Passioni e motivazioni dell’annuncio del vangelo

 Icona biblica: Paolo e Aquila e Priscilla (At 18,1-4.18-22.24-28)

L’incontro tra Paolo e i coniugi Aquila e Priscilla è raccontato più estesamente nel c. 18 degli Atti degli Apostoli. 

In particolare vi sono alcuni passi in cui i due coniugi sono coprotagonisti della narrazione: nei vv. 1-4 si pone la cornice dell’evangelizzazione della città di Corinto ad opera di Paolo, proprio grazie all’incontro favorevole con i due coniugi, che rende possibile una permanenza dell’apostolo nella città. Essi infatti erano fabbricatori di tende come lo stesso Paolo. Poi la coppia ritorna in primo piano nella narrazione nei vv. 18-22 in cui si racconta lo spostamento di Paolo, insieme ad Aquila e Priscilla, da Corinto ad Efeso. La città di Efeso sarà poi il luogo dove la coppia rimarrà per diverso tempo a collaborare alla missione evangelizzatrice e, in particolare, Luca tiene a ricordare il loro contributo nella catechesi mistagogica di Apollo (vv. 24-28).

Abbiamo conferma della coppia di Aquila e Priscilla anche dalla voce stessa di Paolo, dalla 1Cor e da Rm, nelle finali di saluto (1Cor 16,19 e Rm 16,3). In entrambi i casi si tratta di un grande elogio che Paolo fa della coppia missionaria, insieme ad una rapida definizione della loro attività pastorale. 

Vorrei confrontare l’esperienza missionaria di Paolo e di Aquila e Priscilla con alcuni modelli di rinnovamente missionario che oggi sono presenti nella Chiesa cattolica e che hanno a che fare anche con la nostra identità sacerdotale. Ne elenco quattro, senza pretesa di esaustività: 

  • Modello delle comunità di base territoriali (Ceb-NIP)
  • Modello di secondo annuncio (Biemmi)
  • Modello di annuncio kerigmatico/carismatico (Alpha-Divino Rinnovamento; cellule di Sant’Eustorgio)
  • Modello di rinnovamento catecumenale (Meddi,Neocat,Dieci Comandamenti) 

Vorrei mostrare alcune relazioni della missione paolina con questi modelli di rinnovamento e come possono aiutarci a rileggere la nostra esperienza missionaria di presbiteri, con alcuni riferimenti concreti a partire dalla nostra esperienza.

At 18,1-5: la collaborazione nel Signore tra Paolo e la coppia di Aquila e Priscilla

Paolo, reduce da un tentativo missionario sostanzialmente fallimentare ad Atene (At 17,22-34) giunge da Atene a Corinto (cf. 18,1). Un ampio ed articolato periodo mostra il contesto relazionale e sociale in cui Paolo si inserisce in città. L’incontro, probabilmente casuale, con un giudeo proveniente dal Ponto (attuale Turchia, zona costiera del Mar Nero), diviene per Paolo una grande opportunità di relazione e amicizia. Anche Aquila certamente parlava greco e proveniva dal medesimo milieu culturale e religioso di Paolo, originario di Tarso, in Cilicia, che era poco a sud del Ponto stesso. Inoltre, anche se Luca non lo esplicita, Aquila è cristiano. Non si ha infatti notizia di una sua evangelizzazione da parte di Paolo: se storicamente la coppia fosse stata evangelizzata da Paolo Luca lo avrebbe certamente menzionato. 

Luca ci ricorda che Aquila proviene dall’Italia e più precisamente da Roma, da cui è stato espulso assieme alla moglie Priscilla, a causa dell’editto di espulsione da parte di Claudio. Questa notizia storica ci assicura che intorno al 50 d.C., data dell’arrivo di Paolo a Corinto, l’annuncio del vangelo fosse già arrivato a Roma, nelle comunità giudaiche della metropoli. Paolo viene quindi accolto dalla coppia in casa loro. Luca ricorda che essendo dello stesso mestiere, ossia artigiani fabbricatori di tende, Paolo non viene accolto solo per qualche giorno da loro, ma rimane presso di loro a lavorare (v. 3). 

