Esercizio per 22 ottobre

 

  • Leggi Gn 6, 5-9, 29
  • Cosa disturba la tua coscienza in questo racconto? Lasciati interrogare dai tuoi sentimenti e non affrettarti a dare risposte preconfezionate, di sapore catechistico.
  • Metti per iscritto le provocazioni che tu percepisci alla lettura del racconto
  • Metti da parte il racconto per qualche tempo (ore, giorni). Poi rileggi il racconto spogliandoti di tutti i tuoi schemi culturali/teologici/catechistici e cerca di capire se l’intenzione del racconto è proprio quella di sollevare le domande/provocazioni che tu poni al testo.
  • Infine metti per iscritto qual’è l’intenzione dell’autore sacro nello scrivere questo racconto.

Lezione 15 ottobre

15 ottobre

  1. COMMENTO A DV 7: SCRITTURA E SCRITTURE

DEI VERBUM 7

  1. Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la Rivelazione di Dio altissimo, ordinò agli apostoli che l’Evangelo, prima promesso per mezzo dei profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona venisse da loro predicato a tutti come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale (8), comunicando così ad essi i doni divini. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Cristo vivendo con lui e guardandolo agire, sia ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello spirito Santo, quanto da quegli apostoli e da uomini a loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero per scritto il messaggio della salvezza (9).

Gli apostoli poi, affinché l’Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi « affidando il loro proprio posto di maestri » (10). Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell’uno e dell’altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com’egli è (cfr. 1 Gv 3,2).

 

La seconda lettera a Timoteo presenta Paolo consapevole di aver ormai portato a termine la sua missione di apostolo. Ora egli sente il dovere di trasmettere l’ufficio della predicazione e della custodia del deposito ( parathēkē. “bene prezioso” trad. CEI 2008 cfr. 1, 13 – 14). Non si tratta ancora di un quadro formalizzato di proposizioni vere, come il catechismo che la Chiesa ha elaborato negli ultimi secoli, ma di un impasto, un amalgama vitale tra verità di fede, trasmesse oralmente e per iscritto (cfr. inno cristologico 1, 9 – 10), e di esperienza nella fede, consolidata attraverso la prassi dei sacramenti e dei vari ministeri, nelle comunità cristiane di origine paolina. Questo deposito della fede, che scaturisce dal vangelo vissuto nelle comunità paoline, è ciò che Timoteo è incaricato di custodire, avendo come norma e modello di riferimento per la sua predicazione la parola di Paolo, ispirata alla fede e all’amore di / per Gesù Cristo.

Ci troviamo dunque ad un passaggio fondamentale della comunità cristiana, attestato nella Scrittura canonica, dalla generazione apostolica, di cui Paolo fa parte, alla generazione immediatamente successiva (cfr. anche 1 Tm; Tt). È di fondamentale importanza riflettere ulteriormente su questo passaggio e su ciò che comporta in relazione alla Scrittura stessa e alla comprensione della sua canonicità (cfr. DV 7).

In questo passaggio di consegne tra una generazione e l’altra si trasmette tutto ciò che serve a mantenere integro e custodire questo deposito della fede, ossia l’insieme delle verità e dell’esperienza consolidata di fede della comunità cristiana. Si tratta di una trasmissione vitale, che deve tenere per riferimento e modello la predicazione apostolica, che è l’elemento fondante e generativo di tale deposito. In questo processo di trasmissione diviene necessario ancorare la predicazione di colui che ha il dono dello Spirito per la preservazione del deposito, sulla Scrittura. È importante che chi ha ricevuto questo carisma di verità per l’imposizione delle mani dell’Apostolo, sappia fondarsi su una Parola che ha a che fare con lo Spirito stesso di verità, la Scrittura (cfr. 2 Tm 3, 16). “Tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui l’hai appreso e conosci le Sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” ( 2 Tm 3, 15 -16 trad. CEI 2008)

Sono due gli elementi su cui vorrei soffermarmi a proposito di questo importante versetto della lettera.

  1. L’aggettivo “ispirata da Dio”, che si può anche tradurre come “spirante Dio”.
  2. L’identità di questo termine “ tutta la Scrittura” o “ogni scrittura”.
  3. questa definizione è complessa e non facile da chiarire. L’aggettivo verbale che viene qui usato in greco può esprimere una voce passiva ma anche attiva. Se il verbo è da intendersi al passivo allora più chiaramente il termine Dio può essere un complemento d’agente, e dunque si può tradurre “ispirata da Dio”. L’autore della lettera vorrebbe qui sottolineare l’intervento attivo di Dio che ha ispirato, ha reso possibile, col dono del suo Spirito, la creazione di quest’opera letteraria. Dio sarebbe quindi il vero autore, nel senso che l’origine ultima della Scrittura si deve al lavoro del suo Spirito. Oppure si può intendere l’aggettivo verbale all’attivo, nel senso che la Scrittura è essa stessa ispirante, ossia produce in chi la legge un’ispirazione che conduce a Dio stesso. È chiaro i due significati possono essere compresenti. Proprio perché ispirata da Dio la Scrittura porta a Dio chi la legge, nell’azione dello Spirito. Insomma l’azione dello Spirito non si limita al processo che ha portato alla stesura dello scritto, ma si prolunga nell’atto stesso della lettura, in cui chi la legge è portato a conoscere Dio e ad entrare in comunione con lui (la Scrittura è come uno spartito musicale dove c’è una tradizione di composizione e una di esecuzione). Ciò significa che la Scrittura ha una caratteristica duplice: da un lato attesta una rivelazione di Dio stesso, perché è ispirata da Dio, dall’altro prolunga la comprensione di questa rivelazione nel cuore di ogni credente di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché è ispirante. Si può notare allora una concezione dinamica della Scrittura, come un fenomeno che tiene insieme la fissità di un riferimento non estendibile ad altro (essa e solo essa è Scrittura) e l’elasticità di una comunicazione continua nella storia.

Una conferma di quanto detto risiede nelle applicazioni successive del v. 16. La Scrittura infatti è utile ad insegnare, convincere, correggere ed educare alla giustizia. Si tratta di compiti di carattere morale ed “anagogico”, che fanno parte dei sensi propri della Scrittura, come più tardi il medioevo formalizzerà ( littera gesta docet, moralis quid agas, quid credes allegoria, quid speres anagogia ). È un compito che si rinnova ad ogni generazione nella Chiesa in cui l’interpretazione della Scrittura deve fare i conti con la storia e con le esigenze della cultura che in quel tempo emergono tra gli uomini, con le loro domande e i loro dubbi. Qui l’operatività spirante della Scrittura attualizza, per mezzo del carisma apostolico di verità, il deposito del vangelo per ogni tempo e ogni luogo. Qui la Scrittura diviene “anima della teologia” (cfr. DV 24), fonte del pensiero morale e ispirazione della riflessione e della missione pastorale  della Chiesa ( cfr. Verbum Domini 73).

 

  1. altro punto da affrontare è cosa intenda l’autore per tutta la Scrittura. Anzitutto bisogna segnalare che l’espressione greca non è del tutto univoca. Essa si può intendere sia in senso globale, come “ tutta la Scrittura” sia in senso distributivo, come “ogni Scrittura”, ossia ogni passo della Scrittura. La seconda modalità è tuttavia implicata nella prima, infatti non potremmo intendere ogni versetto o passo o brano della Scrittura come Scrittura stessa, se non alla luce di una comprensione sintetica della Scrittura come totalità. È importante allora riconoscere che all’epoca della redazione neotestamentaria c’è una comprensione unitaria della Scrittura, anche se non conosciamo esattamente l’estensione di questo termine. È chiaro che l’espressione in esame si riferisce all’AT, dal momento che al v. 15 si fa riferimento agli ierà grammata, ossia all’educazione infantile alle Scrittura, praticata in Israele (Timoteo era ebreo di madre) e più tardi raccomandata dalla tradizione rabbinica fin dall’età di cinque anni (cfr. Pirque Abot 5, 21). A quali libri qui si faccia riferimento non è chiaro e può essere ipotizzato solo a partire da un’indagine più approfondita sul giudaismo ellenistico del I secolo. Comunque ciò che a noi importa è che nonostante la grande varietà di questi scritti (torà, profeti, libri storici, salmi e forse l’espressione include anche i libri sapienziali) c’è una comprensione unitaria di questa realtà, che non proviene semplicemente da un’assunzione dogmatica arbitraria della comunità paolina, ma dalla tradizione ebraica: essa è non solo lettera, ma lettera sacra, essa è Scrittura.

 

Mi sembra molto importante anche per noi. Riguardo alla Scrittura siamo davanti ad una pluralità enorme di fenomeni, quanto alle lingue, alle fonti, alle tradizioni, alle traduzioni, ai generi letterari e alle culture di riferimento.

  1. Quanto alle lingue vi sono nella Scrittura almeno tre lingue (ebraico, aramaico e greco). In greco sono state scritte alcuni libri che per la Chiesa cattolica sono parte dell’Antico Testamento, come il libro della Sapienza e il Siracide (che probabilmente aveva un originale ebraico); Dn 13 – 14; Giuditta; Est 9, 20 – 32 ). In aramaico vi sono parti del libro di Esdra e del libro di Daniele ( Dn 2, 5 – 7, 28 ).
  2. Quanto alle traduzioni antiche vi è anzitutto la grande traduzione greca della LXX. Poi ci sono altre traduzioni greche del testo ebraico (o testo masoretico), denominate Aquila, Simmaco e Teodozione, e che noi siamo in grado di ricostruire grazie all’esapla di Origene. Poi ancora esistono versioni siriache e copte dell’AT. Alcuni testi, come Geremia, presentano una traduzione greca molto diversa dal testo masoretico. Di altri testi, come il Siracide, sono state ritrovate parti in ebraico, probabilmente molto vicine all’originale ebraico di cui parla lo stesso autore. Alla domanda: “quale è in questo caso il testo originale, da considerarsi come ispirato?” è difficile rispondere. Bisogna probabilmente ammettere che il “testo originale” non è mai esattamente determinabile e che l’ispirazione è un processo che coinvolge tutti i passaggi attraverso i quali il testo si costruisce e si trasmette.
  3. C’è una certa varietà nel comprendere il canone. La tradizione ebraica non ha considerato al suo interno le parti scritte in greco, pure presenti nella tradizione alessandrina della traduzione dei LXX. La tradizione cristiana ha per lungo tempo oscillato tra un canone ristretto di tipo ebraico (lista di Atanasio) e il canone allargato (lista di Agostino). Quando le comunità protestanti hanno optato per il canone ristretto la Chiesa cattolica riunita a Trento ha dogmatizzato il canone allargato.

