Lettura popolare I Quaresima

 

 

 

Lettura popolare I Quaresima Anno C

 

Lc 4,1-13

Gesù tentato nel deserto

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù è tentato non nel senso che è spinto a commettere un peccato ma nel senso più radicale che è messo alla prova perché sia verificata la sua fedeltà a Dio. La prova per Gesù non è quindi qualcosa che lo spinga a commettere un male, ma ciò che può manifestare in lui quel che egli è nel profondo di sé stesso, ossia Figlio di Dio. Al contempo questa prova lo abilita al ministero, manifestando la sua superiorità nei confronti dell’Avversario e mostrando che né la sete di potere né l’egocentrismo potranno mai distoglierlo dalla sua missione, che sarà compiuta in perfetta obbedienza alla volontà di Dio.

Gesù torna dal Giordano pieno di quello Spirito Santo che ha appena ricevuto dopo il battesimo, e ora in quello stesso Spirito, che lo riempie fin nell’intimo, si reca nel deserto per quaranta giorni, tentato dal diavolo (v. 2). Egli compie nella sua vita l’esperienza del popolo di Dio nell’esodo, che per quarant’anni cammina nel deserto, luogo di intimità profonda con Dio e insieme di prova di fede (cf. Dt 8,2).

La prima prova di Satana parte dal bisogno fondamentale della fame, per proporre a Gesù una “gestione in proprio” della sua identità di Figlio di Dio, come un potere in grado di autoalimentare la sua umanità. Con la sua risposta, fondata sulla teologia del Deuteronomio: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Dt 8,3), Gesù mette in luce che la sua missione, ricevuta dal Padre, è quella di realizzare la vocazione essenziale dell’uomo, ossia di obbedire a Dio. Essere Figlio vuol dire obbedire al Padre e in quanto uomo significa non ricercare un’egocentrica autosufficienza, ma una radicale dipendenza da Dio.

La seconda prova è innescata da una specie di visione istantanea (v. 5) di tutti i regni del mondo con la gloria umana, ossia il potere politico. Il diavolo afferma di essere colui a cui è stato dato questo potere e di poterlo a suo volta dare a chi vuole. Egli si pone come modello di Figlio, a cui il Figlio di Dio dovrebbe guardare per la sua missione e nello stesso tempo si dichiara capace di donare ciò che solo Dio può dare al suo messia (cf. Sal 2,8; Dan 7,14). Gesù dovrebbe adorarlo come Dio per ottenere subito il regno messianico senza passare per il mistero di morte e resurrezione (cf. At 2,30-36). Gesù fa ricorso alla celebre preghiera che il giudeo compie tre volte al giorno, per indicare la sua appartenenza radicale a Dio: “Il Signore tuo Dio adorerai, a lui solo renderai culto (Dt 6,13)”.

La terza prova è una sottile perversione della parola di Dio da parte del diavolo (cf. Sal 91,11-12). Se egli è sempre protetto dal Padre suo, lo dovrà manifestare chiedendo al Padre interventi di carattere miracoloso. Gesù risponde con un’altra citazione dalla preghiera di Dt 6: “non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa” (Dt 6,16). Li infatti il popolo aveva voluto “costringere” Dio a manifestarsi, esigendo l’acqua da bere (Es 17,1-7). Il ministero di Gesù invece sarà caratterizzato dall’umile obbedienza al progetto di Dio, anche quando alcuni lo solleciteranno a scendere dalla croce per manifestare la sua identità divina (cf. Lc 23,35-37).

In effetti il diavolo, esaurite le sue tentazioni, potrà tornare alla carica proprio durante la passione, attraverso l’operato dei personaggi che agiscono sotto il suo impulso (cf. Giuda in Lc 22,3 e i  soldati e i capi sotto la croce in Lc 23,35-37).

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

L’esperienza della tentazione

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 4,1-13 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

-Gesù è guidato dallo Spirito Santo nel deserto . La prova che Gesù vivrà è permessa da Dio, per una manifestazione della sua identità di Figlio di Dio. Sono convinto anch’io che dentro alle prove della vita c’è una provvidenza superiore che mi accompagna?

-Gesù è guidato nel deserto. Dove si trova per me il deserto? È una condizione positiva o negativa?

