale per i peccatori (Fuchs), l’ unione radicale tra Torah e grazia (Braun). Sono tutti aspetti, insieme all’appello alla decisione di fronte al regno di Dio (sottolineato piuttosto da Bultmann) che mostrano implicitamente la pretesa messianica di Gesù.
Il limite di questa opzione metodologica non ha tardato a manifestarsi. Ne emergeva infatti una figura di Cristo troppo sganciata dal mondo di cui faceva parte. Nella Third Quest, incominciata con gli studi di E.P.Sanders si valuta in modo molto più approfondito l’inserimento di Gesù nel contesto dei movimenti del giudaismo dell’epoca. Egli sarebbe fondatore di un “movimento di rinnovamento interno al giudaismo” in cui la radicalizzazione della Torah e una concezione apocalittica – escatologica del tempo presente sono comuni ad altri movimenti radical – teocratici dell’epoca. Qui si mira piuttosto ad utilizzare il criterio della plausibilità storica, per trovare il nucleo storico della figura di Gesù. In questo quadro la scoperta di Qumran l’approfondimento della tradizione giudaica intertestamentaria e dei vangeli non canonici (Vangelo di Tommaso, Protovangelo di Giacomo, Papiro Egerton 2, vangelo segreto di Marco, vangelo di Pietro… ) ha reso più ampia e complessa la discussione.
2.2. 2 LABORATORIO SU “ GIOVANNI IL BATTISTA”
Il quadro che emerge dalle fonti canoniche ( Sinottici, Q, Giovanni, Atti ) è sfaccettato e in alcuni casi contraddittorio. In generale sembra problematico dal punto di vista storico il rapporto che queste fonti istituiscono tra Giovanni il Battista e Gesù.
Il racconto di Flavio Giuseppe (Ant 18, 116 – 119), usa parole chiave della discussione ellenistico romana e suscita il sospetto che il quadro sia troppo modificato dal desiderio di essere compreso dall’interlocutore. Vediamo nel dettaglio:
Battesimo di Giovanni:
Dagli evangelisti viene presentato come un sacramento che conferisce il perdono dei peccati, per il quale erano presupposti il pentimento e la disponibilità alla conversione. La sua unicità e l’elemento del perdono dei peccati si ricollegano all’attesa escatologica e messianica e permettono di ricollegare la figura di Gesù, proprio da questo punto di vista. Invece secondo Flavio Giuseppe tale battesimo aveva come unico obiettivo la purificazione del corpo, perché l’anima era già stata purificata prima attraverso una condotta giusta. Egli sembra conoscere l’interpretazione sacramentale del battesimo di Giovanni e rifiutarla sopprimendo assieme ad essa anche il contesto escatologico in cui essa è inserita. Ma nel suo racconto rimangono senza spiegazione due elementi: l’unicità dall’atto battesimale, che chiaramente lo distingue da un rituale di purificazione di stampo essenico che doveva essere ripetuto e la straordinaria funzione di mediazione svolta da Giovanni nella sua celebrazione, tanto da meritare il titolo, riconosciuta anche da Flavio Giuseppe, di baptisthes (non può essere interpolazione cristiana, perché il contesto non è chiaramente assimilabile al pensiero cristiano). Inoltre l’attitudine a sopprimere gli elementi di carattere escatologico è particolarmente presente in Giuseppe Flavio, per due motivi, ossia da un lato perché il suo lettore avrebbe difficilmente potuto comprenderli, e dall’altro per non incorrere nel pericolo di un incomprensione di carattere politico con l’impero romano. Ad esempio quando descrive i movimenti di rivolta di stampo apocalittico / teocratico li dipinge come briganti.
Per quanto riguarda poi l’attesa messianica, legata soprattutto alla profezia di Isaia, è plausibile che sia storica dal momento che nel retroterra giudaico del I secolo d.C. l’attesa messianica e la concezione apocalittica della storia erano molto diffuse (criterio della plausibilità storica). Il criterio dell’imbarazzo può essere usato per mostrare l’attendibilità storica dell’evento del battesimo di Gesù. Gli evangelisti non lo avrebbero mai inventato, per le difficoltà che creava dal punto di vista della loro teologia! Gesù sembra essere meno di Giovanni. Quindi in rapporto al battesimo amministrato da Giovanni i Vangeli si possono considerare come più affidabili di Flavio Giuseppe.