Dal punto di vista del fenomeno, la Scrittura sembra sbriciolarsi in un insieme variegato ed estremamente disomogeneo di Scritture.

Da tutta questa complessità e varietà come può emergere l’unità del fenomeno della Scrittura?

Due sono gli elementi da sottolineare.

  1. L’unità fa parte di un processo attestato nella stessa tradizione giudaica, come sottolinea 1 Tm 3, 15 e non imposto arbitrariamente dagli Apostoli.
  2. Tenendo conto del fatto che questa stessa lettera (cfr. anche 2 Pt) è poi riconosciuta parte del canone scritturistico, allora si può dire che qui la Scrittura testimonia di se stessa di essere parte della Tradizione fondante degli Apostoli e come tale si consegna al lettore nell’atto stesso in cui la tradizione apostolica cede il passo a quella successiva. Il riconoscimento del canone non avviene fuori della tradizione.

Quindi il riconoscimento della canonicità della Scrittura, dogmatizzato definitivamente a Trento, è un’operazione che parte dall’esperienza di fede della Chiesa, radicata nella tradizione del popolo ebraico e fondata attraverso la predicazione e l’insegnamento degli Apostoli. Non si tratta di elaborare a priori un principio che permetta di distinguere ciò che è canonico da ciò che non lo è, ma di riconoscere che la storia e l’identità della Chiesa è profondamente connessa all’unità di un libro, la Scrittura, in cui la Chiesa stessa si riconosce e cresce rileggendolo alla luce della sua storia (cfr. DV 7 – 8).


  1. IL CANONE DELLE SCRITTURE
  2. 1 Canone Ebraico

Il canone dei libri sacri per gli ebrei comprende in definitiva 24 libri (il numero però diventa 39 contando separatamente i dodici profeti minori, i due Libri di Samuele, i due Libri dei Re, Esdra e Neemia, e i due Libri delle Cronache, ma il numero 24 è legato maggiormente alla tradizione).

תורה Torah (Legge):

  1. בראשית (Bereshìt, in principio) – Genesi 2. שמות (Shemòt, nomi) – Esodo 3. ויקרא (Wayqrà, e chiamò) – Levitico 4. במדבר (Bemidbàr, nel deserto) – Numeri 5. דברים (Devarìm, parole) – Deuteronomio נביאים

Nevi’im (Profeti):

 נביאים ראשונים (Neviìm rishonim, profeti anteriori)

  1. יהושע (Yehoshua) – Giosuè 7. שופטים (Shofetìm) – Giudici 8. שמואל (Samuèl) – Primo e Secondo libro di Samuele 9. ספר מלכים (sèfer malchìm – Libro dei re) – Primo e Secondo libro dei Re

נביאים אחרונים (Neviìm aharonim, profeti posteriori)

10.ישעיהו (Ysha’ihàu) – Isaia 11. ירמיהו (Yermihàu) – Geremia 12. יחזקאל (Yehzqè’l) – Ezechiele 13.

תרי עשר (Terè ‘asàr, dodici in aramaico), comprendente i libri che sono detti dodici profeti minori (o ‘dodici’ o ‘profeti minori’):

הושע (Hoshè’a) – Osea

יואל (Yoèl) – Gioele

עמוס (Amòs) – Amos

עובדיה (Obadiàh) – Abdia

יונה (Yonàh) – Giona

מיכה (Mikà) – Michea

נחום (Nahùm) – Naum

חבקוק (Habaqqùq) – Abacuc

צפניה (Zefanyàh) – Sofonia

חגי (Haggài) – Aggeo

זכריה (Zekaryàh) – Zaccaria

מלאכי (Mal’aki) – Malachia

כתובים Ketuvim (Scritti):

  1. תהילים (Tehillìm) – Salmi 15. איוב (Iòb) – Giobbe   16. משלי (Mishlè) – Proverbi

חמש המגילות (Hamesh meghillot, cinque rotoli) comprendente

  1. רות (rut) – Rut 18. שיר השירים (Shìr hasshirìm)-Cantico dei cantici  19. קהלת (Qohèlet) – Qoelet detto anche Ecclesiaste    20. איכה (Ekàh) – Lamentazioni   21. אסתר (Estèr) – Ester

22.דניאל (Dani’èl) – Daniele 23. עזרא (Ezrà) – Esdra; נחמיה (Nehemyàh) – Neemia 24. דברי הימים (Debarè hayomim – Cose dei giorni) – Primo e Secondo libro delle Cronache

Secondo la tradizione giudaica i libri sono raggruppati fino a formare appunto un totale di 24. Il numero corrisponde alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico, a ognuna delle quali corrisponde un libro (א Genesi, ב Esodo…). La yod י, iniziale del nome di Dio, è associata a 3 libri.

 

  1. 2 Canone greco

Le prime comunità cristiane hanno usato, nel culto liturgico e come riferimento per la compilazione dei testi del Nuovo Testamento, la traduzione greca dell’Antico Testamento (termine coniato dalla tradizione cristiana) iniziata ad Alessandria d’Egitto nel III secolo a.C. e terminata nel I secolo a.C. La maggioranza delle citazione dell’Antico Testamento presenti nel Nuovo Testamento seguono la Settanta greca.

La Settanta comprende anche altri testi prodotti nella diaspora alessandrina complessivamente tra il IV-I secolo a.C. chiamati nella tradizione cattolica deuterocanonici (apocrifi in quella protestante, che non li comprende all’interno del suo canone). Il numero complessivo dei libri dell’antico testamento tradizione cattolica – ortodossa è di 46.

I libri deuterocanonici sono: Giuditta; Tobia; Primo libro dei Maccabei; Secondo libro dei Maccabei; Sapienza (Ultimo libro dell’Antico Testamento); Siracide; Baruc; Lettera di Geremia; aggiunte a Daniele (Susanna; Bel e il Dragone ); aggiunte a Ester; Odi; Salmi di Salomone.

Anche la disposizione dei libri è diversa nella Settanta:

Genesi; Esodo; Levitico; Numeri; Deuteronomio

Giosuè; Giudici; Rut; I-II-III-IV Re; I – II Paralipomeni (o libri delle Cronache); Esdra I (Deuterocanonico); Esdra II (Esdra – Nehemia); Ester; Giuditta; Tobia; I – II – III – IV Maccabei.

Salmi; Odi; Proverbi; Ecclesiate; Cantico; Giobbe; Sapienza di Salomone; Siracide; Salmi di Salomone; Osea; Amos; Michea; Gioele; Abdia; Giona; Nahum; Abacuc; Sofonia; Aggeo; Zaccaria; Malachia; Isaia; Geremia; Baruch; Lamentazioni; Lettera di Geremia; Ezechiele; Susanna; Daniele; Bel e il Dragone.

Qualche osservazione ulteriore: Giosuè – Giudici – I – II – III – IV Re, non sono considerati nell’ambito della raccolta profetica, ma sono considerati libri storici. I profeti sono posti al termine di tutta la raccolta e il libro di Daniele è considerato profetico e chiude tutta la raccolta con un accento di carattere apocalittico. III – IV Maccabei; Esdra I;  Odi; Salmi di Salomone non sono stati accolti nel Canone Cattolico del Concilio di Trento.

 

3.3. Canone del Nuovo Testamento

A partire dal IV secolo questo è l’elenco dei 27 testi accolti nel NT secondo tutte le confessioni cristiane:

Vangelo secondo Matteo; Vangelo secondo Marco; Vangelo secondo Luca; Vangelo secondo Giovanni

Atti degli Apostoli

Lettere di Paolo: Lettera ai Romani; Prima lettera ai Corinzi; Seconda lettera ai Corinzi; Lettera ai Galati; Lettera agli EfesinI; Lettera ai Filippesi; Lettera ai Colossesi;  Prima lettera ai Tessalonicesi; Seconda lettera ai Tessalonicesi; Prima lettera a Timoteo; Seconda lettera a Timoteo; Lettera a Tito; Lettera a Filemone

Lettere cattoliche: Lettera agli Ebrei (attribuita da diversi autori antichi a Paolo);  Lettera di Giacomo; Prima lettera di Pietro; Seconda lettera di Pietro; Prima lettera di Giovanni; Seconda lettera di Giovanni; Terza lettera di Giovanni; Lettera di Giuda; Apocalisse di Giovanni.

Lutero considerò la lettera agli Ebrei, le lettere di Giacomo, di Giuda e l’Apocalisse di qualità inferiore dal punto di vista canonico.

 

3.4 Significato degli aggettivi seguenti: anonimo, apocrifo, autentico e pseudoepigrafo in rapporto agli scritti del NT.

Uno scritto è detto anonimo se l’autore di esso non è conosciuto. Ad esempio la lettera agli Ebrei, anche se da una tradizione tarda è stata attribuita a Paolo, in realtà è uno scritto anonimo.

Uno scritto è detto apocrifo se non ne è riconosciuto il carattere ispirato da parte della Chiesa e pertanto è escluso dal canone della Scrittura. Ad esempio la lettera di Clemente romano ai Corinzi, che nei primi secoli della Chiesa faceva parte degli scritti letti in Chiesa per la liturgia e veniva indicata negli elenchi dei libri considerati sacri, come ad esempio nel canone muratoriano, è un documento apocrifo.

Uno scritto è detto pseudoepigrafo se, pur essendo stato scritto da un’autore anonimo, è stato per volontà dello stesso autore attribuito alla paternità di un altro autore importante, come un apostolo. Le lettere agli Efesini e Colossesi, come pure 2 Ts sono pseudoepigrafe, perché attribuite a Paolo da autori posteriori che si sono posti sotto la paternità dell’apostolo. Anche Apocalisse è uno scritto pseudoepigrafo…

Un documento è detto autentico se non vi sono motivi sufficienti per ritenere che l’attribuzione tradizionalmente tramandata sia da considerarsi discutibile e dunque la paternità dello scritto è universalmente accettata. La lettera ai Romani, così come Gal, 1 Ts, 1 – 2 Cor, Fil, Fm sono considerati scritti autentici.