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?
  • Gesù non mangia nulla per quaranta giorni, poi ha fame. Quali sono i bisogni che in questo periodo sento maggiormente?
  • Il diavolo lo tenta. In quali punti di debolezza sento di essere più tentato?
  • Cosa dicono i personaggi?
  • Il diavolo tenta Gesù a partire dalla sua condizione di Figlio di Dio: “Se tu sei Figlio di Dio”. Vivo la mia fede in modo “consumistico”, come un pretesto per godermi i miei piaceri “spirituali”? Per trasformare le cose e la realtà a mio piacimento?
  • Gesù risponde: “Non di solo pane vivrà l’uomo.” Cosa significa per me essere alimentato dalla Parola di Dio ogni giorno? La Parola entra nella mia vita e modifica la mia mentalità e le mie azioni?
  • “Se ti prostrerai in adorazione davanti a me”. Quali idoli nella mia vita? Quali cose o persone a cui mi prostro e penso di non poter fare a meno?
  • “Gettati giù di qui”. Metto alla prova Dio in qualche situazione?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è il Figlio di Dio e con il dono dello Spirito e la forza della Parola di Dio riesce a sconfiggere il tentatore.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

Lettura popolare I Quaresima Anno C

L’amore del nemico

 

 

Le notizie dal mondo ci fanno capire che siamo in una situazione di rinnovati nazionalismi, in cui viene alimentato ad arte l’odio nei confronti del nemico. Anche nel nostro contesto italiano spesso lo scontro politico porta a demonizzare l’altro, l’avversario, per avere più voti.

La politica è anche uno specchio della società, in cui discussioni, litigi finiscono spesso in tribunale, col risultato di dare molto lavoro agli avvocati: nel lavoro, tra vicini di casa, in famiglia…ancora oggi ci sono famiglie in cui si fa fatica a tenere i rapporti per via di discussioni tra fratelli che durano da anni.

Noi cristiani abbiamo un compito: non quello di evitare sempre le discussioni, non quello di essere sempre buoni, non quello di rimetterci personalmente…no, questa sarebbe una caricatura del cristiano. La logica di Gesù va molto più in profondità e chiede a noi solo una cosa: non farci intrappolare dalla logica del male, che punta a corrompere il cuore.

Un famoso filosofo, Nietzsche, sosteneva che per fare quello che chiede Gesù bisogna odiare sé stessi. Al contrario non farsi intrappolare dal male richiede un amore di sé più grande. Significa essere liberi da blocchi, risentimenti, paure, che ci portano alla chiusura e pertanto ci fanno del male, ci privano di tante energie interiori. Significa volersi bene ed essere in grado di superare gli ostacoli interiori che  impediscono di amare, di voler bene, dentro ai limiti e alle fragilità, sapendole accettare come parte integrante della vita.

Gesù ci promette che questo atteggiamento di fondo, che in una parola egli chiama amore del nemico, porta con sé la sua ricompensa. Non è qualcosa che riceveremo in paradiso, no! La ricompensa è estremamente attuale. La riceviamo nell’atto stesso in cui, rinunciando a determinate pretese di giustizia, abbiamo in dono la pace e la serenità.

Agire in questo modo nasce da una fiducia radicale nell’uomo. Oggi noi pensiamo che essere intelligenti significhi pensare che l’altro ti stia fregando, quindi se tu lo freghi in anticipo sei più furbo di lui. In realtà questa è una logica paranoica, malata, della nostra società, perché l’atteggiamento più intelligente e costruttivo è invece quello della fiducia. Non sto parlando dell’ingenuità, sto parlando di una fiducia intelligente, ragionevole, aperta alla verifica. Solo la fiducia può costruire prospettive di futuro nella vita personale e sociale. Anche la regola d’oro nasce da una fiducia di fondo: fare agli altri quello che vorremmo venisse fatto a noi significa che ho fiducia che se l’altro si sente amato, voluto bene, ci sono buone probabilità che risponda in modo positivo e la logica dell’odio e dell’indifferenza sarà vinta.

A volte è difficile, bisogna avere pazienza, lasciare che passi del tempo, perché le ferite non possono essere ricucite immediatamente, automaticamente, occorre un processo lungo. Ma non è tempo vano: anzi può essere speso pregando per la persona: la preghiera è l’arma più forte perché è invisibile e quindi può operare come e quando vuole, secondo disegni nascosti ma in grado sempre di centrare l’obiettivo.