È interessante notare che per Luca la motivazione di questa permanenza di Paolo nella loro casa è il lavoro artigianale comune, che li impegna ogni giorno, mentre non si fa menzione, almeno per ora, del lavoro apostolico. Solo nel versetto successivo (v. 4) Luca afferma che Paolo discuteva tutti i sabati in sinagoga e persuadeva giudei e greci. Questi ultimi, dato il contesto sinagogale, potevano certamente essere dei timorati di Dio che, pur non essendo giudei circoncisi e dunque non essendo tenuti all’osservanza di tutta la legge mosaica, erano comunque pagani frequentanti la sinagoga, perché fortemente coinvolti dalla fede giudaica. Con il verbo “persuadere”, al tempo imperfetto, si indica un’azione ripetuta ma anche uno sforzo, un tentativo, una ricerca continua da parte di Paolo, che si avvale della sua conoscenza delle Scritture. Di fatto si tratta, come vedremo meglio, di un primo annuncio di Cristo, basato sulle Scritture di Israele. 

L’arrivo a Corinto di Sila e Timoteo modifica gli equilibri della piccola comunità: Paolo si sente più libero di dedicarsi totalmente alla missione evangelizzatrice, dal momento che i suoi compagni possono aiutarlo nelle questioni logistiche e di mantenimento della loro convivenza. Qui, al v. 5, l’annuncio della Parola che Paolo compie in sinagoga è descritto come una testimonianza (diamartyroumenos) che Gesù è il Cristo. La Parola è chiaramente per Luca collegata all’annuncio kerigmatico del Cristo, morto e risorto secondo le Scritture. Il verbo “testimoniare” sottolinea una esposizione di “prove” e “segni” tratte dalla Scrittura e dalla vita (cf. 20,21; 28,23), volta a convincere e trasformare nella fede l’interlocutore, attraverso il riconoscimento dell’identità tra Gesù di Nazareth e il messia atteso da Israele. Le attese messianiche coltivate dalla comunità giudaica corinzia trovano piena soddisfazione nella vicenda storica di Gesù di Nazareth e nella sua morte e resurrezione. 

Al v. 11 una simile espressione conclusiva, insegnare la Parola di Dio, riassume tutta l’attività di evangelizzazione paolina, con la formazione della prima comunità cristiana.

La casa/Chiesa di Aquila e Priscilla e il lavoro condiviso (At 18,1-5)

Su questi aspetti una prima considerazione è rivolta alla collaborazione dei coniugi Aquila e Priscilla, su cui Luca offre solo un brevissimo accenno. La permanenza di Paolo nella loro casa non si può considerare solo come una temporanea sistemazione logistica, con un accordo di tipo economico per cui il lavoro di Paolo serviva a ripagare la famiglia dei costi dell’ospitalità. Luca lascia invece immaginare che sia la stessa coppia ad introdurre Paolo in sinagoga nel giorno del riposo sabbatico. La presenza di Paolo, al lavoro insieme con i coniugi, mostra l’importanza della casa e del lavoro, anche materiale, condiviso, come dimensione “sostanziale” della piccola comunità cristiana, quindi anche della sua vita di fede. Il fatto che Paolo stesso nelle sue lettere sottolinei la presenza di una Chiesa che si raduna nella loro casa lascia trasparire la forza relazionale dei coniugi, la loro capacità di accoglienza e condivisione, la familiarità evangelica con cui la Parola si è incarnata nella loro esistenza e ne ha fatto una cellula luminosa di evangelizzazione, a partire dalla vita. Secondo Luca non sono loro ad operare in prima persona l’evangelizzazione, o forse lo fanno ma più in sordina rispetto a Paolo. Tuttavia la loro ospitalità crea il grembo fecondo di relazioni, di amicizia, di preghiera, di condivisone e conversazione, che rende possibile la missione paolina. C’è in questa coppia di missionari cristiani la vocazione a rendere presente una “spiritualità di Nazareth”, dell’accoglienza familiare e del lavoro quotidiano, anche nella grande città greca di Corinto. 