 

  1. 5 Cenni di critica del testo e problema della traduzione (G. Fischer Conoscere la Bibbia. Una guida all’interpretazione. EDB 2013, 20 – 25).

 

Es 3, 16 ebraico אֱלֹהֵ֧י אַבְרָהָ֛ם יִצְחָ֥ק וְיַעֲקֹ֖ב : Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe

Es 3, 16 LXX: θεὸς Αβρααμ καὶ θεὸς Ισαακ καὶ θεὸς Ιακωβ : Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe

 

Qual è la versione più probabilmente originaria?

La versione greca non differisce da ciò che appare in 3, 6. 15, dove il termine “Dio” (theòs; elohim) viene ripetuto.  Essa si può spiegare come un armonizzazione di 3, 16 rispetto a 3, 15.

La versione ebraica è dunque più breve ed è più difficile da spiegare la sua eventuale derivazione da una versione simile alla LXX. Quindi la versione ebraica è probabilmente più originaria.

 

 

La traduzione e i suoi problemi

  WTT Isaiah 7:14 לָ֠כֵן יִתֵּ֙ן אֲדֹנָ֥י ה֛וּא לָכֶ֖ם א֑וֹת הִנֵּ֣ה הָעַלְמָ֗ה הָרָה֙ וְיֹלֶ֣דֶת בֵּ֔ן וְקָרָ֥את שְׁמ֖וֹ עִמָּ֥נוּ אֵֽל׃

14  διὰ τοῦτο δώσει κύριος αὐτὸς ὑμῖν σημεῖον ἰδοὺ ἡ παρθένος ἐν γαστρὶ ἕξει καὶ τέξεται υἱόν καὶ καλέσεις τὸ ὄνομα αὐτοῦ Εμμανουηλ (Isa 7:14 BGT)

NAS  Isaiah 7:14 “Therefore the Lord Himself will give you a sign: Behold, a virgin will be with child and bear a son, and she will call His name Immanuel.

TOB  Isaiah 7:14 Aussi bien le Seigneur vous donnera-t-il lui-même un signe: Voici que la jeune femme est enceinte et enfante un fils et elle lui donnera le nom d’Emmanuel.

EIN  Isaiah 7:14 Darum wird euch der Herr von sich aus ein Zeichen geben: Seht, die Jungfrau wird ein Kind empfangen, sie wird einen Sohn gebären, und sie wird ihm den Namen Immanuel (Gott mit uns) geben.

L45  Isaiah 7:14 Darum so wird euch der HErr selbst ein Zeichen geben: Siehe, eine Jungfrau ist schwanger und wird einen Sohn gebären, den wird sie heißen Immanuel.

propter hoc dabit Dominus ipse vobis signum ecce virgo concipiet et pariet filium et vocabitis nomen eius Emmanuhel

(Isa 7:14 VUL)

Cei 2008: 14Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.

 

Il testo ebraico riporta presumibilmente la versione più originale. Infatti è possibile spiegare la traduzione parthenos della LXX come una lettura che porta alle estreme conseguenze la tonalità messianico/escatologica del testo. Viceversa è più difficile spiegare perché il testo ebraico sia stato modificato, sostituendo betulah (vergine) con almah (giovane donna). Girolamo lo spiega ammettendo una modifica tardiva di alcuni masoreti, in senso anti-cristiano. Ma se la modifica fosse stata così tardiva, sarebbero pervenute a noi alcune varianti con il termine betulah. La spiegazione di Girolamo è piuttosto improbabile.

 

Ci sono traduzioni più attente al senso letterale del testo ebraico, che presumibilmente è la versione originale e traduzioni più attente al “senso pieno” del testo, alla luce della traduzione LXX e del NT. Non c’è una traduzione “migliore” dell’altra!!

 

Lezione 8 ottobre

Lezione 8 ottobre

 

  1. COMMENTO A DEI VERBUM 13: PAROLA DI DIO IN PAROLE UMANE

DEI VERBUM 13

  1. Nella sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l’ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza, « affinché possiamo apprendere l’ineffabile benignità di Dio e a qual punto egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia adattato il suo parlare» (27). Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo.

 

1.1 Il mondo del testo e l’atto del leggere come rifigurazione. La struttura comunicativa del testo (cfr. G. Fischer Conoscere la Bibbia. Una guida all’interpretazione. EDB 2013, 117 – 128).

Che cos’è la Bibbia? Questa domanda è il punto di partenza del nostro percorso di introduzione.  Quando abbiamo il libro in mano, ci sembra di sapere esattamente cosa sia una bibbia. Eccola qui in mano, se è un’edizione tascabile può tranquillamente essere tutta contenuta nel palmo della mia mano. Tuttavia possiamo approfondire un po’ questo oggetto, magari aprendolo e leggendo le prime pagine.

Leggere: non si può parlare della Bibbia senza far riferimento ad un lettore e ad un atto di leggere, proprio perché si tratta di un libro, e un libro non coincide mai con un insieme di pagine di carta, quello è solo un supporto mnemonico. Infatti se dicessimo che il libro coincide sol supporto mnemonico di carta, un libro letto su un kindle non è più tale.  Inoltre una stessa edizione di un determinato libro, come ad esempio i fratelli karamazov di Dostoevskij, può avere centinaia di migliaia di copie.

Allora il libro non può banalmente coincidere con un supporto cartaceo o informatico. Un libro è molto di più. È un evento di comunicazione che coinvolge un autore e più lettori, reso possibile da un insieme di riferimenti (lettere, parole, segni grafici, grammatica, sintassi, retorica, scelte narrative) che costituiscono la scrittura. Allora c’è un autore, che con le sue scelte narrative e stilistiche intende coinvolgere il lettore, fargli fare un percorso, suscitandogli sentimenti e comprensioni nuove, per trasformarlo. Naturalmente si tratta di un lettore che l’autore stesso ha in mente (implicito), lettore dotato di un bagaglio di conoscenze e di una mentalità precisa. Poi c’è un testo che è un insieme di riferimenti, che contengono un mondo (il mondo del testo), al quale si può accedere solo decodificandoli. E c’è un lettore reale che nella misura in cui si lascia coinvolgere in questo mondo del testo, lo comprende e si comprende davanti ad esso. Attraverso cosa avviene tale comprensione? Attraverso l’atto di lettura. Il problema, specie con i testi antichi, è che il lettore spesso non è dotato di tutti i requisiti che l’autore vorrebbe che egli avesse per capire la sua opera (scarto tra lettore implicito e lettore reale). Qui è tutta la difficoltà della lettura che è un’ interpretazione, sempre più complessa a mano a mano che i mondi culturali di autore e lettore sono distanti.

Vedete allora che cosa complessa è un libro, esso è sempre un evento di comunicazione!

Riassumendo: un libro non si identifica con il suo supporto cartaceo (tra l’altro se così fosse, gli e-book non sarebbero libri!), ma è qualcosa di più, è un evento di comunicazione che avviene tra un autore e una comunità di lettori.

Questo evento di comunicazione viene iniziato dall’atto della scrittura da parte dell’autore e si compie con l’atto della lettura da parte del lettore.

C’è infatti un autore reale, storico, che noi conosciamo come persona fisica, ma c’è anche un autore che noi conosciamo solo e limitatamente alle scelte che egli fa all’interno del testo che ha scritto. Si tratta dell’autore implicito.

Il lettore può essere costituito dalle persone che leggono il libro, ma anche, anzitutto, dall’idea di lettore che l’autore ha in mente quando scrive il suo libro. Ogni autore ha in mente, anche inconsapevolmente, un destinatario, quando scrive un opera.  Quest’ultimo è il lettore implicito.

Perché l’evento di comunicazione tra autore reale e lettore reale accada occorre che il lettore reale si avvicini sempre più al lettore implicito, alle sue conoscenze e aspettative, per poter comprendere l’intenzione dell’autore.

Per fare un esempio all’inizio del Vangelo di Luca l’evangelista dichiara di rivolgersi ad un certo Teofilo, che è un nome simbolico, indicante “colui che ama Dio”. Dunque il lettore implicito di quest’autore deve avere una caratteristica: quella di essere alla ricerca amorosa di Dio. Quei lettori reali che si conformano a questa caratteristica, non importa se siano giudei o greci o appartenenti alla cultura moderna, avranno la chiave di accesso più importante per entrare nel Vangelo.

Quali altre condizioni comuni tra autore e lettore sono necessarie perché si accenda l’evento comunicativo? Ricoeur ne descrive tre: prefigurazione, configurazione, rifigurazione.

 

1.1.1. la prefigurazione

Il lettore può approcciarsi al testo, perché condivide con il testo stesso e con il suo autore reale e implicito alcuni livelli profondi di significato, che possono essere descritti nei termini della semantica dell’azione, del simbolismo e  della temporalità.

Semantica: ogni racconto presuppone da parte del narratore e del suo uditorio una familiarità con termini quali agente, fine, mezzo, circostanza, aiuto, ostilità, cooperazione, conflitto, successo, scacco… Per esempio in Lc 18, 35 – 43, il racconto del cieco di Gerico, l’agente è il cieco stesso e il fine è la sua guarigione, il mezzo è la parola di Gesù e la circostanza è il passaggio di Gesù. L’ostilità è costituita dal tentativo della folla di farlo tacere, ma quella stessa folla diventa cooperatrice non appena Gesù si ferma e ordina che il cieco gli venga portato.  Il successo non è costituito solamente dalla guarigione del cieco, ma molto più dalla sua sequela di Gesù.

Poi il racconto aggiunge gli aspetti discorsivi che lo distinguono da una semplice successione di frasi di azione.  Sono aspetti sintattici che introducono l’ordine diacronico di ogni storia raccontata, plasmati attraverso regole di composizione.  Nel nostro caso, ad esempio, il narratore mette al principio le circostanze, mostrando con i verbi all’imperfetto due azioni continuate e contemporanee, ossia il cammino di Gesù verso Gerico e l’attività di accattonaggio del cieco lungo la strada per la quale, s’intende, sarebbe passato Gesù. L’incontro tra il cieco e Gesù non avviene però subito, ma è ritardato da un dialogo con la folla, che prima annuncia al cieco il passaggio di Gesù e poi lo rimprovera per farlo tacere. Solo la parola di Gesù permette al cieco di trasformare l’ostacolo della folla in un mezzo per arrivare velocemente da Gesù. La stessa parola di Gesù, nel dialogo finale con il cieco, non solo gli ridona la vista, ma trasforma definitivamente l’ex – cieco in un discepolo che glorifica il Signore. Al termine la stessa folla, che era testimone, da lode a Dio.