Abbiamo questa fiducia nella preghiera? Nei miracoli che il Signore può operare nel cuore dell’uomo? Nella potenza di Dio che si rivela come tenerezza, attenzione, amore e che intercede continuamente per noi con gemiti inesprimibili?

Lettura popolare VII TO Anno C

 

 Lettura popolare VII TO Anno C

Lc 6,27-38

Amare i nemici

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da ripetere ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

In questi versetti che la liturgia ritaglia, ci troviamo al cuore del discorso di Gesù ambientato in un luogo pianeggiante. Dopo le beatitudini e i guai, infatti, Gesù introduce il tema dell’amore per il nemico. Lo fa attraverso quattro imperativi che indicano delle esigenze (vv. 27-28), seguiti da quattro esemplificazioni (vv. 29-30) con l’aggiunga della cosiddetta regola d’oro, che conclude la prima parte della sezione (v. 31). Il comandamento dell’amore del prossimo che troviamo nel codice levitico (Lv 19,18) viene radicalizzato da Gesù come amore del nemico, ossia di colui o coloro che mostrano ostilità nei confronti della comunità cristiana e del discepolo di Gesù. La reazione deve essere proporzionata ma di segno opposto, in grado di rigenerare il bene passando attraverso la lacerazione subita: al posto dell’odio il fare del bene; come risposta alla maledizione la benedizione; la preghiera nei confronti dei calunniatori. Come si può notare c’è una progressione dall’esterno all’interno (dal fare del bene, al benedire al pregare), il cui punto più interiore e alto si trova proprio nella preghiera. Non è infatti possibile mettere in atto comportamenti così insoliti e devianti rispetto alle reazioni più istintive e immediate dell’uomo senza l’aiuto della preghiera. Si tratta principalmente quindi di una resistenza interiore al male, che non si lascia fagocitare dalla spirale dell’odio e della violenza, ma lo smaschera con un atteggiamento diametralmente opposto. Si tratta di creare opportunità alternative alla violenza dominante, tramite forme “artigianali” di pace, sempre da reinventare nelle relazioni personali.  Non a caso infatti gli esempi che seguono nei vv. 29-30 sono citati da Gesù solo come esemplificazioni e hanno un valore simbolico. Il porger l’altra guancia, tra l’altro, sembra riferirsi all’atteggiamento del servo di JHWH, che Isaia descrive come colui che presenta le guance a coloro che lo schiaffeggiano (cf. Is 50,6): dunque più che un precetto si tratta di un esempio altamente evocativo e rivelativo, che non deve essere interpretato alla lettera. La regola d’oro (v. 31) conclude questi esempi con una chiarificazione: non è una sorta di masochismo a suggerire queste prassi così alternative, ma proprio l’amore di sé. Esso può diventare talmente forte da impedire al male di raggiungere il cuore: in tal modo c’è qualche speranza che anche nel cuore del nemico prima o poi la radice malvagia venga disattivata da un comportamento che corrisponde al desiderio profondo di essere amato. Nei vv. 32-34 si comprende che la radice di questo atteggiamento è estremamente positiva: essa ritiene che nell’uomo vi sia un principio di bene in grado di superare la logica retributiva della legge, per la quale vi deve essere una proporzionalità nella violenza subita e arrecata o nel bene donato e ricevuto. Questo rapporto di proporzionalità implica una separazione tra buoni e cattivi, tra i propri amici e i propri nemici e calcola il comportamento sulla base di questa netta suddivisione. L’amore del nemico punta ad eliminare confini rigidi, perché ha un grande fiducia nell’uomo e nella sua possibile conversione. Tale fiducia non riposa solo su una osservazione esteriore dei fenomeni antropologici, ma sulla rivelazione del Padre, che dà all’uomo una certezza incondizionata di essere amato e lo spinge ad amare a sua volta con misericordia. Questo significa essere figli dell’Altissimo (cf. v. 35).

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Quando faccio fatica ad amare

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 6,27-35

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  – Chi sono i personaggi, cosa fanno e dicono?

– Gesù parla rivolgendosi ai discepoli e pronunzia l’esigenza radicale dell’amore del nemico.

– amate i vostri nemici: chi sono i miei nemici e come reagisco nel mio cuore nei loro confronti?

– Benedite/pregate: quali atteggiamenti interiori coltivo per reagire al male?

