La cultura del femminile – Omelia sulla madre di Dio

 

 

La cultura occidentale, con lo sviluppo dell’industria e della tecnologia, ha potenziato notevolmente le logiche gestionali, guidate dai principi del controllo e dell’efficienza. L’efficienza indica la giusta proporzione tra mezzi utilizzati e fini raggiunti e il controllo implica la capacità di prevedere ogni passaggio nella catena delle operazioni e di monitorarne l’esecuzione effettiva. Nel modello industriale si produce soltanto ciò che si è progettato, fin nei minimi dettagli.

La cultura umana però ha bisogno anche di valori capaci di integrare questo modello adattandosi meglio alla sfera delle relazioni umane.  Se la cultura dell’efficienza e della progettazione è maschile, la cultura delle relazioni, fondata sul dono della vita, è invece piuttosto una caratteristica femminile. Si tratta infatti di quella cultura che scaturisce dal mistero della vita, ricevuta, accolta e donata. Ossia del donare vita a qualcuno che è altro da te e che ha bisogno di te per crescere. In una parola del generare.  La donna ci insegna che l’uomo non è fatto solo per produrre e consumare ma soprattutto per generare. Altrimenti cade nel vuoto e nella tristezza!

Maria è l’antidoto fondamentale a questa cultura e non a caso la spiritualità mariana ha oggi un così grande exploit, proprio nel cuore del nostro mondo occidentale. Ella ci richiama all’importanza delle esperienza della generazione nella nostra vita. Ella è madre, perché ha compiuto la Parola in lei meditandola, ossia unendola alla sua esperienza.  Ella è Madre di Dio perché in questo modo ha accolto la Vita nella sua esistenza e l’ha donata ad ogni uomo.

Come la madre che meditava nel suo cuore ogni Parola, dobbiamo reimparare la dimensione contemplativa della vita, che sta alla base di quella attiva.

  1. ogni progetto scaturisca dall’ascolto profondo della realtà e del nostro cuore, dove ci parla Dio. Per evitare di essere continuamente distratti da tante esigenze e divisi da tanti: “bisognerebbe”.
  2. mentre siamo immersi nella vita quotidiana e nelle sue incombenze, saper fermare lo sguardo sulle persone e contemplare in esse il dono della Vita.
  3. cogliere ogni contesto in cui la vita è ferita, minacciata, offesa e disporci nell’atteggiamento della cura, fatto di attenzione e intercessione.

 

Se mettiamo in pratica queste tre semplici regole che hanno caratterizzato la vita di Maria, la nostra civiltà imparerà ad accogliere l’altro, l’immigrato, lo zingaro, il povero, ma anche la natura e la creazione, come un dono Dio, e a vivere in armonia con essa. Saremo in grado di generare bellezza e a stupirci delle nostre opere come un frutto di Dio, in piena armonia con il cosmo. Saremo meno distratti e stressati da tante cose, più attenti ai particolari e capaci di cura nei confronti degli uomini, degli animali e delle cose. Saremo la cultura sostenibile per eccellenza, perché “genera” ossia dona la vita a tutte le generazioni successive.

Omelia festa del ringraziamento

Santa Famiglia 2017

Per fede Abramo partì senza sapere dove andava.  Per ciascuno di noi, che viviamo un servizio nella comunità, c’è stata una chiamata che ci ha gratificato. Ma quando si tratta di perseverare in quella chiamata in una situazione difficile, quando intorno a noi mancano i segni e ci sembra di non sapere dove andare, ci scoraggiamo e ci lamentiamo con Dio.

È la situazione di Abramo, che ad un certo punto si lamenta con Dio, perché nonostante abbia ricevuto una promessa, ora, ormai vecchio, non ha eredi che possano compierla. Ma Dio gli rinnova quella promessa di un figlio e di una discendenza numerosa ed egli presta fede. La fede di Abramo vince lo scoraggiamento dei fallimenti, che sono anche i nostri. Non è facile insistere nel seminare, nell’annunciare, nel provocare, anche di fronte alla difficoltà di vedere una risposta in coloro che si affacciano alla nostra comunità. Non siamo preparati, cerchiamo la nostra gratificazione e veniamo frustrati. Ma poi all’improvviso il dono di Dio ci sorprende, ci fa capire che il seme del Vangelo è all’opera: può essere la domanda profonda di un bambino, un genitore che si coinvolge di più, un ragazzo nel cui cuore il Signore sta diventando importante.  È un’altalena, una giostra di fallimenti e di successi, di segni negativi e positivi, attraverso cui il Signore ci educa a partire dalla realtà e non da noi stessi, ci purifica dal nostro orgoglio e ci fa crescere nella fede di Abramo.

Solo che noi rischiamo spesso di non leggere i segni positivi, a causa di tre malattie, che sono una la conseguenza dell’altra:

-La malattia dello scoraggiamento che porta a vedere solo il negativo e all’abbandono. Oggi più che mai le persone hanno bisogno di essere accompagnate e incoraggiate nel loro cammino e nel loro servizio.

-la malattia del funzionalismo. Siccome abbiamo paura di vedere la realtà e di scoraggiarci, allora ci rifugiamo nella forma: il programma del catechismo l’ho finito, il cibo per i poveri l’ho distribuito, la veglia per il defunto l’ho celebrata, ho garantito l’efficienza dei servizi e delle strutture. Questo è un rifugio che ci impedisce di vedere i veri frutti che il Signore opera nei cuori. Inoltre ci irrigidisce nelle forme e ci ostacola nel fare i cambiamenti necessari per annunciare meglio e di più il Vangelo.