 

Simbolica: se l’azione può essere raccontata vuol dire che è articolata in segni, regole e norme, ossia essa è da sempre mediata simbolicamente. Il simbolismo è incorporato nell’azione e decifrabile dall’azione. Ad esempio è molto chiaro che nel Vangelo di Giovanni la crocefissione è pensata come un innalzamento, e siccome Gesù è presentato come re, l’azione di crocifissione è simbolicamente una vera e propria intronizzazione del re (Gv 19, 17 – 21). Ogni azione, anche banale, non si può comprendere, se non in un contesto simbolico di descrizione. Gettare delle monete nel tesoro del tempio implica un certo rapporto con Dio, mediato attraverso un luogo sacro (cfr. Mc 12, 41 – 44) . Se poi si tratta del tempio di Gerusalemme, dove nel santo dei santi c’è la kappòret, o espiatorio, dove  entra il sommo sacerdote nel giorno jom kippur per fare l’espiazione dei peccati del popolo, allora quel gesto di gettare una moneta, assume un valore simbolico molto più forte che non una semplice donazione. In questo contesto la monetina gettata dalla vedova, che ha dato tutto quanto aveva, in contrasto con le molte monete che costituivano il superfluo dei ricchi, diviene il simbolo del vero culto a Dio, che ottiene la remissione dei peccati, ossia l’offerta di tutta la vita. Dal punto di vista della norma formale si tratta di due azioni identiche, perché entrambi soddisfano un precetto legale, ma dal punto di vista interiore la valutazione è opposta.

Temporalità: secondo Ricoeur la nostra stessa esistenza può essere raccontata perché avviene nel corso del tempo. Infatti da quando nasciamo, ci troviamo gettati dentro alle cose, e la nostra esistenza si sviluppa  prestando ad esse la nostra cura. Ciò determina in noi il senso del tempo. I nostri ricordi, le nostre attese per il futuro determinano il nostro presente e nella coscienza del presente sono come concentrati il passato e il futuro. La struttura della nostra coscienza è temporale, e così non possiamo descrivere la nostra vita se non raccontando, cioè distribuendo nel tempo gli eventi e rileggendoli tramite le attese e i desideri del presente.

Nel primo libro di Samuele (1 Sam 1 – 2, 13) il narratore racconta di una moglie amata dal marito ma privata della possibilità di avere figli, Anna. Dalle attese smentite di questa donna e dal rapporto conflittuale con l’altra moglie, Peninna, nasce la preghiera di Anna al tempio di Silo. Il dramma della maternità mancata della moglie amata e della maternità favorita di quella meno amata riproduce i tratti della storia di Giacobbe, Rachele e Lea. Al momento in cui Anna viene esaudita esplode in un cantico, che nel tempo presente rielabora tutto il passato della sua vita e della storia della salvezza e loda l’agire paradossale di Dio: “l’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore”.

In questo racconto c’è la densità semantica della maternità mancata, esperienza universalmente conosciuta nella culture del mondo. Essa acquista un valore simbolico di fondo, perché è connessa con la fecondità dell’uomo come benedizione di Dio. Infine emerge chiaramente la temporalità dell’esperienza umana nella lode, che è nello stesso tempo puntuale (ringraziamento per l’esaudimento di una preghiera particolare) e universale (esprime l’attesa e la lode di ogni credente in ogni istante della sua vita).  Ciò che sta al fondo dunque di ogni narrazione sono gli elementi costituivi dell’agire umano.

 

1.1.2 la configurazione

Configurare è  l’opera  del narratore, che fa integrazione tra eventi singoli e la storia intesa come un tutto. Infatti l’atto poetico – narrativo   da una successione di eventi ricava una figura, con un preciso intento narrativo, che si comprende definitivamente solo al termine della narrazione stessa. Alla luce del finale la storia fornisce il punto di vista a partire dal quale essa può essere vista come un tutto (cfr. importanza dell’atto di ri – raccontare). Nel riraccontare leggiamo la fine nell’inizio e l’inizio nella fine, leggiamo il tempo cominciando dalla fine. I Vangeli sono stati scritti partendo dalla fine di Gesù, ossia dal suo mistero di passione – morte e resurrezione e così si devono rileggere, ossia come la storia dell’uomo Gesù di Nazareth, che si è manifestato come figlio di Dio nei suoi miracoli e in particolare nella sua morte in croce e resurrezione (cfr. Mc 1 e At 3, 32 – 36).  La Bibbia come racconto globale rilegge la Genesi nel prologo al vangelo di Giovanni e nella figura dei cieli nuovi e della terra nuova nell’Apocalisse.  Quindi tutta la narrazione biblica è racconto di una nuova creazione che sta avvenendo e che si compirà al termine della storia.

Questa operazione di configurare, dare una figura, produce il testo, e il testo garantisce due autonomie.

Il testo diventa, una volta configurato, autonomo rispetto all’autore stesso. Quello che conta è che l’attenzione va sulla cosa, non su chi l’ha fatta. Sappiamo qualcosa di Luca, poco di Matteo, ben poco di Marco. Dell’autore del Quarto Vangelo non sappiamo ben indicare l’identità, anche se è in qualche modo connessa con l’apostolo Giovanni. Ma questo non è un problema, dal punto di vista esegetico, perché a noi non interessa conoscere l’autore reale, ma l’autore del Vangelo per come egli si presenta attraverso la sua opera letteraria, per le scelte che fa in essa, quello che abbiamo già definito l’autore implicito. Il testo inoltre può essere riletto in altre circostanze storiche e produrre degli effetti diversi da quelli con cui è nato nell’intenzione dell’autore. L’Amleto di Shakespeare è, nell’intenzione del suo autore, un uomo imbelle e indeciso che trascina alla rovina il suo regno. Solo in epoca romantica verrà riletto in una chiave affascinante, come l’uomo misterioso, simbolo dell’enigma umano. La giustificazione di Abramo in Rm 4, dovuta alla fede indipendentemente dalle opere (della legge), diviene nella rilettura agostiniana, in antitesi al pelagianesimo, una polemica contro le opere umane e la loro possibilità di dare salvezza. Per comprendere un testo, particolarmente quando è antico e importante, è necessario conoscere anche la storia dei suoi effetti, perché essa ci condiziona nell’interpretazione del testo stesso.

C’è poi una seconda autonomia prodotta dalla configurazione: il testo configurato si rende autonomo dalle condizioni sociologiche, storiche, culturali  e ciò garantisce la sua leggibilità illimitata.  Questo non significa abbandonare l’approccio storico, anzi significa capire che il discorso non può che passare attraverso le strutture storiche dell’opera. Non possiamo comprendere i racconti della passione di Gesù senza far riferimento alla storia della Palestina del I secolo d.C., alla dominazione romana e ai poteri affidati al sinedrio. Tuttavia, proprio attraverso questa storia particolare il racconto produce un significato più generale e autonomo da essa, che è destinato al lettore di ogni epoca. Come dicevamo poco più sopra, il lettore implicito del Vangelo di Luca è un Teofilo, uno che ama Dio. Certamente egli pensa ad un cristiano convertito dal paganesimo, che parla e comprende la lingua greca, ma tutti gli uomini che aprono il loro cuore a Dio sono in realtà destinatari della sua opera, in ogni tempo e in ogni luogo. Ad un lettore implicito corrispondono infiniti lettori reali, proprio per questa capacità dell’opera di comunicare in termini universali.

 

1.1.3 la rifigurazione

La rifigurazione o mimesi III mette a tema l’ incontro tra mondo del testo e mondo del lettore reale.  Da un lato i paradigmi recepiti strutturano le attese del lettore e lo aiutano a riconoscere la regola formale, il genere o il tipo esemplificati mediante la storia raccontata. Se è un racconto di sapienza mi aspetto un insegnamento (cfr. Giona 4, 10 – 11) , se è una preghiera di supplica mi aspetto  la segnalazione del pericolo, l’invocazione, l’esaudimento e il ringraziamento (cfr. Sal 31). Se è una lettera mi aspetto un saluto iniziale, una presentazione dei temi da comunicare, una trattazione e una conclusione in forma di saluto (cfr. Rm).  Sono generi letterari, si formano in relazione ad una cultura e società e d’altra parte sono abbastanza generali da includere diversi tipi ed evoluzioni culturali. Essi forniscono linee direttrici per l’incontro tra il testo e il suo lettore. Così l’atto del leggere accompagna la configurazione del racconto e attualizza la sua capacità di essere seguito.  Il testo diviene opera solo nell’interazione tra testo e lettore. Nel corso della lettura, poi, alcune regole formali, e quindi alcune attese del lettore, possono essere smentite. Nell’episodio della samaritana ( Gv 4 ) l’incontro tra un uomo e una donna al pozzo fa pensare alle vicende matrimoniali dei patriarchi e di Mosè (cfr. Gen 24; Gen 29; Es 2). Ma questa attesa viene smentita, perché non segue nessun matrimonio, e anzi la Samaritana si trasforma in una testimone del messia – Gesù e ciò non è senza significato per l’interpretazione del racconto.

Ogni evento di discorso è un evento di comunicazione con altri di un’esperienza che ha il mondo per orizzonte. Il lettore quindi riceve il mondo che l’opera dispiega dinanzi a se. Ciò significa che ogni racconto non intende comunicare in primo luogo un contesto storico – culturale ma il mondo della vita, l’esserci dell’uomo nella storia (essere-nel-mondo). Per riprendere l’esempio dei racconti della passione e morte di Gesù, essi non sono scritti per raccontare l’esecuzione della sentenza di condanna a morte come cospiratore politico di un innocente ebreo di galilea proveniente da Nazareth (sfondo storico) ma per comunicare l’esperienza di fede dei discepoli a contatto con il mistero storico della morte del messia. I testi della passione non sono semplicemente descrittivi, ma dispiegano un mondo vitale, quello della fede della prima comunità cristiana nel messia crocifisso e risorto e il lettore è chiamato a esplicitare questo stesso movimento di fede attraverso le interazioni dei personaggi lungo il processo e sotto la croce.  Quindi la rifigurazione dell’opera mira non solo a restituire l’intenzione dell’autore nascosta dietro al testo, ma anche ad esplicitare il movimento grazie al quale un testo dispiega un mondo e interpretare dunque è esplicitare questo essere-nel- mondo, nel caso della Bibbia, l’esserci proprio della fede.