Questa condivisione e intimità sincera tra Paolo e la coppia di sposi non termina quando Paolo lascia la loro casa, cosa che farà nel momento in cui si generano i primi scontri con avversari del vangelo all’interno della comunità sinagogale. Anzi i due coniugi di uniranno a lui nel suo viaggio verso Efeso, dove risiederanno per qualche anno formando una nuova comunità domestica. E dove vanno, Corinto, Efeso, Roma i coniugi collaborano a creare comunità domestiche. Pur essendo itineranti, il loro servizio è più stanziale e serve a radicare la missione in cellule di condivisione ed evangelizzazione. Paolo invece si mostra molto più itinerante nei suoi spostamenti, da una comunità all’altra (cf. vv. 18-22), per seminare e mantenere i contatti con le diverse Chiese. 

La dimensione comunionale e missionaria del presbitero e della comunità cristiana. Alcuni elementi concreti

Questo quadretto missionario lucano mi sembra interessante anche per tracciare alcuni elementi concreti:

  • Vita comune e lavoro materiale. La condivisione lavorativa di Paolo e di Aquila e Priscilla non ha solo una funzione materiale, ma è anche fonte di una comunione missionaria. Spesso viviamo la condivisione pratica, il “fare” sia nella casa e negli ambienti parrocchiali sia negli ambienti civili, come un fastidioso ostacolo che ci fa perdere tempo rispetto a cose più importanti. Personalmente ho riscoperto questa dimensione del lavoro manuale, come condivisione di valori evangelici, di una vita evangelica, con il campo lavoro missionario. Ma anche con alcuni campi scuola, dove l’autogestione della casa comportava una condivisione con i ragazzi e gli educatori, sono stati momenti di condivisione “spirituale” profonda. Infine alcune iniziative di risistemazione di luoghi pubblici, ad esempio quando abbiamo ritinteggiato con i ragazzi di san Lorenzo un sottopassaggio di Riccione, hanno potuto lasciare un messaggio evangelico di pace a tutta la città. Una cura della casa, della creazione, dei luoghi comuni, della sobrietà porta le persone a sentire una familiarità concreta con ambienti e persone e a vivere i valori evangelici nella quotidianità della comunità parrocchiale e sociale. Questo elemento era ad esempio rilevante nei progetti di rinnovamento della comunità di base. 
  • Vita comune e coabitazione. Mi sembra uno spunto molto interessante anche questo relativo alla coabitazione tra presbiteri e famiglie. Personalmente non ho mai avuto l’opportunità di vivere in modo prolungato questa dimensione, ma so di diversi tentativi, anche da parte di alcuni di noi nel presbiterio, di progettare ambienti comunitari accoglienti, in cui le famiglie possano trascorrere anche alcuni periodi. È certamente importante, nei progetti di condivisione fraterna e familiare, stabilire bene i confini, per lasciare sia alle famiglie che al presbitero o ai presbiteri la loro intimità. Ma la condivisione di alcuni spazi e tempi, magari per alcuni periodi, con un progetto di vita spirituale, fondato sulla lettura condivisa della Parola di Dio, sul modello anche di alcune comunità, come Villapizzone o Romena, può costituire oggi un grande valore aggiunto. Nella mia personale esperienza ricordo in particolare una convivenza di famiglie, nella casa parrocchiale di San Lorenzo, come particolarmente feconda per favorire le relazioni tra giovani famiglie, alcune fino a quel momento non abituate a frequentarsi. A Santarcangelo, dove mi trovo ora, il corso di preparazione al matrimonio prevede una sessione unitaria di tre giorni, con tempi di condivisione nei pasti e in momenti conviviali, molto importante per creare un clima di ascolto, condivisione, capace di lasciar traccia nel cuore delle persone. Penso ancora alle convivenze giovanili, lanciate a suo tempo dal Punto Giovane di Riccione e diventate con il