-la malattia della separazione. Se guardiamo solo alla nostra funzione e assolutizziamo il nostro sguardo particolare, non sappiamo più pensarci come comunità che evangelizza, a vederci come corpo organico. Perdiamo il gusto di vedere la comunità come famiglia e finiamo per vivere dei contrasti tra di noi, perché ci sembra che il nostro punto di vista non sia capito, compreso. In realtà facciamo fatica anche noi a comprendere il punto di vista dell’altro. Ciò ci impedisce anche di vedere che i passi in avanti nella fede ordinariamente non sono il frutto di uno solo, fosse anche una persona particolarmente brava e carismatica, ma della Chiesa nel suo insieme.

Per vincere subito queste malattie abbiamo bisogno del vaccino della fede di Abramo, e anche di Simeone e di Anna. Come Simeone siamo chiamati a guardare con occhi dello Spirito ogni famiglia apparentemente uguale alle altre, per scorgervi l’azione della grazia. Come Anna siamo chiamati a manifestare e facilitare questa azione con la nostra testimonianza e con una paziente perseveranza, senza scoraggiarci.  E, sempre come Anna che stava nel tempio di Israele, siamo chiamati a valorizzare ogni gesto comunitario – liturgico, catechistico, caritativo e spirituale – per l’annuncio del Vangelo e la crescita della fede di ogni persona e specialmente dei giovani.

Così la fede di Abramo, di Simeone e di Anna sarà il nostro vaccino: se qualche volta ci ammaliamo un po’, avremo gli anticorpi pronti!

Imago Dei

 

Apparire ed essere visti è uno strumento di potere. Lo schermo televisivo e i contatti social sono infatti basati sulla condivisione delle immagini. Noi ci nutriamo di immagini: i politici si nutrono di immagini per aumentare il loro consenso, noi ci nutriamo di immagini di noi stessi, per comunicare qualche esperienza o emozione personale, per trasmettere agli altri qualche gusto personale.  Tanti ragazzi oggi vogliono diventare youtuber, costruendosi un profilo e vendendo un’immagine, capace anche di nutrire altre persone e lanciare mode.

Come mai l’immagine può nutrire? Perché si basa sulla struttura stessa dell’essere umano, che è anzitutto, come dice la Genesi, una carne, un corpo dotato di soffio vitale, cioè un’immagine che comunica vita.

Dio è andato alla radice di questa struttura umana e ha assunto come immagine la carne di un uomo per comunicare la vita stessa di Dio: la Parola si è fatta carne. Se noi ci nutriamo di immagini, ora possiamo nutrirci di quella carne che è immagine originaria di ogni uomo e che comunica la vita stessa di Dio. Attraverso la carne umana di un bambino, oltretutto povero e soggetto ai poteri di questo mondo, nato durante un viaggio compiuto dalla famiglia per ottemperare un decreto imperiale di Augusto, tutti gli uomini, anche i più poveri e senza alcun potere in questo mondo, sono raggiunti da questa immagine di carne.

Questa carne è più potente di qualsiasi youtuber perché ha contattato in un solo istante, l’istante in cui la Parola di Dio ha assunto la carne dell’uomo nel seno di Maria, tutti i possibili follower di quel grande social che è l’umanità, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, con effetto perfino retroattivo, fin dall’inizio della storia umana e cosmica. E se l’uomo è fatto ad immagine di Dio, ora scopriamo che anche Dio si è fatto ad immagine umana, per comunicare ad ogni uomo la vita stessa di Dio.

Inoltre anche tutti gli istanti, tutte le relazioni, tutti i contesti della vita di uomo sono raggiunti da questo contatto, soprattutto quelli più semplici, umili, apparentemente insignificanti della giornata. Se a volte la giornata può essere un po’ ripetitiva, se certi incontri ci possono annoiare, se ritrovare parenti e amici a Natale può talvolta apparire scontato, tuttavia non c’è contatto umano, scambio, parola, sguardo, silenzio che non sia raggiunto dal nutrimento d’amore di questa carne.

Non a caso si tratta di un nutrimento. Infatti quando si compiono i giorni del parto, il bambino viene deposto dai genitori in una mangiatoia, segno che questa carne è ciò che nutre, cibo che alimenta le nostre relazioni con la vita stessa di Dio e riempie di infinito stupore ogni dettaglio della nostra piccola e povera esistenza.

In questo Natale facciamo una sosta davanti al presepe, per contemplare Dio che entra con umiltà e amore nella nostra vita, nella carne di un bambino.

Se certamente il Natale è un tempo privilegiato per sentire profondamente questo contatto profondo con la carne di Dio nella nostra umanità, tuttavia il Signore Gesù, che conosce la nostra debolezza, ci dà l’opportunità di alimentarci di questa sua carne durante tutto l’anno almeno una volta alla settimana, nell’eucarestia domenicale.  Essa è il cibo che alimenta e nutre il desiderio della vita ogni settimana ed è il più potente antidoto contro le schiavitù a cui ci condannano spesso i nostri bisogni insoddisfatti, le nostre richieste disattese, i nostri sforzi frustrati.

A Natale reimpariamo la messa, per riabituarci a quella semplice consolazione e dolcezza che solo tu, che sei il Signore della vita, puoi donarci ogni volta.

 

Lettura popolare IV Avvento B

 

Lettura popolare IV Avvento Anno B_Lc1,26-38

 

 

Lc 1,26-38

L’Annunciazione

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da ripetere”  ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

La visita dell’Arcangelo Gabriele a Maria evoca le visite di Dio a diverse donne dell’AT : Sara, madre di Isacco (Gen 18,9-15); Anna, madre di Samuele (1 Sam 1,9-18) e la madre di Sansone (Gde 13,2-5). A tutte loro fu annunziata la nascita di un figlio con una missione importante da realizzare inserita nel piano salvifico di Dio.