– dà a chi ti chiede: riesco a vivere con una certa misura di generosità e gratuità?

– la vostra ricompensa: dove pongo la mia ricompensa e gratificazione?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è il Signore che è venuto a rivelare cosa significa essere e vivere come Figli dell’Altissimo.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

le 4 parole della vocazione

 

 

La parola “chiamata” oggi evoca qualcosa di fastidioso, perché siamo continuamente sollecitati dalle chiamate degli altri, soprattutto al cellulare.

Spesso si usava la parola “chiamata” per indicare la vocazione. Ma cosa significa che Dio ti chiama? In che modo Dio ti chiama? E poi la chiamata è un’esperienza solo dei preti e dei consacrati, o è qualcosa che appartiene a ciascuno di noi?

Vediamo cosa ci dicono le letture di oggi.

Anzitutto il profeta Isaia, che ha una visione nel tempio e prende paura. Poi però Dio gli purifica il cuore perché possa disporsi interiormente ad ascoltarlo. E allora Isaia ascolta l’invito di Dio: “Chi andrà per noi?”. È una proposta di Dio che nasce dal suo “bisogno”: Dio non vuole fare qualcosa senza di noi, senza il suo profeta, e allora egli risponde generosamente: “eccomi, manda me”.  Che cos’è quindi la vocazione? È anzitutto un’esperienza di generosità. È un sentire che Dio mi manda a delle persone precise, perché vuole passare attraverso di me per aiutarle: i figli, i genitori, i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro. Io sono mandato a ciascuno di loro, per conto di Dio e gli rispondo: “eccomi, Signore, manda me”, io vado per conto tuo, non per conto mio. Che libertà non avere delle aspettative, mire, ritorni personali e invece essere distaccato, per servire il Signore negli altri! Questo è alla portata di ciascuno di noi, con l’aiuto di Dio. Ci sono poi vocazioni molto personali: Etty Hillesum ha avuto una vocazione particolarissima, che si è compiuta nei campi di concentramento. “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio.” Sì Dio ha avuto bisogno di questa donna generosa per vincere l’odio nazista.

Anche San Paolo ci fornisce un’ulteriore caratteristica della vocazione. Essa è un’esperienza di umiltà. Ci dice San Paolo: “io sono l’ultimo degli apostoli. Eppure ho faticato più di tutti loro!” Interessante, da una parte è umile, dall’altra proclama di fare di più degli altri. Questo significa che l’umiltà non è la virtù di chi si diminuisce per timidezza, paura o pigrizia, ma la virtù di chi riconosce il primato di Dio e del suo amore nella propria vita. Senza di lui e senza il suo amore, io non posso fare nulla. Se cerco di fare qualcosa da me stesso, non riesco, mi svuoto.  Col suo amore posso invece fare tutto! Se riconosco questa dinamica allora sono nell’esperienza della vocazione.

Ancora la vocazione è un’esperienza di fallimento, come è accaduto a Pietro quando ha pescato tutta la notte e non ha trovato nulla. Se non c’è un fallimento, la vocazione non è vera, perché rischia di reggersi solo sulle nostre forze e capacità. Infatti senza mettere davanti a Dio la nostra radicale insufficienza e incapacità, non potremmo distinguere la voce di Dio da quella del nostro orgoglio e rischieremmo di illuderci.

La vocazione nasce infatti dentro ad un sentirsi radicalmente trasportati dalla fiducia in una Parola altra, diversa, che ci viene da fuori e che oltrepassa le nostre capacità: “Sulla tua Parola getterò le reti”. Essa risponde ad un richiamo profondo, che viene dalla vita e si rispecchia nel nostro cuore e nella Parola di Dio e ci porta oltre i confini, oltre il prevedibile, programmabile, prestabilito. Essa disordina le nostre attese preconfezionate e i nostri schemi mentali e ci invita a prendere il largo. Quindi l’ultima caratteristica della vocazione è: fiducia!

Se vi riconoscete in queste quattro parole: generosità, umiltà, fallimento, fiducia, allora siete anche voi nell’esperienza della vocazione. Come vedete, non riguarda solo i preti, ma ciascun uomo senza eccezione.