La predicazione di Giovanni Anche per la predicazione Flavio Giuseppe non menziona alcun riferimento ad aspetti di carattere escatologico. Il Battista è presentato in modo simile ad un filosofo ellenista, che insegna la virtù, e in particolare le due virtù fondamentali, ossia la dikaiosyne, la giustizia nei rapporti con gli altri e la eusebeia, ossia la pietà verso Dio. Invece i vangeli fanno ampio riferimento agli aspetti escatologici del giudizio finale che, come abbiamo visto, sono storicamente plausibili. Tuttavia quando si entra nei dettagli il problema è capire fin dove arriva l’interpretazione cristiana delle parole del Battista. Per esempio storicamente il Battista attendeva la venuta di Dio o una figura messianica umana?
Infatti se in Mt 3, 10 è Dio ad essere presentato come giudice per il passivo teologico (“viene tagliato e gettato nel fuoco” sott. “da Dio”), invece in Mt 3, 12 (Lc 3, 17) il più forte pulirà l’aia e brucerà la pula con un fuoco inestinguibile. Chi è questa figura del più forte? Si tratta di Dio o di una figura messianica?
Alcuni argomenti sono a favore dell’identificazione con Dio:
In 3, 10 si fa già riferimento a Dio come giudice, e il termine “più forte” è un nome che nella LXX è attribuito a Dio. Poi il battesimo di fuoco si ricollega al giudizio di fuoco di 3, 10 e ha precedenti veterotestamentari soltanto nell’azione finale di Dio in Ez e Os.
Altri argomenti sono contro a favore di un’identificazione personale
L’antropomorfismo di portare i sandali e sciogliere i legacci dei sandali è difficilmente tollerabile come immagine di Dio. (cfr. Mt 11, 2ss). Bisognerebbe allora considerare anche questa tradizione come posteriore al Battista e come interpretazione cristiana, nonostante il suo background profondamente giudaico (cfr. legge del levirato).
Inoltre l’attesa messianica, così formulata dai sinottici, non risponde alle concezioni su Gesù Cristo della comunità primitiva, che lo definiva piuttosto come “figlio dell’uomo”, “cristo”, e “figlio di Dio”. Né ischyròteros (più forte), né erchòmenos (colui che viene) sono attestati come titoli messianici che la comunità cristiana avrebbe potuto usare applicandole a Gesù. Allora queste parole possono essere interpretate nell’ambito delle attese giudaico messianiche, senza la necessità di rifarsi a concezioni cristiane.
Inoltre c’è una plausibilità storica in riferimento a questa attesa di un messia personale che opera il giudizio. Infatti nella letteratura giudaica intertestamentaria esistono numerosi personaggi che annunciano il giudizio di Dio e la restaurazione e che sono plenipotenziari divini (messia regali e sacerdotali, arcangelo michele/melchisedek, figlio dell’uomo e Elia redivivo).
Il peso di queste ultime argomentazioni fa propendere per una plausibile storicità dei riferimenti messianici della predicazione del Battista.
La morte di Giovanni anticipa quella di Gesù nei vangeli, e c’è tra esse una somiglianza innegabile. Questo ci guida a supporre che la narrazione della morte del Battista nei sinottici sia costruita in modo tale da sottolineare particolarmente l’innocenza del Battista e la futilità dei motivi, in parallelo alla morte ingiusta di Gesù. Flavio Giuseppe invece sottolinea particolarmente in motivi politici, che sembrano avere una notevole plausibilità storica. Erode temeva il movimento di popolo e di opinione che si era creato intorno a Giovanni, in un contesto di forti tensioni politiche e militari con i Nabatei (per datazione anni precedenti al 36 d.C. ).
Sulla nascita e retroterra familiare del battista siamo informati unicamente da Lc 1, che intende mostrare come Giovanni sia precursore del messia e inviato da Dio fin dal seno materno. Il valore storico complessivamente esiguo: infatti Luca costruisce questo racconto per porre chiaramente in parallelo la nascita di Gesù con la nascita di Giovanni. Inoltre non abbiamo alcuna traccia di questo legame familiare in altre fonti (criterio dell’attestazione molteplice). L’unico dato storicamente verosimile potrebbe essere la provenienza del Battista da stirpe sacerdotale. Se questo fosse vero, la sua distanza dal tempio andrebbe interpretata come frattura intenzionale di un membro della classe sacerdotale nei confronti dei riti sacrificali del tempio, dal momento che propone un battesimo per il perdono dei peccati al di fuori del tempio stesso. Nello stesso tempo però bisogna affermare una distanza di Giovanni dagli esseni: egli non pare arrivare a rifiutare ideologicamente e programmaticamente il tempio di Gerusalemme.