tempo patrimonio condiviso nella nostra diocesi: esse stabiliscono, tra educatori e ragazzi una sorta di famiglia allargata, grembo fecondo per una trasmissione più profonda dei valori della fede dentro al vissuto e alle domande di ciascun ragazzo. Per fare un altro esempio, ancora più semplice e ordinario, vedo anche come sia importante che la casa dei preti sia percepita come un luogo familiare, per tutti coloro che ne varcano la soglia. Che essa sia un po’ come anche la loro casa, dove si sentono a loro agio, accolti per un momento di conversazione tranquilla, tra un incontro e l’altro. 
  • Cellule di evangelizzazione. Aquila e Priscilla nei diversi luoghi in cui si sono recati, hanno creato delle comunità domestiche, delle Domus Ecclesiae. Paolo è stato uno dei primi a sperimentare questo loro carisma e, molto probabilmente, ad incentivarlo e valorizzarlo. L’intuizione di comunità familiari dove si prega a partire dalla Parola, dal vangelo domenicale, in modalità che aiutino l’integrazione tra il vissuto personale e comunitario e la Parola di Dio rimane tutt’ora estremamente valida. Piccoli nuclei anche con 5 o 6 persone sono l’ideale per una comunicazione affettivamente ricca, in cui il servizio di spezzare la parola è sostenuto dai presbiteri e diaconi e condotto da qualche facilitatore con grande sobrietà e semplicità, in cui si evitano dispute teoriche, in cui ciascuno è invitato a comunicare quello che la Parola ha suscitato in lui, senza contrapporsi ad altri, in cui si genera un clima di ascolto profondo e di silenzio pieno nello Spirito (cf. cellule di Sant’Eustorgio). A me personalmente l’incontro con la Lettura Popolare del Vangelo, in particolare con Maria Soave Buscemi, ha fornito molti spunti per superare il complesso del presbitero insegnante e del biblista…e accogliere il protagonismo battesimale nella mensa della Parola di Dio. Intuizioni che ho ritrovato pienamente anche in Evangelii Gaudium.  Questa modalità di incontro “domestico e familiare” oggi configura anche il presbitero come uomo della condivisione e comunione, che innesca, favorisce ed accompagna questi itinerari, personali e comunitari.
  • Paolo e l’annuncio di sabato in sinagoga – rivitalizzare l’annuncio domenicale

Non nascondiamoci la difficoltà di “bucare” ogni domenica la scorza di non-ascolto, la patina di abitudinarietà di alcuni ed estraneità di altri, che vi è nella variegata assemblea domenicale.  Paolo nel commentare la Parola ogni sabato in sinagoga doveva aprire allo Spirito le orecchie di persone certamente non abituate all’annuncio kerigmatico del Vangelo. Anche noi, come ci diciamo da anni, non dobbiamo dare per scontata la fede di coloro che vengono a messa: ogni occasione è opportuna per tornare al cuore dell’annuncio cristiano, un Dio di misericordia che ci ha donato suo Figlio, fino a morire per noi, per me, sulla croce. Un Dio che vuole abitare, entrare nella nostra vita per portare luce, pace, gioia, speranza, per aiutarci con sapienza ad orientare le nostre esistenze verso il meglio, verso quel progetto che Lui ci lascia scoprire nella nostra libertà. Ancora troppo spesso si sentono omelie moralistiche, astratte, giudicanti…sono tutte occasioni mancate, quando non veri e propri ostacoli posti sul cammino della Parola di Dio. Come Paolo nel suo annuncio sinagogale, possiamo anche noi utilizzare tutte le risorse della retorica, per essere più capaci di cogliere l’attenzione: purificare il vocabolario di termini troppo teorici o desueti, appartenenti al lessico della teologia; favorire la comprensione dei concetti tramite racconti, narrazioni; seguire la brevità e la concretezza; utilizzare simboli ed immagini…ma soprattutto coltivare la passione per la Parola di Dio nella nostra vita, quella passione che inevitabilmente si trasmette mentre parliamo. 