Lettura popolare V TO Anno C

 

 

Lettura popolare V TO Anno C

 

Lc 5,1-11

Pescatori di uomini

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da ripetere ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

I primi tre versetti di questa scena evangelica chiariscono il contesto in cui avviene la pesca miracolosa di Pietro e dei compagni. Gesù sta in piedi presso il lago e predica la parola di Dio ad una folla desiderosa di ascoltarlo, che prefigura tutti i popoli in attesa della parola di Dio proclamata dagli apostoli nel libro degli Atti (cf. Atti 4,31; 6,2.7; 8,14). Questa sfumatura “ecclesiale” viene confermata dal fatto che Gesù sceglie proprio la barca di Simone (Pietro) per sedersi ed insegnare, come se Luca volesse alludere al fatto che nella barca della Chiesa, guidata da Pietro, Gesù è il vero maestro. Al contempo Gesù recupera una distanza nei confronti della folla, perchè lo si può conoscere solo ascoltandone la Parola nella barca della Chiesa.

Con un ordine paradossale e inatteso da parte di Gesù – ossia andare a pescare di giorno dopo che i pescatori hanno faticato invano durante tutta la notte – viene innescata la narrazione del miracolo. Simone dovrà lasciar da parte tutte le sue conoscenze e il suo mestiere per abbandonarsi alla parola del maestro, con un atto di fede pubblico nei confronti di colui che aveva già conosciuto a Cafarnao e che aveva manifestato la sua autorità guarendo indemoniati e malati e, tra essi, anche la sua suocera (cf. Lc 4,38-39). È questa fede pubblica di Pietro nella parola potente di Gesù a rendere possibile il miracolo, che viene descritto da Luca in due versetti in modo da esaltarne la grandezza e giustificare così la fiducia assoluta in lui.

Al cuore del racconto la confessione di peccato da parte di Pietro indica non solo la paura che coglie l’uomo davanti ad una teofania, ad una improvvisa manifestazione del divino (cf. Gdc 6,22) ma anche la consapevolezza profonda di tutta la miseria e impotenza umana e della distanza che c’è tra l’uomo e Dio (Is 6,5). La meraviglia, lo stupore panico manifestato da Pietro Giacomo e Giovanni (v. 9) non è solo un sentimento, ma l’espressione della situazione esistenziale di radicale impotenza dell’uomo a contatto col mistero di Dio.

Gesù non nega questa distanza ma esorta Pietro a non temere, a fidarsi della sua parola che lo chiama a prendere vivi gli uomini.  Solo la parola di Gesù colma la distanza tra Dio e l’uomo e la fede di Pietro in essa lo renderà capace essere pescatore di uomini, in modo unico e straordinariamente fecondo. Il verbo che viene tradotto con “pescatore” (zogrèo) significa “prendere vivi” e si usa in un contesto di guerra per indicare i nemici quando vengono fatti prigionieri senza essere uccisi (cfr. Nm 31,18), oppure può significare qualcuno che viene rianimato e gli viene resa la vita.  Pietro e gli apostoli, come tutti i missionari cristiani, sono coloro che, per mezzo della parola di Dio, saranno in grado di catturare gli uomini per la vita (cfr. At 5,20).

A questo punto i discepoli sono in grado di lasciare tutto, ossia di seguire incondizionatamente Gesù nella sua missione (v. 11). In effetti la parola di Gesù non era rivolta solo a Pietro ma anche agli altri discepoli, come ricorda il plurale “calate le reti” (v. 4). Pietro si pone qui come l’interlocutore che rappresenta il gruppo degli apostoli, chiamati attraverso il miracolo a credere alla Parola di Gesù e a seguirlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Il mio incontro con Gesù

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 5,1-11 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

-Gesù sta presso il lago di Gennesaret, che è il teatro della sua prima evangelizzazione e la folla gli fa ressa intorno. Immagino di essere anch’io in mezzo a questa folla: cosa mi affascina di Gesù? La sua parola, il suo volto, l’attenzione che si crea intorno a lui?

-La folla è presente per ascoltare la Parola di Dio. Si tratta della stessa parola di Gesù, che viene da Dio e trasforma la nostra vita. Come mi dispongo all’ascolto della Parola? È per me un incontro con la persona di Gesù?

-I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Le barche sono libere per accogliere Gesù, in un momento semplice e ordinario di vita. L’ascolto della parola è una realtà ordinaria e consueta della mia vita?

– Gesù dalla barca di Pietro insegnava alle folla. Sono convinto di incontrare Gesù nella barca della Chiesa?