La narrazione inizia con la menzione temporale del “sesto mese”: il racconto dell’annunciazione intende agganciarsi al precedente episodio che ha per protagonista Zaccaria ed Elisabetta Il “sesto mese” è infatti riferito al mese di gravidanza di Elisabetta, una donna in età avanzata che ancora aspetta il suo primo figlio. Elisabetta è menzionata all’inizio del brano (Lc 1,26) e alla fine della visita dell’angelo (Lc 1,36-39). Anche l’invio dell’angelo Gabriele richiama quanto accaduto a Zaccaria (v. 26). Cambia però lo scenario: non siamo più nel tempio di Gerusalemme ma in una borgata semisconosciuta della Galilea, totalmente ignota all’Antico Testamento, Nazareth. L’angelo appare ad una giovane donna, definita vergine e insieme promessa sposa, condizione particolare di quelle ragazze tra i 12 e i 15 anni che, pur avendo stipulato un contratto di matrimonio, non sono ancora andate a convivere col marito e pertanto sono in condizione di verginità. Il marito, Giuseppe, è della famiglia di Davide, cosa che rende possibile, legalmente, la discendenza del nascituro dalla stirpe regale da cui germoglierà il messia (cfr.  Is 7,14). L’angelo saluta Maria con l’imperativo: “Rallegrati”, che non corrisponde al normale saluto ebraico (shalom: pace).  Esso riprende infatti l’invito di Dio nell’AT rivolto alla figlia di Sion (Gerusalemme) di gioire per la salvezza operata da Dio in modo inaspettato nel giorno del suo intervento (cfr. Sof 3,14). L’espressione “piena di grazia” viene da un verbo (charitòo) che indica il risultato di una trasformazione, resa possibile dallo sguardo di favore e di amore di Dio.  Dio l’ha vista bella e questa bellezza l’ha pienamente trasformata e colmata. Anche il saluto dell’angelo: “il Signore è con te” richiama racconti di vocazione di importanti personaggi della storia della salvezza (cfr. Gn 26,3.24; Gn 28,15; Es 3,12; Gdc 6,12). Come già Zaccaria, anche Maria è turbata, ma non dalla visione dell’angelo, bensì dalle sue parole. Essa, infatti, è pronta a chiedersi il significato di un così eccezionale saluto. L’angelo la invita alla fiducia: “Non temere” e le dice che “ha trovato grazia presso Dio” (v. 30). Questa grazia trasformante è in vista del meraviglioso evento del concepimento verginale (v. 31). Questo bambino si chiamerà Gesù e al contempo sarà chiamato figlio dell’Altissimo (v. 32). Tale particolare duplice identità viene descritta sia come compimento della profezia riguardante il messia davidico (v. 32-33), destinato a governare per sempre sul trono di Davide e sia come rivelazione del Figlio di Dio (v. 34-35) per opera dello Spirito Santo.

Questa potenza infatti viene su di lei con una presenza gloriosa, simile a quella della nube sul monte Sinai (cfr. Es 40,35). Quest’ultima spiegazione dell’angelo è una risposta alla domanda di Maria (v. 34), che non va interpretata come un’obiezione ma come una richiesta di maggiore comprensione, a causa dell’ostacolo della verginità. Per il narratore ciò che importa è sottolineare l’onnipotenza di Dio nel contrasto tra il concepimento della sterile Elisabetta (v. 37) e il ben più straordinario segno del concepimento di una vergine. Risalta dunque maggiormente la differenza tra l’incredulità di Zaccaria, che si scandalizza del messaggio dell’angelo, e la fede di Maria, aperta a comprendere la Parola di Dio e disposta a far sì che essa si compia in lei (v. 38).

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Nella mia vita c’è presenza di gioia, ma anche di dubbi. Mi esercito a fare della buone domande a Dio? Sono capace di ascoltare quando qualcuno mi pone delle domande?(15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 1,26-38 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quale tempo e luogo?

Siamo nel sesto mese dall’apparizione dell’angelo a Zaccaria.  Le due scene sono dunque collegate, anche per contrasto. Il tempio di Gerusalemme contrasta con l’ignota Nazareth così come un umile adolescente con il sacerdote Zaccaria nell’esercizio delle sue funzioni. La Parola di Dio si compie nelle “periferie” nascoste ed umili. Nella mia vita coltivo una mentalità legata al potere umano o sono disposto ad accogliere un Dio che si rivela nell’umiltà e nel nascondimento?

  • Come agiscono i personaggi?

-L’angelo saluta Maria con espressioni legate all’AT. Essa rappresenta la figlia di Sion, trasformata e colmata dalla grazia di Dio. Sento anch’io su di me lo sguardo di Dio che mi dona favore e bellezza? C’è in me la consapevolezza di un progetto misterioso e originario, che riguarda anche la mia persona? Sento la gioia di un dono di Dio che si rinnova nella mia vita ogni giorno?Sono capace di pregare fidandomi di Dio, senza chiedere un segno?

-Il turbamento di Maria indica la straordinaria grandezza della Parola di Dio in rapporto alla creatura umana. La sua domanda all’angelo indica anche la disponibilità a comprendere una Parola che oltrepassa i limiti della natura. Turbamento di fronte alle sfide della vita, ma anche  disponibilità a mettersi in ascolto di Dio: mi ritrovo in questo atteggiamento di Maria o mi lascio travolgere da preoccupazione e percezione di disordine e disorientamento?La paura di ciò che scopro di fronte a me accentua la mia attenzione verso questa nuova circostanza o mi porta a fuggire in altre direzioni?Ho timore di ciò che non conosco o mi fermo a guardare ed ascoltare per capire cosa di nuovo ho di fronte?