IMPORTANTE:
1. IL FATTO CHE I VANGELI DELL’INFANZIA ABBIANO SCARSA ATTENDIBILITÀ DAL PUNTO DI VISTA DELLA METODOLOGIA STORICA, NON MINA L’ISPIRAZIONE E LA VERITÀ TEOLOGICA CONTENUTA IN TALI RACCONTI, CHE SONO TESTIMONIANZE KERIGMATICHE, FRUTTO DEL GIUDIZIO DI FEDE SU GESÙ ACQUISITO IN SEGUITO ALLA PASQUA.
2. ESSERE CONSAPEVOLI CHE, DAL PUNTO DI VISTA DELLA SCIENZA STORICA, NON ABBIAMO ELEMENTI PER DIMOSTRARE L’ATTENDIBILITÀ DI ALCUNI NON SIGNIFICA AFFERMARE IN SENSO ASSOLUTO CHE ESSI NON SIANO AVVENUTI. INFATTI LA SCIENZA STORICA PUÒ SOLO ARRIVARE AD UN CERTO GRADO DI PLAUSIBLITÀ SULLA BASE DELLE FONTI PERVENUTECI.
3. DIFFERENZIARE LE FONTI EVANGELICHE PER QUANTO RIGUARDA LA LORO ATTENDIBILITÀ STORICAMENTE DIMOSTRABILE PERMETTE POI DI GIUNGERE AD UN GIUDIZIO DI STORICITÀ “SOSTANZIALE” DELLA FONTE “VANGELO”, SENZA ESSERE POSTI DI FRONTE AL DILEMMA DI DOVER DIMOSTRARE STORICAMENTE TUTTI I PARTICOLARI OPPURE DI DOVER SCARTARE I VANGELI COME INATTENDIBILI.
Notizia del soggiorno di Giovanni nel deserto fino al giorno della sua apparizione pubblica dinanzi ad Israele (Lc 1, 80) è espressione con funzione di aggancio per anticipare il futuro luogo di attività del battista, ossia nel deserto. Qui il punto di contatto con gli esseni nella formazione di Giovanni è puramente congetturale.
2.2.3 GESÙ EBREO: BREVE SINTESI.
Il giudaismo del primo secolo è molto sfaccettato e difficile da ricostruire nella sua complessità. Quando dunque diciamo che Gesù era un ebreo, che cosa precisamente intendiamo? È legittimo immaginarlo come un ebreo dei nostri giorni? E se si, a quale corrente potrebbe appartenere, integralisti, riformati o liberali?
Dietro a queste domande, se ne potrebbe formulare un’altra, ancor più radicale: Qual è l’identità ebraica nella sua costante che attraversa i secoli? Esiste un’identità ebraica? Secondo il rabbino Elio Toaff il punto fondamentale dell’ebraismo è: “L’unità: l’unità di Dio, l’unità del popolo, l’unità dell’umanità”.[4] Secondo alcuni studiosi contemporanei, come Sanders il giudaismo ha una caratteristica ideologica unitaria, una sorta di mainstream, riconducibile al cosiddetto “nomismo del patto”,[5] per il quale l’ingresso nell’alleanza avviene per dono gratuito di Dio, ma il mantenersi all’interno del patto richiede l’osservanza dei precetti della Legge. Secondo altri invece non si può parlare di giudaismo al singolare, ma di giudaismi al plurale. Ad esempio Alan Segal parla del rabbinismo (giudaismo che si sviluppa dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. e l’istituzione del rabbinato) e del cristianesimo come due fratelli gemelli, come Esaù-Giacobbe, i quali, pur in lotta tra loro, sono entrambi degli eredi del giudaismo del I secolo[6].
Cominciamo dapprima a descrivere in estrema sintesi il laboratorio di fede e cultura rappresentato dal giudaismo del I secolo, poi svolgeremo qualche breve considerazione su Gesù come ebreo.
Nel I secolo assistiamo ad una grande varietà di posizioni all’interno del cosiddetto “giudaismo”. In sintesi si potrebbero suddividere le correnti in due grandi tronconi, quello che si richiama alla tradizione “sacerdotale/cultuale” del tempio (sacerdoti e scribi appartenenti ai sadducei, leviti ecc.) e quello invece che radicalizza la visione profetica della storia, di cui si attende l’imminente consumazione (Farisei, esseni / Qumran, zeloti, Giovanni Battista ecc.).