At 18,23-28: la catechesi spirituale nella via, un sentiero di approfondimento “mistagogico”

Mentre Paolo è in viaggio per consolidare i risultati missionari raggiunti nelle diverse comunità ecclesiali (v. 23), in primo piano emergono di nuovo Aquila e Priscilla a Efeso, che, con la loro consueta attenzione e capacità di ascolto, colgono subito i doni di scienza e di carisma di Apollo e lo coinvolgono in un percorso di formazione più accurata della cosiddetta “via” (odos), termine con cui gli Atti degli Apostoli indicano l’adesione alla comunità messianica. Si tratta di un cammino di natura mistagogica, che completa la competenza scritturistica di Apollo. Chi era costui? Ci sono diverse ipotesi esegetiche (giudeo colto simpatizzante della “via”, cristiano già evangelizzato). Dal momento che egli ha ricevuto solo il battesimo di Giovanni, potrebbe trattarsi di un giudeo colto di Alessandria d’Egitto che ha ricevuto qualche iniziale istruzione su Gesù di Nazareth (era stato istruito sulla via del Signore, cf. v. 25) e l’ha sviluppata autonomamente, per mezzo delle sue competenze letterarie e scribali. Egli si muoveva infatti con facilità e con animo ispirato nelle Scritture e le insegnava con correttezza e con perizia (akribos). Tuttavia, come accenna Luca, non aveva ancora ricevuto il battesimo cristiano e quindi non aveva completato la sua iniziazione catecumenale.  Aquila e Priscilla hanno il merito di cogliere i carismi di questa persona e valorizzarli nella fede, completando l’itinerario di iniziazione cristiana. Essi gli espongono più accuratamente la via di Dio, ossia lo aiutano a entrare più in profondità, in rapporto con la comunità cristiana, con i “misteri” della vita di fede, per i quali non è sufficiente un cammino di elaborazione spirituale individuale. Si tratta per Apollo di fare esperienza non solo dello Spirito che parla nella sua interiorità, ma anche di quella misteriosa corrispondenza tra la sua interiorità e la comunità cristiana, che si respira in una Chiesa che vive il proprio cammino ordinario, fatto di ritmi liturgici e vita sacramentale. Non sappiamo nulla di più specifico a riguardo di questa catechesi. Possiamo però ipotizzare che la presenza di una comunità domestica facesse un po’ da contrappunto all’eccezionale preparazione intellettuale di Apollo, permettendogli di integrare i suoi carismi in una vita comunitaria e in un’appartenenza ecclesiale senza di cui non si può completare un itinerario catecumenale. 