Il testo propone una modalità di essere nel mondo che deve essere colta dal lettore, perché diventi occasione di attivare per se un processo di liberazione. Infatti nell’incontro tra il testo e il suo lettore viene plasmata una nuova capacità di immaginare il mondo, nuove lenti con cui guardare la realtà ordinaria in un processo di maggiore libertà.  Il potere dell’immaginazione rende possibile una nuova configurazione narrativa dell’esperienza umana e attraverso la lettura dell’opera nuovi significati rendono più ricca e complessa e soprattutto libera la capacità di leggere gli eventi della vita e di pensare possibilità future. Per tornare all’esempio dei racconti della passione, attraverso la rifigurazione il lettore accede al mondo della fede della comunità cristiana e viene arricchito di nuove e inaudite prospettive di senso, in grado di far comprendere le inesauribili risorse di vita della resurrezione, proprio dentro i cammini della sofferenza e le situazioni apparentemente senza via d’uscita. La sapienza paradossale della croce diviene esperienza rifigurata nell’esistenza del lettore dei Vangeli.

Anche nelle parabole di Gesù, come quella del seminatore, e nei suoi insegnamenti il lettore, attraverso la sua rifigurazione è incoraggiato a leggere la realtà alla luce della logica sovrabbondante e gratuita del Regno di Dio. Non si tratta di fornire banali applicazioni delle parabole e dei discorsi, che possono scandalizzare o risultare moralistiche, ma di compiere un percorso di senso che, mettendo in crisi il senso comune, che predica la giustizia retributiva, semini nell’esperienza il germe di quella Parola, che è in grado di trasformare la vita nella logica del dono (cfr. Mt 5, 38 – 48).  Il lettore può leggervi la sua stessa vita, come un seme che nascosto e umile, è in grado di germogliare e dare frutto per la potenza del dono di Dio.

La rifigurazione comporta quindi non solo comprendere il testo ma anche comprender-si davanti al testo. L’atto interpretativo non giunge a pieno compimento se non in quest’ultimo stadio che comporta una trasformazione del lettore, della sua vita, della sua mentalità, e del suo modo di vivere e comprendere la sua esistenza. A questa trasformazione puntano i racconti biblici.

 

 

1.2 Parola di Dio in parole umane

Per accedere correttamente al mondo del testo, il lettore ha come unica mediazione il testo stesso, con le sue strutture letterarie e il contesto storico in cui è nato.

Quindi il lettore ha il compito di passare attraverso il testo, con le sue strutture letterarie e storiche, per esplicitare il mondo di questo testo e comprendersi davanti ad esso. Nel caso del testo biblico ciò comporta una particolare complessità.

Il mondo del testo biblico infatti è l’esperienza del Dio di Israele che si rivela nel mistero pasquale di Cristo, e questo mondo del testo, profondamente in relazione con i significati storici e culturali in cui la Parola di Dio si è progressivamente incarnata, è connesso con l’intenzione ultima con cui la comunità credente ha inserito nel canone quel testo particolare. Essa infatti ha riconosciuto in un testo particolare, scritto forse con finalità inizialmente specifiche e ben contestualizzate (senso letterale), quel mondo della vita che solo lo Spirito può suscitare.

Allora la Bibbia è un oggetto complesso, duplice, perché è parola di Dio, suscitata dallo Spirito, e insieme parole di uomini. Anzi potremmo meglio dire che la Bibbia è Parola di Dio in parole umane. Già, perché nella Bibbia non accade affatto che alcuni passi sono dettati da Dio e altri sono semplicemente umani, ma proprio nel processo di organizzazione del libro, che ha comportato il lavoro di una molteplicità di autori umani, prende “carne” la Parola di Dio.   La Bibbia è certamente Parola di Dio, ma in parole umane, perché la Parola di Dio non si dà se non passando attraverso quelle parole di uomini, unificate da un’azione profonda di ispirazione divina che le accomuna in un organismo unico, vario e complesso, che è la Sacra Scrittura (DV 11).

Secondo quando già affermava Origene, il carattere duplice e complesso della Scrittura ha un analogato principale, una pietra di paragone nel mistero stesso di Cristo. Gesù ha infatti una natura umana, è un uomo come tutti noi, con un corpo e un anima umana, con la necessità di mangiare e bere e dormire, e con una modalità di comprensione e memorizzazione propriamente umana. Come tale la natura umana di Gesù è limitata, è soggetta a vincoli precisi nello spazio e nel tempo, e alla debolezza di essere soggetta al potere e alla violenza degli uomini.  Ma nello stesso tempo nella natura umana di Gesù risplende la pienezza della divinità del verbo di Dio, come ci insegna Giovanni: “Il verbo si è fatto carne”. Nell’unica persona divina che è il Figlio di Dio sono unite la natura divina e quella umana, senza confusione ma anche senza separazione.

Questo vale per analogia anche per la Scrittura Sacra (cfr. DV 13). Essa è umana, fatta cioè di autori umani, che scrivevano secondo la mentalità e le limitazioni del loro tempo, che erano influenzati da certe letterature e sapienze delle culture con cui erano entrati in contatto e che avevano alcune forme letterarie e un ambiente di vita, che poteva essere il tempio, la corte o i circoli profetici e sapienziali o ancora le prime comunità cristiane per il NT. Così i Salmi appartengono a tutti gli effetti al genere letterario della poesia, le storie dei giudici sono delle saghe legate a tradizioni di eroi tribali e guerrieri, il levitico è un codice legale, i proverbi sono delle collezioni di detti sapienziali, il corpo paolino è costituito da lettere originariamente realmente inviate, la lettera agli ebrei è un trattato di esegesi, l’Apocalisse appartiene al genere letterario detto appunto “apocalittico” (cfr.).  È ancora chiaro che per comprendere al meglio l’AT è necessario approfondire lo sfondo culturale e religioso dei popoli del medio oriente antico, all’interno del quale si situa il popolo ebraico e la sua matrice culturale e religiosa, perché la Scrittura Sacra è storicamente influenzata da prestiti da prestiti culturali e opera una mediazione dell’esperienza soteriologica (di salvezza) che la caratterizza all’interno di questi elementi culturali. Quindi non si può comprendere la Scrittura se come opera umana, soggetta ai condizionamenti storici.

D’altra parte però la Scrittura è stata scritta, pregata e riscritta da un’intero popolo, il popolo di Israele, che vi si rispecchia in tutta la sua esperienza di fede, e in ultima analisi dalla Chiesa, popolo di Dio della nuova Alleanza. Tutta la Scrittura assume dunque un carattere unitario, perché è norma della fede della Chiesa (analogia della fede cfr. DV 12), ed è da considerarsi in quanto tale come parola di Dio nata nella fede e scritta per la fede del popolo di Dio. Questo è l’elemento divino della Scrittura, come la natura divina della persona di Cristo.

 

Se la Scrittura ha dunque questo carattere complesso, come la si deve leggere e studiare, per rispettarne e comprenderne la complessità?

Sosteneva Romano Guardini che ogni metodo che voglia essere “scientifico” deve essere adeguato al suo oggetto. Non si può studiare la società e l’economia come se fossero enti fisici, dunque con i soli strumenti matematici, ma bisogna integrare strumenti in grado di tener conto dei valori e della cultura umana.

Allo stesso modo per studiare la Bibbia in modo scientifico, ossia rispettando assolutamente la natura particolare di tale oggetto, è necessario studiarla come un insieme di testi di letteratura, tenendo conto della loro storia, delle loro fonti e della loro forma letteraria. Se studio un Salmo che è poesia, devo tener conto che la forma comunicativa, ossia il genere letterario con cui mi perviene è quello di un testo poetico, per cui non gli chiederò l’esattezza di una norma legale, né la precisione temporale di un testo narrativo o storico (es Sal 19: non parla del funzionamento del mondo!). Se invece mi trovo davanti ad un racconto, come ad esempio nei libri di Samuele, dovrò indagare tutte quelle strategie narrative che un bravo autore sa mettere in campo per “intrigare” il lettore ed educarlo al senso profondo della sua storia (cfr. 1 Sam 1 – 2: Domande inutili: Eli è veramente esistito? L’offerta di un giovenco di tre anni, un efa di farina e un otre di vino è in linea con le disposizioni della legge? Oppure su Gs 10, 12: il sole si è fermato veramente?). Se, come in Qohelet, mi trovo davanti ad un testo di sapienza, cercherò di capirlo alla luce delle caratteristiche dei testi di natura sapienziale e non di trattati “scientifici” (Qo 3, 18 – 19. Non è una descrizione “scientifica” dell’uomo. Cfr. anche Gn 1 – 2 e disputa sul “creazionismo”).

Ma il lavoro per un esegeta non si ferma qui. Per essere “scientificamente” corretti, dinanzi al testo biblico, dobbiamo essere consapevoli che ognuno di questi testi, originati in un certo ambiente vitale, caratterizzati da una certa storia e forma letteraria, ci sono pervenuti tramite il loro inserimento in un canone che conferisce loro un’identità e un senso in ordine all’esperienza di fede del popolo di Dio, che li ha scritti, letti, pregati e che in essi vi si riconosce. C’è un principio strutturante, orientato finalisticamente, che mette i testi in una serie ( cfr. Is 7, 14; Mt 1, 23), fino al loro compimento, anche al di la delle intenzioni originarie dell’autore e secondo l’esperienza di fede del popolo di Dio, che rilegge il testo dentro alla sua storia di fede. Il progetto originario di questo fenomeno non può appartenere chiaramente ad un uomo, ma a Dio. Questo significa allora che nel “metodo” dell’esegeta, insieme alle metodologie filologiche e letterarie, ci deve essere un’interrogazione radicale di “senso” che proviene dalla sua apertura alla fede biblica. Essa non si colloca a lato delle operazioni esegetiche, come se fosse una operazione ulteriore accanto alle altre, ma deve informarle tutte come un principio di sintesi che suscita le domande da porre al testo, e organizza in una chiave unitaria possibili risposte attraverso l’uso corretto delle metodologie. Si tratta di una convergenza ultima dei dati, di un “senso illativo”, direbbe Newman, che scaturisce da un’organizzazione complessa di dati senza ridursi ad essere semplicemente la somma di essi.