Questi gruppi differiscono in ordine al valore assegnato alla legge, al tempio, alla fede nella resurrezione e alla concezione della libertà umana.[7]
Ad esempio per quanto riguarda la Legge mosaica (Torà) per la comunità di Qumran non è sufficiente l’osservanza di essa per ottenere la salvezza, ma è necessaria anche l’appartenenza alla comunità stessa (cfr. 1 QS 2, 25 – 3, 12). Per i farisei, invece, la condizione necessaria e sufficiente per rimanere all’interno dell’alleanza è l’osservanza della legge.
Sul tempio di Gerusalemme si hanno valutazioni diverse, a seconda del tipo di visione storica. A differenza dei sadducei e dei sacerdoti, che sono direttamente coinvolti nel sistema di potere socio economico rappresentato dal tempio, gli esseni (e tra essi probabilmente anche la comunità di Qumran) hanno rifiutato l’istituzione sommosacerdotale come eretica dai tempi di Onia III (II sec. a.C.) e compiono dei riti per proprio conto.
La fede nella resurrezione è un altro punto fortemente controverso. In At 23, 6 – 10 Paolo nella sua dichiarazione davanti al sinedrio sfrutta abilmente le divisioni tra i sinedriti proprio su questa materia. I farisei davano un valore forte alla tradizione orale della Torà e quindi all’insegnamento dei rabbì così da sostenere posizioni che pure non si trovano esplicitate nella Torà scritta (Pentateuco). Infatti l’idea di resurrezione si trova soltanto negli scritti più tardivi dell’AT (cfr. Dn 12, 2 – 3; 2 Mac 7). I sadducei, al contrario, erano molto più conservatori e negavano la resurrezione.
Anche sul rapporto tra volontà di Dio e libertà umana la diversità tra farisei, sadducei ed esseni era notevole. Secondo Flavio Giuseppe per i farisei bisogna tenere insieme volontà di Dio e libertà dell’uomo, secondo i sadducei non c’è alcun influsso divino capace di modificare la libertà umana, secondo gli esseni invece ogni atto umano ed evento dipende dalla predestinazione divina.
Anche sull’attesa del messia, e soprattutto di quale tipo di messia, le posizioni di queste correnti erano molto diversificate al loro interno (Re, Figlio di Davide, guerriero regale, Sacerdote, Profeta, Figlio dell’uomo, Giudice celeste).
Ora possiamo affrontare più da vicino l’identità di Gesù in rapporto a questo sfondo giudaico del I secolo. Egli è sia etnicamente che religiosamente giudeo (cfr. Rm 1, 3; 9, 5; 15, 8). La circoncisione (cfr. Lc 2, 21), la recita dello šema’ (Mc 12, 28 – 34 cfr. Dt 6, 4 – 9), la frequentazione della liturgia sinagogale in giorno di sabato (cfr. Lc 4, 15 – 16), la partecipazione alle festività maggiori di Israele (Pasqua: Mc 14, 12 – 16 par.; ma anche Tabernacoli in Gv 7, 2; Dedicazione in Gv 10, 22) sono elementi importanti dell’identità di un giudeo praticante.
Ci sono anche aspetti del suo ministero storico che sono interpretabili solo alla luce dell’identità giudaica. Gesù nella sua predicazione annuncia il Regno di Dio (Mc 1, 14 – 15 par.; cfr. 2 Re 19, 15; 2 Ch 13, 8; Sal 93, 1; 97, 1; 99, 1) e invita a pregare Dio con una formula che ha un retroterra fortemente ebraico: “Padre nostro: aḇînu” (cfr. Os 11, 1; Is 63, 16; Ml 1, 6; cfr. anche la preghiera giudaica delle diciotto benedizioni o la preghiera del Qaddîš) e lo prega lui stesso con la formula aramaica (‘abbà). Gesù inoltra accetta il titolo di “rabbì” (cfr. Mt 23, 7 – 8) e la sua predicazione rimane limitata ai centri di cultura e religione giudaica sia in galilea che in giudea (per esempio non abbiamo notizia di una sua predicazione a Sefforis o Tiberiade, due grandi città ellenistiche della galilea).