 

  • Quale rivelazione è qui contenuta? Nella trama dell’umanità si compie la Parola di Dio. Gesù, uomo della stirpe di Davide, è anche il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo. Sono consapevole che anche nella mia umanità, umile e peccatrice, prende carne la Parola di Dio, sul modello del Figlio?Sono consapevole di essere uno strumento nelle mani di Dio? Lo lascio operare in me oppure mi chiudo nella mia paura?

 

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare III Avvento B

 

Lettura popolare III Avvento Anno B_GV1,6-8.19-28

 

Gv 1, 6-8.19-28

Giovanni il Battista, testimone della luce

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il testo si divide in quattro parti :1) la testimonianza di Giovanni (vv 6-8) 2); l’aspetto negativo della sua risposta agli inviati dei giudei (vv 19-21); 3) l’indicazione da parte di Giovanni della propria identità (vv 22-23); 4) il ruolo specifico che Giovanni ricopre nel progetto di Dio.

Giovanni sopraggiunge in modo inatteso nel contesto del prologo poetico del Vangelo di Giovanni. Giovanni è testimone mandato da Dio perché venga riconosciuta l’attività illuminatrice del L

ogos sulla terra e tutti possano credere per mezzo di tale testimonianza (6-8). Egli ricapitola tutta la profezia che orienta alla venuta del salvatore, attualizzando per ogni tempo e per ogni luogo l’attesa di salvezza di Israele e dell’umanità intera. In questo senso Giovanni assume il ruolo universale, lungo tutta la storia, dei testimoni che Dio manda per orientare gli uomini verso la luce della sua rivelazione.

A questo punto la liturgia taglia il resto del prologo e salta alla presentazione narrativa di Giovanni il Battista, con la sua testimonianza che inaugura il processo che opporrà Gesù ai suoi contemporanei durante tutto il suo ministero. L’interrogatorio inizia con la domanda dei sacerdoti e leviti, provenienti da Gerusalemme: “Chi sei tu?” (v. 19). Si tratta delle autorità religiose, rispetto alle quali Giovanni il Battista sembra essersi collocato in una posizione originale, se non di aperta polemica (cfr Lc 7, 29-30). Egli risponde in modo apparentemente fuori luogo, affermando di non essere lui il Cristo (Messia, unto dallo Spirito) (v. 20). In realtà la domanda della autorità puntava proprio a questo, ossia a capire se egli si attribuiva delle caratteristiche messianiche, come confermano le successive domande (v. 21). Il profeta, con l’articolo determinativo, indica colui che compie la promessa di Dt 18, 15 che prevede una figura profetica del calibro di Mosè, affine, per importanza e ruolo, al messia della tribù di Davide. Anche Elia, grande profeta di Israele, nella credenza di Israele deve tornare alla fine dei tempi, per preparare il tempo del messia davidico (Sir 48, 4. 10; Ml 3, 1. 23 o ad esempio si ritrova negli scritti di Qumran). Ma Giovanni nega di essere il profeta o Elia.  A questo punto la domanda dei capi chiede una risposta estesa e Giovanni, costretto a definire la sua identità, ricorre alla parola della Scritture, (Is 40, 3). Egli è la voce della Parola, che testimonia la vicinanza della salvezza di Dio e indica il cammino, la strada che conduce al messia. All’ultima domanda, che riguarda la sua attività battesimale egli risponde affermando di battezzare solo con acqua e dichiarando che in mezzo al popolo c’è uno  che essi non possono riconoscere e che viene dietro a lui. Questa definizione: “viene dietro di me”, indica chiaramente il messia, colui che non può essere “scalzato” da Giovanni, perché è lo sposo che ha il diritto di sposare la vedova per dare ad essa una discendenza (cfr Dt 25, 5-10), ossia tutta l’umanità. Giovanni allora non è lo sposo, ma “l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta ed esulta di gioia alla voce dello sposo” (Gv 3, 29). Egli come testimone propizia l’unione tra il Verbo e l’umanità e prepara la strada alla luce, perché illumini le tenebre dell’umanità.,

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Come la luce sta illuminando le mie tenebre…. Quali persone o occasioni mi hanno testimoniato un po’ di luce? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 1, 6-8.19-28 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il tempo in cui avviene la predicazione del Battista?

Non è precisato il tempo né il luogo, se non al v. 29 (Betania, al di là del Giordano), al di fuori del testo indicato dalla liturgia. Nei vv. 6-8 la testimonianza di Giovanni, sembra assoluta, sciolta da qualsiasi condizionamento temporale. Egli rende testimonianza alla luce, perché gli uomini arrivino alla fede. Si parla di tutti gli uomini e non di qualche uomo. Tutti infatti sono orientati alla luce. Sono convinto che nel cuore di ogni uomo c’è l’orientamento alla luce e che io posso rendervi testimonianza? Quali tenebre nella mia vita e come lascio che vi entri la luce? In che modo ed in quali occasioni mi è capitato di testimoniare la presenza di Gesù? Sono capace di cogliere in ogni momento la Sua presenza e di testimoniarla?

 

  • Quale luogo?

La disputa sembra avvenire nei pressi di Gerusalemme, dal momento che i sacerdoti e i leviti sono mandati da li. Il contesto del giudizio e dell’accusa è evidente. Siamo già in un tribunale, in cui le forze delle tenebre si stanno muovendo contro la luce e chi testimonia per essa. Ma il processo sarà l’occasione per Giovanni di dare testimonianza e di preparare la strada. Penso alla storia dell’umanità e mia personale come ad un banco di prova del bene? Quali occasioni possono provenire anche dalle prove? Che significato potrebbe avere la “crisi”, intesa nei suoi molteplici aspetti?Posso testimoniare che anche la crisi è “positiva?”