 

Il giovane ricco -Lettura popolare XXVIII TO Anno B (Mc 10, 17-31)

 

Lettura popolare XXVIII TO Anno B Mc 10, 17 – 31

 

Mc 10, 17-31

Il giovane ricco

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

 

La liturgia presenta il cosiddetto racconto del “giovane ricco”, anche se è la versione di Matteo a precisare che si tratta di un giovane e non quella di Marco.  Che si tratti di un giovane, lo si può immaginare anche dall’elenco dei comandamenti, che rispetto ad Es 20, 12 – 16, sono invertiti, all’ultimo posto, ossia in posizione di rilievo rispetto a tutti gli altri, si trova il comandamento dell’onorare il padre e la madre (v. 19).  Inoltre si può notare che qui sono citati solo i comandamenti verso il prossimo, ma non quelli verso Dio. Eppure, dice Gesù, solo Dio è buono, ossia questi comandamenti si reggono sulla rivelazione di Dio, che ha amato per primo Israele e lo ha fatto uscire  dall’Egitto, questo è il primo comandamento (cfr. Es 20, 2). Allora perché Gesù non lo cita? È un modo molto fine con cui il racconto ci vuol indicare che ora chi ama per primo è Gesù. È in lui che si manifesta l’amore preveniente di Dio, nel suo sguardo penetrante, con cui fissa il giovane e lo ama (v. 21). La tavola dei comandamenti che riguardano Dio è ora tutta riassunta nel rispondere a quest’amore di Gesù, lasciare tutto e seguirlo. La salvezza dipende da questo legame d’amore con un’unica persona, Gesù: questa è la sua pretesa (cfr. v. 29: “a causa mia”). Ora, di fronte a questo il giovane si rattrista e se ne va, perché il suo cuore è ancora attaccato ai suoi beni (v. 22). Non si deve pensare solo alle ricchezze materiali, ma soprattutto a quelle morali. Questo giovane è ancora troppo attaccato all’amore del padre e della madre per poterli lasciare in nome di un amore più grande. Il padre e la madre ci gratificano quando ci comportiamo bene, con il rischio di rispondere alle loro richieste in funzione di una nostra gratificazione. Ma con Dio non funziona così, la vera beatitudine è il perdere se stessi, per acquistare lui     (un tesoro nel cielo v. 21 ), e insieme a lui una nuova famiglia (v. 30). I discepoli restano sgomenti (v. 24) di fronte alla pretesa di Gesù. La loro ( e nostra!) speranza è tutta nella risposta di Gesù (v. 27).  Questa uscita dal moralismo in nome di un amore più grande non dipende da noi, ma da Dio stesso, a cui tutto è possibile. Dunque, anche se il vangelo non lo dice, c’è ancora possibilità di salvezza per il giovane ricco.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

Le mie paure di fronte alla volontà di Dio.

 

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 10, 17-31 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

 

L’azione accade mentre Gesù sta camminando per strada.  È la strada che lo sta portando a Gerusalemme, il luogo della sua morte in croce. In questo contesto una persona gli si accosta.

Il cammino per la strada della vita ci permette di incontrare tante persone, perché Gesù cammina in mezzo a noi. Sono consapevole che essi si fermano ad incontrare Lui e di Lui hanno bisogno?

 

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

 

– Il tale che incontra Gesù gli corre incontro e si inginocchia e lo chiama maestro buono. Si coglie una certa necessità di apparire davanti agli altri e di far vedere che è un discepolo che ogni maestro avrebbe piacere di avere.  In che misura la mia ricerca di Gesù risulta venata ancora di moralismo e narcisismo?

– Gesù evita di cadere in questa trappola, si distanzia da questo complimento del giovane e cita l’ambito oggettivo dei comandamenti, quelli riferiti al rapporto con il prossimo, con particolare rilevanza all’onore riservato al padre e alla madre. Lo sguardo di Gesù, che fissa interiormente il giovane e lo ama, ne vede la bellezza interiore e intende valorizzarla, è una proposta verso una meta più alta. In che modo mi sento guardato da Gesù, dentro ai miei desideri e ai miei limiti?

-Gesù guarda i discepoli intorno a lui per sottolineare la radicalità nel seguirlo, che comporta la rinuncia al tenere i beni che sono di ostacolo alla nostra vocazione. Poi ancora li guarda per incoraggiarli a capire che la loro libertà viene dalla potenza di Dio. Mi sento avvertito e incoraggiato dalla Parola di Dio, nella mia coscienza?

 

– Cosa dicono e cosa provano i discepoli?

Và, vendi, dallo ai poveri, seguimi. In questa serie di imperativi Gesù fa una proposta precisa al giovane. Pieno compimento dei “doveri” e dei valori su cui hai costruito la tua vita è seguire Gesù. Ho scelto nella mia vita di subordinare tutti i beni e le personali realizzazioni, anche pastorali, alla sequela di Gesù?

-Egli si fece scuro in volto e se ne andò triste. Quali fatiche e tristezze nascono da zone di disordine interiore, da aspetti in cui sono incapace di riferirmi a Gesù e alla sua volontà?

– I discepoli si spaventano. Anch’io sono spaventato dalla radicalità del Vangelo? Da dove nascono le mie paure?

– Pietro afferma di aver lasciato tutto e aver seguito Gesù e Gesù gli promette una nuova famiglia. Comprendo e percepisco la comunità cristiana come la famiglia di Dio, che accoglie coloro che hanno seguito Lui, abbandonando ogni cosa?

 

– Quale rivelazione?

La comunità cristiana è il luogo in cui compiere il proprio cammino di sequela, per lasciare le proprie sicurezze materiali e affettive e ritrovare una nuova casa e una nuova famiglia di fratelli e sorelle, il cui Padre è Dio.

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

Il matrimonio in Chiesa un certificato di regolarità?

 

 

Per molti di noi i “santi” sono uomini fuori dal “normale”, che hanno fatto la scelta della vita religiosa, non sono sposati e hanno compiuto almeno qualche miracolo.

E se invece i santi fossimo tutti noi, nella misura in cui viviamo l’amore straordinario di Dio dentro l’ordinarietà della vita? Il Salmo proclama beato l’uomo con famiglia: “Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.  La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa.” Questa beatitudine di cui parla il Salmo è un dono che il Signore fa a coloro che Egli chiama a diventare santi nella propria famiglia. Si, anche la famiglia è una chiamata alla santità.

Perché vi sia una chiamata, è necessario che ci sia una Parola che chiama. È da questa prospettiva che comprendiamo le parole di Gesù ai Farisei: “per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso il divorzio, ma al principio della creazione Dio li fece maschio e femmina. L’uomo lascerà il padre e la madre, si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola”.  La Parola che chiama è quella di Gesù, che rilegge la creazione dell’uomo, maschio e femmina, come il mistero dei due che diventano uno, un mistero d’amore.

Gesù legge nella natura qualcosa che va oltre, ossia il mistero di un Dio che ama il suo popolo come uno sposo la sua sposa, al punto di dare alla sposa una possibilità nuova, anche quando questa lo tradisce con altri dei, gli amanti.  L’uomo è chiamato a vivere in qualche modo la bellezza e la gratuità di un simile amore fedele, capace di andare oltre le ferite e le fratture, di ripararle, di riconciliarsi, aprendo nuove possibilità.

Certo questa prospettiva è ardua e difficile. In taluni casi, quando la frattura è insuperabile, sembra  irrealizzabile. Per questo i discepoli lo interrogano di nuovo in casa: la durezza della sua parola era avvertita anche allora come oggi e i discepoli vogliono capire meglio l’insegnamento, così radicale, del loro maestro. I dottori della legge discutevano dei “motivi” per cui divorziare, più o meno leggeri, ma il divorzio non lo metteva in discussione nessuno, era un permesso di Mosè! Ma Gesù intende rivelare il mistero di Dio e mostrare come molte leggi umane sono adattamenti necessari, frutto della “durezza di cuore” dell’uomo, cioè della sua lontananza da quella chiamata all’amore da parte del Signore. Egli fissa l’obiettivo alto, in nome dell’amore che egli sta per rivelare sulla croce: vivere della santità stessa di Dio.

Gesù sarebbe idealista? No, avere obiettivi alti è il segreto del cuore umano, che desidera sempre un amore più grande e non si adatta alla mediocrità. Non si può e non si deve cancellare l’obiettivo a causa della propria mediocrità: significherebbe rinunciare a se stessi. Nello stesso tempo Gesù sa benissimo che gli obiettivi alti vanno raggiunti a piccoli passi. La Chiesa allora, nel suo insegnamento, cerca sempre di sostenere gli uomini nel loro cammino di santità.

Questo significa aiutare le persone a comprendere l’altezza e la bellezza della loro chiamata nella vita matrimoniale. Significa dare fiducia ai giovani che la felicità di un progetto di vita insieme e la fedeltà per sempre sono cose possibili, perché Dio le rende tali! Non servono tanti mezzi umani, ma un po’ di sana pazzia, dentro ad un rapporto d’amore in cui si è imparato a conoscersi nei doni ma anche nei difetti. Aiutiamo i ragazzi perchè le preoccupazioni economiche non diventino l’ansia principale e soprattutto non si ritardi il matrimonio per avere i soldi necessari alla festa! Preghiamo il Signore perché vi sia sobrietà nelle nostre famiglie e al contempo un buon aiuto dalla politica e dalla società, che consenta ai giovani di lavorare prima. Preghiamo il Signore che ci dia non delle famiglie perfette ma delle famiglie serene, semplici, che vivano la loro fedeltà non come un certificato di regolarità, ma come l’umile testimonianza della grazia, del dono di Dio che stanno vivendo giorno per giorno. Questo aiuterà anche le altre famiglie, quelle di conviventi o di divorziati risposati, a non sentirsi esclusi o giudicati, pur con le loro difficoltà e ferite. Non si tratta infatti di cancellare con un colpo di spugna i fallimenti precedenti, ma di permettere all’amore di Dio di entrare in quelle ferite, aiutandoli a scoprire la Sua misericordia e il Suo perdono.