D’altra parte vi sono aspetti profondamente innovativi nel suo ministero. Sembra che la sua osservanza del sabato fosse importante ma non assoluta, spesso in polemica con i farisei del tempo, più rigidi di lui (cfr. Mc 3, 1 – 6). Anche sulle norme alimentari (cfr. Mc 7) e sulle regole di purità rituale sembra avere una visione molto più aperta, perché frequenta liberamente persone “impure” come prostitute e pubblicani arrivando perfino alla comunione della mensa. Osa modificare importanti precetti della Torà, come quello sulla possibilità del divorzio, dichiarando in tal modo un’autorità pari o superiore a quella mosaica (cfr. Mc 10, 1 – 12). Frequenta il tempio ma vi compie un’azione simbolica, motivata dalla sua coscienza profetica e apocalittica, che può metterlo in grave collisione con l’autorità sacerdotale. Inoltre ha un rapporto di intimità radicale con Dio che, sebbene in un certo modo presente anche nelle attestazioni profetiche dell’Antico Testamento, è comunque molto rara, se non unica. In effetti l’espressione al singolare ‘aḇî (“padre mio” cfr. Lc 22, 28; Mt 20, 23; 26, 39) è scarsamente attestata nell’ebraismo e nell’AT (cfr. Sal 89, 27 che è un testo messianico, e Sir 51, 10). Inoltre questa espressione non viene ripresa mai dalla Chiesa primitiva: ciò vuol dire che tale modo che Gesù ha di rivolgersi al Padre è considerato dai primi cristiani una prerogativa di Gesù. Si può allora pensare che questa formulazione sia la modalità letteraria con cui la Chiesa primitiva ha restituito ai suoi lettori la percezione che i testimoni storici di Gesù, gli apostoli e i discepoli, avevano della profonda intimità di Gesù con Dio.
Quindi nella presentazione che i vangeli offrono di Gesù ci sono elementi plausibilmente storici che descrivono la bene la sua identità ebraica, ma altri elementi, altrettanto plausibilmente storici, che attestano un’originalità che, pur non fuoriuscendo da coordinate religiose proprie dell’ebraismo, ne radicalizzano alcuni aspetti di carattere profetico e apocalittico. Tali elementi derivano dall’esperienza del tutto particolare di un’intimità con il Dio d’Israele, da lui visssuto e sentito come il Padre suo.
A questo proposito anche un racconto come Lc 2, 41 – 50, il ritrovamento di Gesù nel tempio, pur essendo denso di riferimenti teologici e simbolici, esprime bene questa paradossalità propria del Gesù storico, tra elementi propriamente ebraici (nell’accezione socio – religiosa di cui abbiamo parlato sopra) e la particolare originalità con cui essi vengono affermati nel rapporto con il Dio di Israele. Luca infatti con questo racconto, in linea con le biografie ellenistiche dell’epoca, vuole mettere in evidenza in Gesù adolescente quelle caratteristiche che contraddistinguono il suo ministero da adulto. Dunque lo sfondo storico non si trova tanto nei dettagli, quanto nella ricostruzione globale, che ripropone la stessa dialettica paradossale tra ebraicità di Gesù e originalità del suo ministero.
Proviamo a mostrarla nel dettaglio. La reinterpretazione teologica del redattore lucano è qui ben al lavoro, ad esempio nel porre in rapporto la sapienza di Gesù ragazzino con i dottori del Tempio, mostrando che tale superiorità è frutto di un’identità misteriosa e molto particolare, l’identità del Figlio di Dio. Anche la perdita di Gesù a Gerusalemme e il suo ritrovamento dopo tre giorni potrebbero alludere alla morte e resurrezione di Gesù.
Tuttavia in questo racconto ci sono anche alcuni dettagli di carattere storico che destano interesse. Gesù e i suoi genitori si recano ogni anno nel Tempio di Gerusalemme. Infatti secondo la Legge ogni giudeo (maschio) deve recarsi tre volte all’anno a Gerusalemme per le feste di Pasqua, Tabernacoli e Pentecoste (cfr. Es 23, 17). È anche probabile che per i giudei che abitavano lontano si fosse permessa l’abitudine di recarsi una sola volta all’anno, accompagnati dalla famiglia (moglie e figli). È anche possibile che a 12 anni i figli maschi celebrassero al tempo di Gesù il cosiddetto “bar mitzwah”, o “figlio del precetto”, che è una festa di iniziazione dei figli all’osservanza della legge, di cui abbiamo notizia dal Talmud e che viene celebrata ancor oggi dagli ebrei praticanti.[8] Anche se non siamo certi che Luca potesse fare riferimento esattamente a questa festa, nel rendere nota l’età di Gesù, Luca intende inserirsi in un contesto di “iniziazione” alla vita adulta, raccontando un episodio che deve richiamare la futura missione del protagonista (cfr. Ant 5, 348).