  • Chi è Giovanni e qual è la sua missione?

Il Battista non è il Cristo, il messia, non è il profeta pari a Mosè previsto dal Deuteronomio, e non è nemmeno Elia ritornato per preparare la strada. Egli è solamente uno che battezza con acqua e parla con una voce che riassume e concentra il messaggio di tutte le Scritture. Egli chiede al popolo di convertire le sue vie per entrare nel compimento delle promesse profetiche, e incontrare il messia. Cosa sono per me le Scritture di Israele, l’Antico Testamento? Mi parla di Gesù e mi conduce a Lui?

 

 

Quale rivelazione è contenuta qui?

Giovanni non è lo sposo che si unisce all’umanità sposa ma colui che favorisce tale unione, con la parola e il battesimo con l’acqua. Il Messia-sposo è già in mezzo a noi, spetta a noi riconoscerlo ascoltando la testimonianza di Giovanni. Dove passa per me Gesù messia? A quale voce dare ascolto per cogliere il suo passaggio? Ad esempio la voce di qualche persona, o del Vangelo domenicale?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare II Avvento

 

Lettura popolare II Avvento_Mc1,1-8

 

Mc 1,1-8

Giovanni il Battista

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il titolo traccia tutto il programma narrativo del Vangelo di Marco, che intende mostrare Gesù come il Cristo, il messia che è Figlio di Dio (v.1). Il Vangelo di Gesù è l’annuncio di Gesù, in senso oggettivo e soggettivo. Si tratta non soltanto di un messaggio orale, ma di una parola kerigmatica, ossia di un annuncio che ha in sè la sua ricompensa, comunicando l’esperienza della fede e donando i santi effetti della consolazione e della gioia (cfr. 1 Cor 9,18: “la mia ricompensa è il Vangelo”).

Poi subito viene inserita una citazione biblica (vv. 2-3) che serve da introduzione alla figura di Giovanni il Battista. In questo modo Marco collega strettamente l’AT con il Vangelo. La tradizione anticotestamentaria si compie senza discontinuità nella narrazione marciana con la presentazione del messaggio di Giovanni Battista (v. 4ss). Il messaggero che prepara la strada diviene ora una voce che grida nel deserto di preparare la strada del Signore. Si tratta sia dell’angelo che conduce il popolo nel deserto dell’Esodo (Es 23,20) sia del messaggero che verrà negli ultimi tempi e sarà identificato con Elia redivivo (cfr. Ml 3,1. 23). Questo messaggero è una voce potente, che risuona con la profezia di Is 40, 3, secondo la quale, dopo la distruzione del tempio ad opera dei babilonesi, il ritorno grazie all’editto del re Ciro è come un nuovo Esodo attraverso il deserto, in cui il popolo ritrova la strada del Signore. Non soltanto la strada geografica di ritorno a Gerusalemme, ma anche la strada interiore, del cuore, per obbedire alla volontà di Dio.

Il compimento di questa profezia è nella voce che chiama alla conversione e prepara il riconoscimento e l’accoglienza del messia. Il Precursore è un testimone autorevole, è l’uomo che Dio, compiendo le Sue promesse, ha scelto per preparare la via al suo messia.

A chi si rivolge questa profezia? Direttamente alle folle, tramite la voce del Battista, indirettamente a noi che leggiamo, che siamo chiamati a fare posto a Gesù nella nostra vita. Lo scopo dell’evangelista Marco è quello di coinvolgere il lettore e di far nascere in lui la fede in Gesù. Il simbolo di questo cambiamento di vita è nel battesimo di conversione, segno esteriore di una purificazione interiore, che conduce al perdono dei peccati. I segni esteriori, come insegna anche l’AT (Gdc 20,26; 2 Re 6,30; 1 Sam 7,6) sono necessari per giungere alla liberazione del cuore dal male e dal peccato.

Giovanni il Battista ha l’abbigliamento tipico dei profeti (v. 6 cfr. Zc 13,4) e di Elia (2Re 1,8) e si ciba di locuste e miele selvatico, cibo permesso dalla legge e simbolicamente correlato alla terra promessa (cfr. miele in Es 3,8). Tante folle accorrono continuamente a lui, come sottolineato dal verbo al tempo imperfetto (v. 5).L’intento dell’evangelista è quello di rappresentare il Battista come il profeta Elia (MI 3,23; Sir 48,10-11).

Marco riporta nei due versetti successivi (vv. 7-8) le parole dirette del Battista che chiarisce la sua identità in rapporto al messia. Egli è il più forte, secondo un’indicazione propria della tradizione biblica a riguardo di Dio stesso (cfr. Dt 10,17; Ger 32,18) e, in rapporto a lui, il Battista si paragona al servo che ha il compito di togliere i sandali del padrone. È possibile che dietro a questo riferimento ai sandali del messia si nasconda la tradizione del levirato, secondo la quale se un uomo si rifiuta di sposare la moglie del suo fratello defunto, per dare discendenza al fratello, egli deve essere scalzato davanti alla porta della città. In tal senso Giovanni non può scalzare lo sposo, non può togliergli il diritto di riscattare la vedova, Israele/Gerusalemme, secondo la profezia di Isaia (Is 54,4-5). Questa tradizione si colloca al fondo, ad esempio, dell’episodio di Lc 8,36-50, dove la donna prostituta lava i piedi di Gesù con le lacrime, episodio che non a caso è posto subito dopo la discussione sul rapporto tra il Battista e Gesù. Il messia infatti è l’unico in grado di battezzare nello Spirito Santo ossia di salvare totalmente l’uomo e di integrarlo nella dimensione di Dio. Egli dona lo Spirito Santo, che è l’amore di Dio sposo.