Lettura popolare XXVII TO Anno B (Mc 10, 2-16)

 

 

Lettura popolare XXVII TO Anno B Mc 10, 2 – 16

Mc 10, 2-16

Divorzio e piccolezza

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Questo racconto si trova nelle tre versioni dei Vangeli, detti appunto sinottici (Matteo, Marco e Luca). Nel Vangelo di Marco il permesso dato da Mosè di fare un libretto di ripudio viene introdotto all’inizio da Gesù stesso tramite una domanda ai farisei (“che cosa vi ha ordinato Mosè?” v. 3), mentre nella versione di Matteo esso è nella forma di un’obiezione dei farisei e dottori della legge a Gesù (cf. Mt 19, 7). In questo modo Marco sottolinea in modo più evidente il fatto che Gesù domina con la sua autorità l’intera discussione, anticipando perfino l’obiezione dei suoi avversari.  Se inoltre in Matteo si tratta più particolarmente di un dibattito su quali ragioni sono sufficienti per divorziare (“è lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi ragione?” Mt 19, 3), in Marco la domanda riguarda in senso assoluto la possibilità stessa di divorziare o meno. In questo il vangelo di Matteo sembra più attento alla dimensione storica, caratterizzata al tempo di Gesù dalla controversia tra due scuole rabbiniche su Dt 24,1-4, quella di Shammai, più rigorosa, e quella di Hillel, più morbida (quest’ultimo concedeva il divorzio per qualsiasi motivo, anche se una volta capita alla moglie di bruciare il cibo mentre prepara il pasto ). Inoltre in Marco la negazione della legge del divorzio è formulata da Gesù anche dal punto di vista della donna, seguendo il punto di vista del lettore pagano, che seguiva il diritto romano (nella legge ebraica infatti la possibilità del divorzio è concessa solo all’uomo e non alla donna). Gesù fornisce la sua interpretazione alla luce della Parola di Dio, citando i due racconti di creazione (Gn 1, 27; 2, 24). E infine conclude con la sentenza: l’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto.  Di per se la conclusione non è immediatamente contenuta nei versetti di Genesi, i quali non parlano della permanenza nel tempo del legame matrimoniale. Ma Gesù ha qui l’autorità di creare una legge nuova, alla luce del contesto fornito dai racconti della creazione. In questo modo Gesù porta a compimento la riflessione e la denuncia dei profeti a riguardo della durezza di cuore del popolo (cf. Dt 10, 16; Ger 4, 4; Is 66, 3). L’infedeltà matrimoniale e il divorzio divengono metafora del peccato del popolo nei confronti del suo Dio. Ma se è Dio a riprendere e rinnovare gratuitamente il rapporto matrimoniale  (cf. Ger 3, 1 )allora può accadere anche ciò che è impossibile e contrario alla legge (cf. Dt 24, 1 – 4)! Si tratta di un rinnovamento radicale della legge, come compimento nell’amore che riconduce al progetto originario i rapporti tra uomo e donna e tra Dio e uomo.  In casa, in privato, Gesù continua la sua catechesi ai discepoli che lo interrogano a proposito del matrimonio (v. 10-12). L’amore coniugale, nel progetto di Dio, è verso un’unica persona. Il divorzio e il risposare un’altra persona equivale ad un adulterio.  Nella scena seguente compaiono dei bambini condotti da Gesù perché li toccasse (13-15) e, mentre i discepoli rimproverano la gente, Gesù chiede ai discepoli di accogliere il Regno di Dio come un bambino. La difficoltà di capire e accettare la prospettiva radicale del maestro nella morale matrimoniale si supera soltanto accogliendo la Parola di Dio con il cuore libero e disponibile di un bambino.

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

La fedeltà alla mia chiamata, in questi giorni e in questo tempo.

 

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 10, 2-16 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

All’inizio ci si trova in Giudea, vicino al Giordano, (cf. 10, 1) dove giungono i Farisei ad interrogare Gesù, per metterlo alla prova. Ormai l’itinerario di Gesù verso Gerusalemme si sta compiendo, per realizzarsi definitivamente sulla croce e la presenza ostile dei Farisei lo annuncia. L’autorità di Gesù, infatti, si scontra con la loro interpretazione del mondo e della vita.

-Sono disponibile, come Gesù, ad affrontare l’ostilità, quando si tratta di non rinunciare ad aspetti fondamentali della fede nel Cristo?

I discepoli sono poi in casa con Gesù. Quale intimità con Gesù mi permette di comprendere la sua Parola?

 

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

– I Farisei mettono alla prova Gesù. Il loro tentativo strumentale rivela la falsità della loro posizione e la doppiezza del loro cuore. Essi sono interessati solo a far cadere Gesù per indebolire la sua autorità. Mi capita di vivere contesti relazionali in cui ciò che conta è sconfiggere l’avversario, piuttosto che i contenuti?Come reagisce Gesù e come reagirei io?

 

-Gesù risponde ai Farisei sottolineando la durezza di cuore del popolo, che ha costretto Mosè a concedere la legge del divorzio e citando il progetto di Dio nella creazione. Di fronte alla difficoltà della cultura attuale nel pensare una unicità irrevocabile nella relazione matrimoniale, dove mi colloco interiormente?

 

-In casa i discepoli interrogano Gesù. Sono anch’io in dialogo con Gesù per comprendere meglio la novità radicale del Vangelo?

  • Quale rivelazione?

L’unicità del Dio di Israele, che si è rivelato come lo sposo del suo popolo, non può conciliarsi con compromessi con altre divinità. Questo porta con se la rivelazione di un amore unico, di cui il legame di unione tra uomo e donna è segno fin dalla creazione. Questo amore è misericordia e riconciliazione e per questo rende possibile un cammino di riconciliazione per chi vive da tempo relazioni stabili al di fuori del matrimonio sacramentale ma al contempo impegna a riconoscere la prospettiva di unicità dello stesso.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

La cultura dello scontro (Omelia XXVI TO Anno B)

 

 

Avete mai visto un talk show dove le persone parlando confrontandosi e dialogando fino a modificare reciprocamente le proprie posizioni perché hanno ascoltato e accolto le motivazioni dell’altro? È davvero una rarità. Nella maggior parte dei casi i dibattiti a cui assistiamo sono orientati a strappare l’applauso della propria claque con la battuta più felice e a smontare le tesi dell’avversario ad ogni costo, talvolta anche con attacchi personali e semplificando in modo spesso brutale le argomentazioni.

Questa semplificazione dei contenuti, orientata alla vittoria sull’avversario, che avviene in televisione e che riguarda ogni argomento, dall’attualità, alla vita familiare alla politica è all’origine di una vera e propria cultura dello scontro, che attraversa ogni ambito della società e che nasce da una percezione limitata della realtà, a partire da appartenenze chiuse. Ciò che conta siamo “noi”, il mio gruppo, lì dove sto bene e mi identifico, esorcizzando la paura di essere solo, contrapposto al “voi” che sono i nemici.

Cosa dice l’apostolo Giovanni a Gesù: “abbiamo visto uno che cacciava i demoni nel tuo nome e gliel’abbiamo impedito perché non ci seguiva”. Fate bene attenzione: non “CI seguiva”, dice Giovanni, ossa non è dei nostri, non appartiene al nostro gruppo. Questo significa che non può usare il nome di Gesù, anche a fin di bene, perchè solo noi abbiamo il “copyright”. La posizione di Giovanni è questa: ciò che mi interessa è solo ciò che riguarda il mio gruppo di appartenenza: di tutto il resto, anche se è buono, mi disinteresso. Anzi mi oppongo se solo rischia di impedire ciò che fa il mio gruppo.

Questa logica è più pervasiva e generalizzata di quanto non sembri.

È presente nella politica, soprattutto quando si scrivono le regole comuni a partire da ciò che conviene al mio gruppo adesso e non discutendo nel merito le vere questioni che sono in gioco. Quando poi si bloccano i lavori del parlamento con delle tattiche di ostruzionismo, in realtà si sta impedendo una vera democrazia.

Questa logica è presente anche nella società, quando si costruiscono muri per impedire agli altri, ai diversi di costruirsi un futuro. Muri materiali (come in Ungheria) o culturali, che portano a vedere nel migante un nemico e un usurpatore e non un fratello, che ci ricorda che anche io sono un pellegrino in cammino verso una patria più bella e definitiva (Cf. Papa Francesco che dice sono figlio di migranti nel parlamento statunitense).

Questa logica c’è anche nella Chiesa quando si appartiene a parrocchie diverse o a movimenti diversi e ci si ignora deliberatamente. Oppure a gruppi diversi all’interno della parrocchia e a volte non ci si conosce nemmeno. Noi siamo catechisti, noi siamo educatori, noi siamo della Caritas, questo è il mio gruppo di ragazzi ecc… facciamo fatica a “vedere” gli altri e il loro impegno…poi ci lamentiamo perché non sentiamo l’unità della parrocchia.

Già…ma come si costruisce l’unità? È necessaria una conversione dello sguardo di Giovanni: dal “noi” all’”altro”. “Non glielo impedite” dice Gesù “perché chi non è contro di noi è per noi”. Alla logica autoreferenziale dello scontro Gesù oppone la logica del vedere il bene che c’è nell’altro. Piuttosto che lo scontro il dialogo, piuttosto che i muri chiusi, l’apertura a considerare l’altro, a incoraggiarlo, valorizzando i suoi talenti e anche pregando per le sue fragilità.

Gesù ci chiede di saperlo vivere nella comunità: se la mano, l’occhio e il piede rappresentano la tentazione del possesso, che ci impedisce di vedere l’altro, di considerarlo, valorizzarlo, apprezzarlo, tagliali… il primo aspetto da vivere è dismettere i giudizi nei confronti delle persone, mordermi la lingua se escono da me voci o mormorazioni ed esercitare il perdono. Non solo, ma anche incoraggiare quelli che si sentono più deboli e magari sono tentati di lasciare la comunità, ad avere speranza ed essere più protagonisti

La comunità cristiana, come Gesù l’ha voluta, è la casa del perdono e della speranza. Esercitiamoci a costruirla.