Se Luca costruisce questo racconto con tale logica, questa è la conferma che lo sfondo storico non va ricercato nei dettagli del racconto stesso, ma nelle caratteristiche del personaggio che qui si manifestano e che dovranno contraddistinguere il suo ministero futuro. Lo sfondo storico di questo racconto non può dunque limitarsi all’ebraicità di Gesù ma deve anche tener conto di ciò che l’autore vuole comunicarci, contribuendo a porre il lettore nei panni di Maria e della sua incomprensione nei confronti delle parole di Gesù. Luca ci consegna così un’identità storicamente complessa, che da un lato dipende dal contesto socio – religioso in cui è inserito, ma dall’altro emerge in un contrasto paradossale con i suoi, che nasce dal mistero stesso della sua persona, e dell’auto-rappresentazione che Gesù aveva di se in rapporto con Dio.
Allora possiamo ben immaginare che Gesù preghi nel tempio lo šema’, questa preghiera che sintetizza secoli di storia sacra, la storia della relazione tra Yahvè e il suo popolo Israele. In questo dodicenne apparentemente uguale a qualsiasi altro tutta la storia religiosa di Israele e dell’umanità era concentrata: egli solo, nella sua coscienza, poteva perfettamente ricapitolare la storia del figlio primogenito, Israele, tratto fuori dall’Egitto, amato dal Padre con viscere materne. E al contempo tale storia era superata radicalmente: in questo ragazzino lo šema sprofonda nell’abisso misterioso del Figlio unigenito. Lui è il Figlio, lui, mistero paradossale che non cesserà mai di stupirci, è il Figlio disceso dal cielo, dal Padre, per aprirci la strada della comunione con Dio! Ma questa non è più semplicemente storia, è teologia!
[1] Apologia, ovvero difesa degli adoratori razionali di Dio. Trad. it. (I frammenti dell’Anonimo di Wolfenbüttel pubblicati da G. E. Lessing, a cura di Fausto Parente, Bibliopolis, Napoli 1977).
[2] H. J. HOLTZMANN, Die synoptoschen Evangelien. Ihr Ursprung und geschichtlicher Character, (Leipzig 1863).
[3] Cfr. E. RENAN, La vita di Gesù, Newton Compton 1994, Tit. or. La vie de Jesus (Pière sur l’Acropole 1865).
[4] E. TOAFF – A. ELKANN, Essere ebreo, Bompiani, Milano 1994, 27.
[5] E.P.SANDERS, Paolo e il giudaismo palestinese. Studio comparativo su modelli di religione, (BT 21), Paideia, Brescia 1986 (orig. ingl. 1977).
[6] A. F. SEGAL, Rebecca’s Children: Judaism and Christianity in the Roman world, Harvard University Press, London-Philadelphia 1986.
[7] Ricavo queste riflessioni molto sintetiche da R. PENNA Gesù di Nazareth nelle culture del suo tempo. Alcuni aspetti del Gesù storico, (Bologna EDB 2012), 34 – 39.
[8] Non c’è però certezza storica del fatto che questa festa esistesse anche nel I secolo, al tempo di Gesù.
Esercizio di Analisi storica su Giovanni il Battista
Antiquitates Judaicae Liber XVIII 116 – 119
Libro XVIII:116 – 2. Ma ad alcuni Giudei parve che la rovina dell’esercito di Erode fosse una vendetta divina, e di certo una vendetta giusta per la maniera con cui si era comportato verso Giovanni soprannominato Battista.
Libro XVIII:117 Erode infatti aveva ucciso quest’uomo buono che esortava i Giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, perchè così facendo si disponessero al battesimo; a suo modo di vedere questo rappresentava un preliminare necessario se il battesimo doveva rendere gradito a Dio. Essi non dovevano servirsene per guadagnare il perdono di qualsiasi peccato commesso, ma come di una purificazione del corpo perché sosteneva che l’anima fosse già perdonata da una condotta corretta.
Libro XVIII:118 Quando altre persone si affollavano intorno a lui perché con i suoi sermoni erano giunti al più grande entusiasmo, Erode si allarmò. Una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che essi volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facevano. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene.
Libro XVIII:119 A motivo dei sospetti di Erode, (Giovanni) fu portato in catene nel Macheronte, la fortezza che abbiamo menzionato precedentemente, e quivi fu messo a morte. Ma il verdetto dei Giudei fu che la rovina dell’esercito di Erode fu una vendetta di Giovanni, nel senso che Dio giudicò bene infliggere un tale rovescio di fortuna a Erode.