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

-Pietro e i compagni obbediscono alla parola di Gesù e prendono una quantità enorme di pesci. Lo stupore invade tutti i presenti e Pietro si getta alle ginocchia di Gesù. Mi stupisco della forza della Parola di Dio?

-Tirate le barche a terra lasciarono tutto e lo seguirono. Sono disposto a fidarmi totalmente di Gesù e della sua parola?

  • Cosa dicono i personaggi?

–Prendi il largo e gettate le reti per la pesca. Ho obbedito a questo invito di Gesù?

–abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla. Come mi ritrovo nei momenti di sconfitta? Sono in grado di rivolgermi a Gesù?

–Sulla tua parola getterò le reti. So fidarmi e affidarmi alla parola di Gesù?

-Allontanati da me, perché sono un peccatore. Che coscienza ho di me stesso davanti al Signore?

-Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Mi sento spinto all’annuncio del Vangelo?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è il Signore della vita e la sua parola potente è in grado di dare nutrimento. I discepoli costituiscono la Chiesa, radunata e inviata in missione dalla parola di Gesù.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Gesù e i campanilismi

 

Cos’è il campanilismo e perché si chiama così? È la logica del noi-voi, che costruisce il mio gruppo contrapponendolo agli altri. È ciò che capita quando una nazione cerca di compattarsi contro un’altra, quando una città o un paese rivaleggia con un altro (tipo Rimini e Pesaro) o quando una parrocchia si isola rispetto ad un’altra…non a caso è il campanile ad aver dato origine a questa parola.

Gesù profeta va oltre gli steccati e spezza la logica del campanile. Quando si reca a Nazareth, la sua città, e va in sinagoga dicendo che si è compiuta la parola del profeta Isaia, tutti gli rendono testimonianza, sono felici che il figlio di Giuseppe, uno di loro, possa essere il messia. Ma Gesù citando due famosissimi profeti, Elia ed Eliseo, che il Signore aveva mandato a soccorrere due stranieri, la vedova di Sidone, e il generale siriano Naaman, dice subito ai suoi compaesani che il suo ministero ha l’obiettivo di superare i confini di Nazareth e di Israele, per arrivare dai popoli pagani, fino ai confini del mondo.

Lo Spirito conduce il messia profeta, Gesù di Nazareth, ad annunciare la Parola a tutti i popoli del mondo, senza confini e distinzioni. Ed è proprio questo messaggio a suscitare la rabbia e la violenza dei suoi concittadini, che vogliono farlo fuori, perché sono egoisti e gelosi di Gesù, non pensano a farne dono agli altri.

Noi cristiani oggi siamo davanti ad un bivio, o viviamo come Gesù oppure come i cittadini di Nazareth. Se viviamo come i cittadini di Nazareth, finiremo per cacciare Gesù dal nostro paese e perderemo la nostra fede. Se invece viviamo come Gesù, siamo spinti dal suo spirito di testimonianza, che si concretizza in gesti di amore ed accoglienza, soprattutto dei più poveri, dei bambini, di chi è in difficoltà. Questa accoglienza diventa poi annuncio esplicito della nostra fede in un Dio che si è fatto povero per noi per liberarci. Se Dio attraverso di noi libera i poveri e i bambini dal rischio di morire in mare, poi Dio libererà noi dalle nostre paure, che ci chiudono e ci rendono egoisti, che ci fanno domandare: chi ci difenderà? Ma la nostra identità di popolo, così come la nostra identità di cristiani, si difende solo nella misura in cui si dona, si trasmette agli altri. Così diventa feconda, capace di generare, nuovamente vitale.

A nulla serve tenere il crocifisso nelle aule o fare il presepe in casa se quei valori non si vivono e si trasmettono in modo vitale, concreto, vero. Dobbiamo andare oltre gli steccati di una identità che pretende di essere forte ma in realtà è solo debole, perché si regge sulla paura dell’altro, del diverso.

Tutto il ministero di Gesù, come profeta messia, è rivolto costantemente oltre i confini, per compiere un disegno davvero universale. Così ogni persona e ogni popolo ha un disegno universale! Cosa sono l’Italia, l’Europa? O sono concetti morti legati a eventi del passato o realtà attuali, portatori di valori che si incarnano della vita di oggi, per ogni uomo. Come cristiani siamo chiamati a dare un’anima a questi valori, testimoniandoli con la nostra fede.