Cammini di vita: alcuni elementi concreti

  • Cammini personali e assemblea eucaristica. Questa collaborazione dei coniugi con Paolo mi sembra estremamente attuale. Anche in un tempo come il nostro alcuni cammini di primo annuncio e iniziazione alla fede aiutano le persone a riscoprire con novità ed entusiasmo il dono della fede e l’azione dello Spirito nella loro vita. Poi però manca un reinserimento nella comunità cristiana, che sia in grado di completare l’itinerario di ispirazione catecumenale con una piena mistagogia. Le nostre comunità non sono spesso attrezzate per accogliere questi cammini di riscoperta, perché troppo spesso articolano le loro proposte con linguaggi un po’ vecchi e non sono aperte all’ascolto dei cammini, originali e assolutamente personali, degli adulti. Le nostre assemblee eucaristiche inoltre sono ancora troppo “grandi” e spesso “impersonali” per favorire l’accoglienza di persone in ricerca di fede.  Anche noi abbiamo esperienza di come certe persone, che abbiamo accompagnato per un certo periodo nella riscoperta o approfondimento della loro fede, poi si siano perse di vista. C’è da chiedersi se attribuire questo in ogni caso ai cambiamenti necessari della vita, come trasferimenti o cambiamenti di lavoro, o alla difficoltà di tradurre questo accompagnamento personale in un itinerario ecclesiale. 
  • Annuncio e catechesi come accompagnamento personale. Questo quadro lucano sulla ministerialità di coppia di Aquila e Priscilla mi pare offra una chiave importante per la pastorale di oggi, proprio per tradurre i itinerari più ecclesiali questi accompagnamenti personali. Siamo forse chiamati a lasciare da parte una certa ansia e frustrazione per le “strutture” pastorali che coinvolgono grandi numeri, tenendole solo nella misura in cui sono utili per favorire l’incarnazione della presenza ecclesiale in un determinato territorio, la comunicazione di valori ed esperienze. Si constata che essi danno frutto e possono essere occasioni di secondo annuncio solo se si attiva una dimensione relazionale e personale, nel tempo (cf. Biemmi). Dobbiamo urgentemente liberare risorse per trasformare queste opportunità di incontro con tutti in cammini di accompagnamento per alcuni, per coloro che la grazia di Dio ci porta ad incontrare, nel desiderio che guida il loro itinerario. E per favorire un inserimento più “personale” ed accompagnato nella comunità cristiana. In fondo si tratta della funzione tradizionale dei “padrini” ossia di chi esercita una certa paternità e testimonianza nel cammino catecumenale della persona in ricerca (cf. modelli di rinnovamento catecumenale). Con molta consolazione ho potuto constatare la presenza di questi accompagnamenti in alcuni dei Cenacoli del Vangelo che il Vescovo Francesco ha voluto proporre qualche hanno fa in Diocesi, alcuni dei quali tutt’ora continuano ad avere una loro vita all’interno di alcune parrocchie. Ma ognuno di noi penso abbia in mente casi di questo tipo. Penso particolarmente anche al ruolo di educatori parrocchiali o di capi scout, che nel tempo hanno formato dei ragazzi più giovani, suscitando in loro il desiderio di diventare a loro volta educatori. Come presbiteri siamo chiamati a favorire questi processi, tematizzando più esplicitamente la generazione alla fede, e ad accompagnarli e a gioire di cammini personali autentici, pur nella fragilità e nelle fatiche di ciascuno. 
  • Piena corresponsabilità laicale. Come scrive Paolo in Rm 16,3 Aquila e Priscilla sono collaboratori, pienamente corresponsabili del suo ministero, in Cristo Gesù. L’espressione è molto forte. Non indica una prestazione d’opera occasionale o funzionale. Indica invece una piena partecipazione al ministero apostolico, con un livello di corresponsabilità globale: essi non si occupano solo di aiuti materiali, ma collaborano all’azione di evangelizzazione, condividendone i successi e anche i fallimenti e i pericoli. Inoltre essi completano l’azione di primo annuncio iniziata da Paolo, con un ruolo di responsabilità sulla comunità ecclesiale. Accompagnano i cammini personali, approfondendoli e completandoli, e insieme si pongono come riferimento di unità e comunione per le persone che si radunano nella loro casa, tracciando un cammino di natura spirituale ed anche sacramentale. Il presbitero diviene qui uomo della comunione e della corresponsabilità, capace di valorizzare, senza timore, i carismi laicali e il loro protagonismo nella comunità e nella società. 

Il bisogno che la chiesa oggi vive di incarnare il vangelo in linguaggi che gli uomini di oggi vivono, specialmente i giovani, è una questione essenziale. E solo chi vive i contesti del mondo è in grado di fare efficacemente questa sintesi, culturale e linguistica. 