Mc 1, 1 – 8
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
INIZI DELLA VITA PUBBLICA
Predicazione di Giovanni il Battista
2Come sta scritto nel profeta Isaia:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
3Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri,
4vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 5Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. 7E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Mt 3, 1 – 12 (Fonte Q)
1 In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea 2dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
3Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
4E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico.
5Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui 6e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
7Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? 8Fate dunque un frutto degno della conversione, 9e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 10Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 11Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 12Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Mc 6, 17 – 29.
17Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. 18Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». 19Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, 20perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
21Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. 22Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». 23E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». 24Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». 25E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». 26Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. 27E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione 28e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. 29I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
Mt 3, 13 – 17
13Allora Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. 14Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». 15Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. 16Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. 17Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
PUNTI
- Leggere con attenzione le diverse fonti storiche sul Battista.
- Confrontare le fonti sui seguenti punti: natura del battesimo di Giovanni; contenuti della predicazione di Giovanni; cause della morte violenta di Giovanni. Sottolineare particolarmente le differenze.
- Interrogarsi sull’attendibilità storica delle fonti in rapporto ai punti sopraelencati. Tenere conto dei seguenti criteri: plausibilità storica, imbarazzo, attestazione molteplice.
- Plausibilità storica: tale criterio dà importanza al contesto storico – culturale e letterario. Un elemento è più plausibilmente storico se omogeneo a tale contesto.
- Imbarazzo: se un elemento, nonostante procuri imbarazzo alla fonte perché contrasta con la sua lettura ideologica degli eventi, viene riportato comunque significa che è storico, perchè la fonte era obbligata a riportarlo, essendo un fatto notorio. Se la fonte non è obbligata dalla notorietà presso i suoi interlocutori e pertanto può contestare alcuni eventi storici che non sono in linea con la sua visione ideologica, c’è una buona probabilità che questi eventi siano storici.
- Attestazione molteplice: le probabilità che un elemento sia storico aumentano nella misura in cui viene riportato da più fonti indipendenti le une dalle altre.
- Criterio della differenza: se un elemento non è assumibile come reinterpretazione cristiana posteriore e mantiene una sua irriducibile differenza rispetto all’ambiente culturale ed ecclesiale dei vangeli c’è buona probabilità che sia storico.
Riccione come la Galilea delle genti (Omelia III TO Anno C)
Gesù arriva sul mare di Galilea e vede i pescatori al lavoro. Chi getta le reti in mare, chi riassetta e risistema gli attrezzi del mestiere. Solo dopo Gesù rivolge loro la parola e li chiama, mostrandoci che la strada maestra dell’evangelizzatore non passa attraverso l’abuso di parole – oggi il mondo è saturo di parole e molte di esse finiscono per perdere di importanza –, ma attraverso l’ascolto e l’osservazione, perché la parola possa penetrare la vita e l’esperienza umana. Anzitutto è necessario saper ascoltare l’altro, dialogare con lui per comprenderne le fatiche e i desideri e per sentirne l’apertura di cuore a Dio, proprio dentro gli impegni quotidiani e i pensieri.
Questo è esattamente lo sguardo di Gesù, che è capace di andare oltre ad una semplice descrizione delle esperienze, per far emergere da esse una prospettiva latente. Lo sguardo di Gesù va oltre perché è in grado di vedere in ciò che i pescatori fanno una metafora di ciò che sono chiamati a diventare. Questi pescatori di pesci sono chiamati a diventare pescatori di uomini! Così ogni uomo, proprio dentro il suo mestiere, la sua occupazione o l’impegno fondamentale della sua vita manifesta i segni di una chiamata ulteriore, quella di diventare discepolo di Gesù e a sua volta evangelizzatore. La chiamata di Gesù sul lago di tiberiade, anche detto mare di Galilea, è rivolta ad ogni uomo che vive, che si impegna, che soffre e che spera, perchè ogni uomo è chiamato a diventare discepolo di Gesù ed è orientato a far parte della sua comunità che è la Chiesa
La Chiesa diviene così una rete che avvolge tutti gli uomini, di tutte le etnie e culture, i popoli, senza eccezione: la “Galilea delle genti”, dove tanti popoli di provenienze e culture diverse abitavano, almeno fin dall’VIII secolo a.C., è davvero un’anticipazione appropriata della natura universale della Chiesa.