Al vv8 c’è un ulteriore paragone tra Giovanni Battista e Gesù che ne sottolinea la disparità, indicando la differenza tra i rispettivi battesimi. Il battesimo di Giovanni non è che una preparazione a quello di Gesù che realizzerà una profonda trasformazione, attraverso la potenza di Dio. Il testo parallelo nell’AT più vicino a questo versetto è Ez 36,25-26, dove leggiamo che Dio rinnoverà il suo popolo purificandolo con l’acqua e infondendo uno spirito nuovo.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Quali sono le mie ansie in questo tempo? Che cosa mi attendo dagli altri e dalla vita ch magari non arriva? Cosa invece dovrei attendere?(15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 1, 1-8. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il tempo in cui avviene la predicazione del Battista?

Il tempo non è precisato, se non come il tempo del compimento della Scrittura del profeta Isaia. La Parola si compie nella storia, al tempo stabilito da Dio. Ma si tratta anche del tempo della nostra vita, di noi che leggiamo il vangelo che è per noi come la parola del Battista. Anche a noi risuona la voce del Battista e nella nostra vita si compiono le antiche promesse. La lettura del Vangelo è per me luogo di autentica conversione del cuore?

  • Quale luogo?

Il deserto, luogo della voce che grida, e della preparazione delle vie del Signore è il contesto simbolico e spaziale in cui il Battista opera. Esso richiama l’Esodo di Israele, il suo ritorno dall’esilio babilonese, e il cammino di conversione di ciascuno di noi nella sua vita. Il deserto è un richiamo alle grandi opere compiute da Dio a favore del suo popolo e dell’Alleanza sul Sinai (Es 19,24; Ger 2,2-3) ma è anche luogo di tentazione e della ribellione di Israele (Es 16; Num 11).Ci si può interrogare su qual è il deserto che Dio mi sta facendo ora attraversare, tempo di prova e di incontro con lui e quali sono le tentazioni che mi frenano nel seguire la via che Gesù ha indicato Un altro riferimento simbolico è il fiume Giordano, luogo che segna il passaggio dal deserto alla terra promessa. Ci si può domandare se ognuno dei presenti è in grado di testimoniare il passaggio dal proprio deserto interiore ad una vita nuova.

  • Chi è il Battista e qual è la sua missione^

Egli è la voce che grida e chiama alla conversione il popolo, nell’attesa del messia.  Veste come un profeta dell’Antico Testamento, e la sua predicazione richiama e riassume tutta la predicazione profetica. Egli pratica anche un battesimo, segno esteriore di conversione. Anche nella nostra vita abbiamo bisogno di segni esteriori di conversione. Quali rinunce, quali cambiamenti possono esemplificare e concretizzare la mia ricerca di Dio?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il Battista non è il Cristo, il messia, ma l’Elia degli ultimi tempi che prepara la strada al più forte. Egli non è lo sposo che si unisce all’umanità sposa ma colui che favorisce tale unione, con la parola e i segni e intercede con la sua preghiera. Anche nella mia vita c’è l’attesa di una festa matrimoniale, di un incontro pieno e perfetto con Dio? Mi sto preparando a questo oppure ci sono in me zone di trascuratezza? Quali persone sono per me come Giovanni Battista?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

Lezione IX

 

 

IX giorno

 

 

9. APPROCCI ARCHEOLOGICI E STORICI ALLA BIBBIA (CFR. G. FISCHER CONOSCERE LA BIBBIA. UNA GUIDA ALL’INTERPRETAZIONE. EDB 2013, 97 – 103) E GEOGRAFIA DELLA PALESTINA
Per la storia biblica si veda il libro di Mazzinghi
Per la geografia biblica si considerino alcuni temi di fondo:
– le grandi vie di comunicazione e il ruolo della mezzaluna fertile e dell’Egitto in Canaan.
– le divisioni geografiche dovute al mare e alle catene montuose e al deserto
– il tema dell’acqua (pozzi, fonti, cisterne)
– le tende e il nomadismo e la graduale conquista della terra promessa
– l’agricoltura (grano, olio, vite)
– la divisione politico-culturale in Giudea, Samaria e Galilea.

Video con informazioni sulla geografia biblica:
Canale youtube: SatelliteBibleAtlas (in inglese); la Bibbia c’è (in italiano)

10. COMMENTO DEI VERBUM 18. Il KERIGMA COME FONDAMENTO DEI VANGELI E DI TUTTO IL NT
DEI VERBUM 18
18. A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche quelle del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una superiorità meritata, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore. La Chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro Vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, in seguito, per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti che sono il fondamento della fede, cioè l’Evangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni (31).
Con il termine kerigma si intende in generale l’annuncio che compie il disegno di Dio nella storia e porta la salvezza. Ripercorrendo le tracce del verbo corrispondente, kerysso e anche di altri verbi che fanno parte del campo semantico dell’annunciare/testimoniare nel nuovo testamento (apanghello, martyreo, laleo, euanghelizomai) si ottiene un quadro complessivo dei termini tecnici dell’annuncio, che ci permette di chiarire meglio cosa il Nuovo Testamento e i Vangeli, intendono a riguardo di ciò che comunemente indichiamo con il termine kerigma.

Non possiamo ovviamente seguire nel dettaglio tutte le ricorrenze di questi verbi. Rimandiamo per questo ai dizionari esegetici e teologici del nuovo testamento. A noi interessa costruire un percorso tematico, selezionando quelle ricorrenze “tecniche” riguardanti l’annuncio della salvezza.