 

Lettura popolare XXV TO Anno B

 

 

Mc 9, 30-37

Discepoli del servo

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Gesù parte con i suoi discepoli dal luogo dove aveva compiuto l’esorcismo sul ragazzino epilettico (cf. 9, 29) e attraversa la Galilea. Il suo tenersi nascosto dalla folla (v. 30) è un segnale preciso rivolto a chi legge: ciò che Gesù sta per comunicare è una rivelazione rivolta solo al gruppo dei discepoli. Egli infatti annuncia la sua passione, morte e resurrezione (v. 31). Si tratta di un “insegnamento”, che intende istruire i discepoli e farli entrare progressivamente nel mistero: la morte di Gesù in croce non è un caso fortuito della storia, ma un preciso disegno di Dio. Dio allora ha voluto la sofferenza di Gesù?  Questo annuncio della passione è molto chiaro in proposito: Gesù è consegnato nelle mani degli uomini ed essi lo uccidono. In questo contesto, il verbo “consegnare” indica un’azione violenta degli uomini, che implica tradimento e oppressione. Vengono sintetizzati così il tradimento di Giuda (cf. 14, 10), la consegna delle autorità giudaiche a Pilato (cf. 15, 1) e la consegna di Pilato ai soldati per la crocifissione di Gesù (cf. 15, 15).  Dopo tre giorni l’uccisione di Gesù l’annuncio prevede la sua resurrezione (v. 31) come risposta definitiva del Dio della vita nei confronti del potere della morte. Alla luce della resurrezione si può rileggere la “consegna” da parte degli uomini, come una radicale “consegna” di Dio per amore, che trasforma l’odio e la violenza umana nella rivelazione di una vita più forte della morte. Solo alla luce della resurrezione si può capire la croce di Gesù ed è per questo motivo che l’insegnamento di Gesù è destinato a non essere compreso dai discepoli, che hanno paura: solo dopo la resurrezione potranno comprenderlo (cf. v. 32).

La seconda parte del testo ritagliato dalla liturgia presenta una diversa ambientazione (vv. 33-37). Ci troviamo a Cafarnao, a casa, probabilmente di Pietro (v. 33, cf. Mc 1, 29).  La casa è il luogo della catechesi comunitaria (cf. 7, 17; 9, 28. 33; 10, 10), che nasce da una discussione che aveva contrapposto i discepoli “lungo la strada”, cioè esattamente nello stesso contesto in cui Gesù aveva rivolto loro il suo insegnamento. Di fronte alla domanda di Gesù, i discepoli tacciono, segno della contraddizione che ha caratterizzato il loro dibattito, a confronto con l’insegnamento di Gesù (v. 34). Sedendosi, Gesù assume la postura del rabbi (v. 35), e si rivolge ai dodici, che rappresentano l’autorità di Gesù nella comunità dei suoi discepoli, per esprimere il significato della responsabilità ecclesiale: essa è servizio, che nasce dalla disponibilità del dono della vita e implica accettare di essere l’ultimo. Il modello è Gesù stesso che non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (cf. 10, 45).  A questo insegnamento segue il gesto simbolico di abbracciare un bambino. Il contrasto con la discussione dei discepoli è fortissimo: essi hanno discusso sul più grande, egli mette al centro della comunità un bambino, che rappresenta il discepolo. Non si tratta tanto del fatto che i capi debbano tenere conto dei più deboli nella comunità, ma del fatto che ogni capo si deve anzitutto considerare un discepolo che, nella misura in cui si fa piccolo, porta Gesù nel cuore di coloro che lo accolgono.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

I rapporti umani e il desiderio di essere al centro…

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 9, 30-37. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

– Gesù è in cammino per la strada in un viaggio che lo porterà a Gerusalemme, luogo della sua morte e resurrezione. Il cammino è la metafora della vita, che si compie secondo la volontà di Dio. Anch’io sto camminando o mi trovo piuttosto fermo?

-Gesù attraversa la Galilea, e non vuole che alcuno lo sappia. C’è infatti una rivelazione che Gesù deve fare ai suoi discepoli, che camminano con lui. La persona di Gesù è per me un mistero oppure penso di avere tutto ben chiaro? Si tratta di un rapporto personale che ho con lui?

  • Chi sono i personaggi e cosa fanno?

 

  • Il protagonista è Gesù, che insegna non una teoria, ma il mistero di quanto sta per accadere, la sua passione, morte e resurrezione. Vivo il mistero pasquale come un insegnamento esistenziale di Gesù che coinvolge anche la mia vita?
  • Gesù sembra non intervenire con i discepoli, mentre essi discutono, ma poi in casa, mette in atto il suo ruolo di rabbi, di maestro, sedendosi. La casa è infatti il luogo dell’intimità, in cui un padre insegna la legge ai propri figli. Ho un’intimità con Gesù insieme ad altri discepoli? Quali luoghi e ambiti di incontro con il Signore nella preghiera?
  • Gesù prende un bambino e lo mette al centro, abbracciandolo. Chi c’è al centro della comunità, i più deboli, o coloro che vogliono primeggiare? Mi faccio anch’io piccolo come un bambino?

 

  • Che cosa dicono i personaggi?
  • Gesù parla del suo essere consegnato nelle mani degli uomini. Cos’è per me la croce, luogo di ingiustizia e sofferenza o manifestazione di un mistero d’amore?
  • Gesù annuncia che dopo tre giorni risorgerà. Sono convinto che la vita che viene da Dio è più forte della morte?
  • Il primo è il servo e l’ultimo. Con quali atteggiamenti e sentimenti accolgo questa parola di Gesù nella mia vita? Quali luoghi e circostanze in cui essa si avvera? Quali resistenze interiori?

 

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

 C’è la rivelazione di un Dio che si fa ultimo e servo e che si può conoscere solo accogliendo gli ultimi e i piccoli. È il Dio che ha inviato Gesù, e che si rivela come Padre e come Figlio. Quali rapporti nella comunità cristiana mi hanno fatto conoscere Dio come Padre e Figlio?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

Lettura popolare XXVI TO Anno B

Lettura popolare XXVI TO Anno B Mc 9, 38-48

 

 

Mc 9, 38-48

Lo stile dei gratuità del discepolo

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Dopo l’annuncio della passione e una prima catechesi di Gesù sul farsi piccoli come i bambini, continua l’insegnamento di Gesù in casa a Cafarnao, attraverso una domanda di Giovanni, che per la prima volta prende la parola da solo. Egli è uno dei Dodici, chiamato a stare con Gesù (cf. 3, 13-19) e mandato in missione con autorità sugli spiriti impuri (cf. 6, 6b-13). Proprio a motivo di questa autorità egli chiede l’attenzione del suo maestro per risolvere il caso di uno che “utilizza” il nome di Gesù per scacciare i demoni, ma non fa parte del gruppo dei discepoli (“non ci seguiva”). La prospettiva del discepolo è autocentrata, perché egli non afferma che quest’uomo anonimo non seguiva Gesù, ma afferma che non seguiva il gruppo (noi, cf. v. 38). Gesù corregge questa tentazione del discepolo, perché nessuno ha il “copyright” del nome di Gesù e il bene, dovunque si trovi e da chiunque provenga, è in ultima analisi riconducibile a lui. Gesù educa la comunità dei suoi discepoli ad essere costantemente aperta a quanto di bene vede nell’altro, senza esclusivismi (v. 40).

Il discepolo infatti è come un piccolo, che quando viene fatto oggetto di attenzione e di carità da parte degli altri, causa in loro una ricompensa da parte di Dio (v. 41). La prospettiva di questo detto di Gesù è missionaria: si tratta di ricevere del bene da parte di coloro a cui si trasmette il Vangelo, senza la pretesa di farsi grandi, o di avere un “nome” da gestire.

Ciò comporta, tuttavia, che lo stesso atteggiamento venga vissuto all’interno della comunità, nei confronti dei più piccoli che credono, ossia di coloro che possono essere scandalizzati nella fede, da comportamenti ispirati non al Vangelo, ma al carrierismo e al possesso (v. 42). Con le parole che indicano termini del corpo, ossia mano, piede e occhio, Gesù indica aspetti importanti della vita, a cui il discepolo dovrà rinunciare se sono per lui motivo di “scandalo”, causa di caduta, soprattutto per i più piccoli. Con Gesù infatti siamo giunti al tempo definitivo, in cui è necessario compiere una scelta o in favore del Regno di Dio o contro. Non è possibile alcun compromesso.

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

Come vivo la mia appartenenza ecclesiale

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 9, 38-48. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

Ci troviamo ancora in casa, a Cafarnao. Il contesto di forte intimità, favorisce lo scambio e le domande da parte dei discepoli.

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

Gesù insegna ai suoi discepoli uno stile che discende dal suo annuncio di morte e resurrezione, ossia uno stile di servizio, apertura all’altro e donazione. Tuttavia i discepoli non sono in sintonia, come mostra il tentativo da parte di Giovanni, di impedire ad una persona di fare esorcismi con il nome di Gesù.  Mi rivolgo a Gesù per verificare i miei stili umani, ecclesiali e pastorali?

 

  • Che cosa dicono i personaggi?

-La richiesta di Giovanni non è tanto una domanda, quanto un tentativo di farsi approvare da Gesù una strategia difensiva dei discepoli. La motivazione è che l’uomo non ci seguiva. L’ottica del discepolo è del tutto autoreferenziale. Come vivo il mio gruppo ecclesiale? Taglio i ponti con coloro che non vi appartengono? Mi offendo se vedo che altri fanno le stesse cose che facciamo noi, magari meglio di noi?

 -Gesù afferma che il discepolo è come un piccolo al quale altri donano un bicchiere d’acqua in nome di Cristo e ricevono una ricompensa da parte di Dio. Sono incline a pensare che la missione sia un riversare sugli altri dei contenuti già acquisiti o esercitare una carità? O non è forse un ricevere da loro, in nome di un Altro che ci supera entrambi e a cui il discepolo appartiene?

-Lo scandalo nei confronti dei più piccoli può essere costituito dal rifiutare la logica della “piccolezza” del discepolo, per entrare in quella del potere e del possesso, rappresentata dalla mano, dal piede e dall’occhio. Quale conversione mi è richiesta? Quali rinunce?

 

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.