  • Conflitti e fallimenti come occasioni di trasformazione e di novità. L’evangelizzazione a Corinto, sulle prime, non ha avuto molto successo. Ha causato più conflitto e rifiuto che successi, a parte qualche adesione notevole, come quella del capo della sinagoga locale. Tanto che sia Paolo che Aquila e Priscilla ad un certo punto se ne devono andare. Ma il seme è stato gettato e porterà frutto. Mi pare che la narrazione degli Atti degli Apostoli voglia suggerirci che nel campo dell’evangelizzazione ogni tentativo autentico è destinato portar frutto, in modo forse un po’ misterioso e non sempre visibile. Questo dovrebbe darci piena speranza ed aiutarci a mettere da parte tante paure. 

Domande per i gruppi di lavoro: 

  • A quali caratteristiche della mia esperienza si collega maggiormente il modello paolino di evangelizzazione?
  • Quali desideri e prospettive mi suscita questa pagina lucana, che sento valide per la mia identità di presbitero? 

Pubblicato da bibbiainrete

prete cattolico particolarmente impegnato nello studio e divulgazione della bibbia e nell'animazione biblica della pastorale

Una opinione su "Passioni e motivazioni dell’annuncio del vangelo"

  1. Carissimo Don Davide, inizio subito con questa parola: GRAZIE!!!!! Sì, GRAZIE per la cura che hai nei confronti di chi desidera, questo è il verbo che mi esprime meglio di ogni altro, piacere al Signore e i tuoi commenti costituiscono un aiuto e uno stimolo preziosissimo. Continuiamo nella parrocchia di Sant’Agostino, ad incontrarci come gruppo del Cenacolo del Vangelo. Penso che questa sia stata una delle più belle e intelligenti proposte concrete nate nella nostra diocesi. Il gruppo è di circa dieci persone, qualcuno se n’è andato, qualche altro è entrato e fra le persone “nuove” c’è una mia ex collega di scuola. Il Signore ha operato in noi miracoli, veramente grandi cose. Chissà che una volta o l’altra non riesca a raccontartele.

    Continuo ad avere fame e sete della Parola. Non riesco a farne a meno e non voglio farne a meno. Collaboro anche come catechista dei genitori dei bambini che devono essere battezzati. In ogni incontro, porto alla loro conoscenza l’episodio del Vangelo di San Luca del cap. 10 che riguarda l’invio da parte di Gesù dei 72 che, tornano pieni di gioia e di entusiasmo e raccontano quanto era avvenuto tramite loro. Gesù certamente è felice per questo, infatti dice loro che vedeva satana cadere dal cielo come folgore … ma aggiunge una cosa che fa restare in silenzio i discepoli e i genitori che sono di fronte a me, quando dice: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli.» Per i genitori che chiedono il Battesimo dei loro bambini, sapere che il nome del loro bimbo è scritto nei cieli, li rende felici, sicuri del Destino buono che si aprirà davanti alle loro creature. Un altro brano che io riporto sempre ai genitori e che tu stesso hai citato nell’ultima tua lettera, è quello della conversione del funzionario etiope. Sorprende soprattutto la naturalezza della conversione dell’eunuco che, dopo il Battesimo se ne va a casa sua tutto felice. A me, lo dico sempre, sembra di vederlo saltellare dalla gioia, sotto l’influsso dello Spirito Santo. Sono questi gli elementi chiave che fanno la differenza fra chi è e chi non è battezzato. Ti racconto queste cose, perché l’Amore per la Parola, suscita creatività e si vorrebbe che tutti facessero dei passi per conoscerla.

    Carissimo Don Davide, ti penso spesso e con grande gratitudine. Sono certa che il Signore Gesù opererà in te quelle grandi cose che solo tu potrai testimoniare perché la Sua Parola possa correre veloce e si diffonda fra tanti che ancora non l’hanno conosciuta.

    Prego per te, con gratitudine.

    Franca

Scrivi una risposta a Franca Negosanti Cancella risposta