Il kerigma prepasquale del Regno di Dio
Anzitutto si deve affermare che l’annuncio che i vangeli riportano è collegato al Regno di Dio. È un annuncio del Regno, introdotto dalla predicazione penitenziale del Battista (cf. Mc 1,4) e portato a compimento da Gesù nella sua predicazione, sinteticamente riportata da Marco in 1,14: <<Dopo che Giovanni fu consegnato, Gesù venne in Galilea, annunciando (kerysson) il Vangelo di Dio e dicendo: “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo>>”. Questo annuncio del Regno è caratterizzato da un “riempimento” del tempo (kairòs), che diviene tempo maturo e opportuno per la presenza di Dio. Tale presenza si caratterizza come un dominio, un governo di Dio sulla storia e sul mondo (Regno di Dio), che ormai si è fatto vicino e le conseguenze di tale vicinanza sono realmente presenti e comportano una trasformazione degli uditori di Gesù, un cambiamento di mentalità (conversione) e l’accendersi di una nuova visione delle cose (fede). Tale annuncio comporta una vittoria contro il male, che viene segnalata emblematicamente dagli esorcismi praticati da Gesù, che <<nelle sinagoghe per tutta la Galilea annunciava (kerỳsson; ta daimònia ekbàllon) e scacciava i demoni> ( (cf. 1,39).
Anche in Matteo Gesù annuncia quello che sinteticamente viene definito come “Vangelo del Regno” (Mt 9,35).
In Luca questo annuncio che Gesù compie è più elaborato teologicamente. Si tratta di un compiersi delle promesse messianiche contenute soprattutto nel profeta Isaia, che programmaticamente Gesù legge nella sinagoga di Nazareth: <<Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia e aperto il rotolo, trovò il luogo dove era scritto: “Lo spirito del Signore è su di me, con esso egli mi ha unto di olio e mi ha mandato ad evangelizzare (euanghelìsasthai) i poveri, ad annunciare (kerỳxai) la liberazione ai prigionieri, ai ciechi la vista, rimettere in libertà gli oppressi e ad annunciare (kerỳxai) un anno di grazia del Signore”>>. La concentrazione di verbi legati all’annuncio e all’evangelizzazione mostra che qui è in atto una reinterpretazione globale di tutto l’annuncio compiuto da Gesù, in questo quadro introduttivo del suo ministero. Egli è il messia, l’unto, dello Spirito Santo, che compie i segni di liberazione e guarigione promessi dalle Scritture profetiche, annunciandoli non solo a parole ma con la potenza trasformatrice dello Spirito. Si tratta di segni connessi alla restituzione della vista dei ciechi, alla liberazione dei prigionieri e degli oppressi e al richiamo al giubileo, inteso come anno in cui le terre sono finalmente restituite a chi le aveva perdute per debiti, secondo la legge del Levitico.
Questi segni kerigmatici (col verbo apanghello) vengono maggiormente dettagliati da Luca in 7,22 (cf. par. Mt 11,4) dove gli emissari di Giovanni il Battista chiedono a Gesù se sia veramente lui il messia e Gesù risponde compiendo in quello stesso momento ciò che egli annuncia a parole, ossia ciò che era stato profetizzato da Is 35,5-6, e cioè che <<i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti resuscitano, i poveri sono evangelizzati>>. Come si può notare, tutti i miracoli compiuti da Gesù in quel momento e anche precedentemente narrati dall’evangelista Luca vengono complessivamente riassunti nel quadro della manifestazione messianica, in cui Gesù si mostra come colui che è dotato di Spirito Santo e perciò in grado di realizzare quei segni che evidenziano il compimento delle Scritture di Israele e l’avvento definitivo del Regno di Dio nella sua persona.
Qui non è ancora in gioco la Pasqua di morte e resurrezione di Gesù: si tratta di un kerigma prepasquale che riguarda il Regno di Dio e la sua realizzazione nella storia umana attraverso segni efficaci, che mostrano la presenza di Dio e la potenza dello Spirito Santo agire nel messia Gesù. Tali segni non sono comunque capaci di imporsi senza escludere possibili contestazioni o incomprensioni, anzi suscitano l’opposizione dei nemici di Gesù, che vogliono per questo farlo fuori, affermando che Gesù scaccia i demoni per opera del principe dei demoni.
Tutto questo, secondo l’evangelista Matteo, non accade casualmente, ma è ancora una volta compimento della profezia di Isaia (Is 42,1-4), per il quale il servo non risponde alle contese, non urla né fa udire la sua voce in piazza, né spegne il lucignolo fumigante o spezza la canna incrinata. Egli è il servo mite e umile che lascia che la sua parola e il suo messaggio di speranza siano equivocati e attaccati violentemente dagli avversari, e in tal modo compie un annuncio di giudizio non solo ad Israele, ma a tutti i popoli (cf. Mt 12,15-24).