Ma non dobbiamo pensare solo alla Chiesa universale. Anche la Parrocchia di san lorenzo e la città di Riccione sono una galilea dei popoli: albanesi, ucraini, cinesi ecc… Com’è il nostro sguardo verso di loro? Certamente diverso da quello di Gesù. Spesso li guardiamo con sospetto, spiandoli da lontano. Altre volte abbiamo lo sguardo freddo di chi analizza un fenomeno sociologico, per depurarlo da possibili paure… non è questo lo sguardo di Gesù, che contempla e vede ciò che ancora non si vede. Una Chiesa che si lasci ispirare da questo sguardo non è un osservatorio scientifico, né un agenzia di spionaggio, ma è come un porto di mare dove chi arriva, viene avvistato dalla torre di guardia ad aiutato ad approdare. Cio significa saper avvistare coloro che si avvicinano per offrire, proprio dentro ai loro percorsi geografici ed esistenziali, l’approdo del vangelo. Il primo passo è l’accoglienza.
La caritas parrocchiale ha molte coppie di stranieri: 38 famiglie di albanesi e ucraini, 35 con bambini (sono il 30 per cento del totale delle famiglie seguite), e I loro bambini sono in classe con i nostri e faranno parte di una futura generazione, italiana a tutti gli effetti…anche loro attendono il nostro annuncio di cristiani, che passa attraverso lo sguardo d’amore di Gesù.
Lettura e preghiera Mt 4, 12 – 23 (III TO Anno A)
SCHEDA PER ACCOMPAGNATORI III TO Anno A
Lettura
Dopo l’arresto del Battista, Gesù inizia la sua missione, trasferendosi a Cafarnao, presso il mare di Galilea. Questo territorio, abitato originariamente dalle tribù Israelitiche di Zabulon e di Neftali, viene definito dal profeta Isaia, “Galilea delle genti” (v. 15). Dopo la distruzione del Regno del nord e la deportazione degli Israeliti in Assiria, nell’VIII sec. a.C., il territorio dei Galilea era sempre stato caratterizzato da una certa coabitazione degli Israeliti con i popoli pagani. Secondo Matteo, il fatto che Gesù abbia iniziato il suo ministero in Galilea non è casuale, ma è accaduto perché si compisse la parola profetica di Isaia, che viene interpretata dall’evangelista come un annuncio di salvezza per tutti i popoli. L’evangelista intende in tal modo sottolineare che tutto il ministero di Gesù, dall’inizio della sua missione fino alla resurrezione, costituisce una via di salvezza non solo per Israele, ma anche per tutti i popoli (cfr. Mt 28, 16 – 20).
Da questo momento in poi Gesù incomincia a predicare che il Regno dei cieli è vicino, riprendendo l’annuncio del Battista (cfr. 3, 2). L’invito alla conversione, al cambio di mentalità è strettamente legato alla vicinanza del Regno di Dio. Ci si converte per entrare nel Regno di Dio e, viceversa, solo la vicinanza di tale Regno rende possibile la conversione stessa (v. 17).
La profezia si compie (v. 18): presso il mare di Galilea la luce di Gesù comincia a rifulgere nelle tenebre e Gesù chiama due coppie di fratelli a seguirlo, per diventare pescatori di uomini (v. 19). Nel corso del racconto evangelico Gesù li invierà ad annunciare il Vangelo, come agnelli in mezzo ai lupi (cfr. 10, 5 – 6. 16), per costruire quella rete in grado di pescare ogni sorta di pesci (cfr. 13, 47 – 48). Alla termine del vangelo l’invio di Gesù avrà una durata eterna (cfr. 28, 19), perché Gesù sarà sempre con loro fino alla fine dei tempi, mentre essi faranno discepoli tutti i popoli con la parola dell’annuncio e del sacramento. Con la chiamata di Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, inizia la sequela di Gesù che caratterizza non solo i primi discepoli, ma tutto il popolo della Chiesa (cfr. v. 25). Si tratta di lasciare il proprio padre (v. 21), per aderire a qualcosa di radicalmente nuovo, con cui Gesù trasformerà il mondo intero.
Suggerimenti per la preghiera
1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo Mt 4, 12 – 23.
3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, luce nelle tenebre, perché più lo ami e lo segua.
4. Vedo Gesù che cammina lungo il mare e vede i pescatori. Il suo sguardo raggiunge ogni uomo nelle sue attività quotidiane.
5. Ascolto la parola di Gesù: “Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini”. Il Signore mi chiama a seguirlo perché anche attraverso di me la rete del Regno di Dio posta dispiegarsi in mare e raccogliere ogni sorta di pesci.
6. Chiedo a Gesù di poter diventare anch’io un pescatore di uomini.