Il kerigma pasquale
Questo riferimento al servo sofferente di Isaia introduce l’annuncio di morte e resurrezione, compiuto da Gesù attraverso le parole del quarto canto del servo e ricapitolato anticipatamente dal gesto della donna che versa sul capo di Gesù dell’unguento profumato di gran valore (Mt 26,6-13) e che viene interpretata da Gesù come una testimonianza pasquale (Mt 26,13 par.): <<In verità io vi dico, quando verrà annunciato (kerychthè) questo Vangelo in tutto il mondo, sarà raccontato (lalethèsetai) anche ciò che ella ha fatto, in suo ricordo>>.
Il kerigma è a questo punto un vero e proprio annuncio della passione e morte di Gesù Cristo. Esso va strettamente congiunto con l’annunzio della resurrezione, che saranno le donne a fare per prime (cf. Lc 24,9 e Mt 28,8; cf. apèngheilan). L’evangelista Luca elabora teologicamente questo annuncio attraverso le prime apparizioni ai discepoli, per integrarlo in un annuncio pasquale nella sua globalità, che comprende la passione del Cristo, la sua resurrezione il terzo giorno e l’annuncio della remissione dei peccati nel suo nome a tutte le genti (cf. Lc 24,47). Esso viene ripreso e compiuto nel libro degli Atti, la seconda parte dell’opera lucana, dagli apostoli. Si confronti ad esempio il discorso di Pietro al centurione Cornelio e a tutta la sua famiglia (cf. At 10,34-43), in cui l’annuncio è insieme una testimonianza (kerỳxai to laò kai diamartỳrasthai) della resurrezione di Gesù e della sua qualità di giudice dei vivi e dei morti.
La teologia dell’annuncio lucana riprende narrativamente quella paolina, cronologicamente antecedente, esposta con chiarezza in particolare in 1 Cor 15, in cui Paolo riconsegna ai suoi lettori una tradizione che egli stesso ha ricevuto dalla tradizione apostolica e che concerne la morte e resurrezione di Gesù il terzo giorno secondo le Scritture (cf. 1Cor 15,11-12).
L’annuncio di Gesù morto, risorto ed esaltato alla destra del padre diviene nella Lettera ai Filippesi un itinerario più globale di discesa e di risalita, in cui <<Cristo Gesù, pur condividendo la forma di Dio, non considerò un possesso geloso questa uguaglianza con Dio, ma spogliò sè stesso, assumendo la forma di servo>> (Fil 2,6-7). Dopo l’incarnazione, la discesa di Gesù giunge al culmine con la morte in croce, e da qui risale nella forma di un innalzamento ad opera di Dio (cf. vv.8-11).
Questo itinerario viene maggiormente elaborato narrativamente nell’opera giovannea, che esaminiamo nel paragrafo seguente.

Il kèrigma del Figlio preesistente e donato dal Padre
Non ci sono nell’opera giovannea i termini tecnici dell’annuncio che troviamo nei sinottici o in paolo (come martyreo o apanghello). Si trova una sola ricorrenza di apanghello, in un contesto in cui Gesù parla ai suoi discepoli della rivelazione del Padre (cf. Gv 16,25) e che ci aiuta a comprendere il kerigma giovanneo come un dono e una manifestazione resa possibile dall’invio del Figlio da parte del Padre.
In Giovanni troviamo piuttosto i verbi martyrein e lalein, Con particolare pregnanza nel contesto del discorso di Gesù al fariseo Nicodemo troviamo una sintesi efficace della teologia giovannea dell’annuncio: <<In verità in verità io ti dico noi diciamo (lalumen)ciò che sappiamo e testimoniamo (marturumen) ciò che abbiamo visto, ma voi non accogliete la nostra testimonianza>>( 3,11). Questa testimonianza comporta un innalzamento del Figlio dell’uomo, sul modello del serpente nel deserto (cf. v. 14) che rivela un dono e una consegna: << Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna>> (3,17). Il figlio dell’uomo, parola preesistente nel seno del Padre, è stata inviata, si è fatta carne ed è stata successivamente innalzata nell’ora della gloria, per rivelare l’amore del Padre e donare la salvezza.
Anche nella prima lettera di Giovanni questo annuncio è formulato a partire dal mistero stesso dell’incarnazione del Verbo divino (cf. 1Gv 1,1-4)
Questa teologia dell’annuncio giovannea, dipende da una visuale cristologica dall’alto, che considera cioè il mistero della persona di Cristo, non a partire dalla sua vicenda ministeriale, fino ad arrivare alla passione-morte e resurrezione, ma a partire dalla sua preesistenza.

10. 1 Cristologia dal basso e dall’alto
Con la locuzione cristologia bassa o dal basso si intende l’elaborazione di un pensiero sistematico su Gesù Cristo a partire dalla sua storia di uomo, della stirpe di Israele, proveniente da Nazareth di Galilea, che dopo il battesimo al fiume Giordano da parte del Battista ha cominciato un ministero di carattere profetico e apocalittico, particolarmente incentrato sulla sua persona. Emergono in particolare il suo misterioso rapporto con IHWH, il Dio d’Israele, da lui chiamato in modo scandalosamente confidenziale abbà, i miracoli da lui compiuti, come segni messianici che adempiono le antiche profezie, e il suo continuo richiamo rivolto ai discepoli, soprattutto a partire da un certo momento in poi, della necessità della sua morte in croce che sarebbe avvenuta a Gerusalemme per il rifiuto dei capi del popolo. Il compimento di tale cristologia è nel mistero della resurrezione, che svela ai discepoli il mistero del Figlio di Dio, morto e risorto secondo le Scritture. Una cristologia dal basso si occupa quindi, a partire dal mistero pasquale, di identificare nella storia di Gesù come uomo i segni della sua identità di Figlio di Dio. Un esempio di cristologia dal basso è il vangelo di Marco.
Per cristologia alta o dall’alto si intende una dottrina su Gesù Cristo elaborata a partire dal suo mistero immanente di Figlio di Dio, Parola di Dio coeterna al Padre, prima della creazione, poi incarnatosi in un dato momento storico nel seno della vergine Maria e la cui vicenda umana si compie definitivamente nel mistero pasquale della morte resurrezione e ascensione in cielo. Un esempio di cristologia alta è il Vangelo di Giovanni o gli inni delle lettere agli Efesini e ai Colossesi. (Ef 1,3-14; Col 1,15-20).