OSEA 2, 4 – 25 E LA TEOLOGIA DEI PROFETI.

 

Siamo di fronte ad un testo inaugurale, che concentra in una sola pagina l’insieme del messaggio del profeta, proprio all’inizio del libro.

La forma è quella di un’ accusa  (cfr. v. 1 “accusate vostra madre”) intentata contro una moglie infedele, dove il marito tradito fa comparire i figli come accusatori (cfr. v. 4a). I personaggi costituiscono un intrigo metaforico che vede come referenti reali Dio (marito/non marito) e Israele  (madre-moglie/prostituta).

Se la madre rappresenta così Israele peccatore, i figli rappresentano Israele  nella sua successione storica. Viene sdoppiato l’interlocutore, in modo tale che l’uditore assuma la veste dell’accusatore di se stesso (cfr. Is 5, 3).

Il testo si può suddividere in due parti, una caratterizzata dall’accusa ( 1 – 15 ) e l’altra da una promessa di salvezza ( 16 – 24 ).  In realtà le due parti sono più collegate tra loro di quanto non si pensi. Al v. 16 la congiunzione “perciò” sembra piuttosto strana perché introduce non una conseguenza logica, ma un ribaltamento di prospettiva, cioè un passaggio dal giudizio alla salvezza. Tale congiunzione compare anche precedentemente al v. 8 e al v. 11 dove viene introdotta la punizione comminata dal marito tradito.  Da questo solo elemento si può dedurre che la punizione come tale non ha un valore definitivo nel discorso complessivo del profeta.  Inoltre al v. 10 troviamo descritti i beni che lo sposa dona alla sua sposa ( grano, vino nuovo e olio ) senza che essa si renda conto dell’identità del donatore e al v. 24 questi stessi beni vengono ridonati alla sposa attraverso la terra. Il collegamento tra il discorso di accusa e la promessa di salvezza è dunque evidente e bisogna comprenderne bene il significato.

Al v. 4b l’accusa dichiara uno stato di fatto, come motivazione dell’accusa stessa: la relazione amorosa e sponsale è stata rotta, infranta dal comportamento infedele della moglie, i cui segni sono chiaramente gli idoli a cui la moglie si è data. L’espressione “lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito” non va intesa come una formula di ripudio da parte di Dio, altrimenti non avrebbe senso l’invito alla conversione immediatamente seguente. Piuttosto è la motivazione dell’accusa: ossia il comportamento infedele della moglie ha rotto la relazione sponsale e questo deve essere il motivo e il contenuto dell’accusa.

L’azione di denudamento da parte di Dio è una minaccia che funge come invito alla moglie/prostituta di denudarsi “simbolicamente”, ossia di spazzare via i suoi idoli. L’accusa/minaccia non avviene dunque in un contesto “forense”, dove si tratta semplicemente di identificare il crimine e comminare la sanzione corrispondente, ma nel contesto di una lite bilaterale, denominata rib (cfr. scheda), dove c’è ancora la speranza di convincere l’altra parte, così da ripristinare un giusto rapporto.  Inoltre la punizione minacciata può essere certamente interpretata come anticipatrice di un nuovo inizio, dal momento che l’autore biblico parla del giorno della nascita,  quando si è nudi. Si suggerisce la possibilità di un nuovo inizio, fondato sulla consapevolezza della propria colpa e sulla confessione della divina misericordia.  Il riferimento al deserto,  alla terra arida, alla sete, fanno pensare ad una catastrofe storica come quella dell’esilio, avvenuto per il regno del Nord (scheda su Regno del Nord) attorno alla fine dell’VIII secolo.  Alla siccità del terreno si accompagna la sterilità negli affetti, la perdita di fecondità degli uomini, perché Dio smette di amare i figli di Israele.

La colpa viene mostrata al v. 7 accompagnata dall’idea di vergogna, appellativo che spesso veniva usato per il Dio cananeo Baal (cfr. Ger 3, 24), ed è chiaramente collegata all’idolatria.

Ai v. 8 – 9 si prospetta l’intervento punitivo di Dio, che come si vede non è semplicemente una sanzione comminata in ragione del male commesso, ma è un’azione finalizzata a far si che Israele non commetta più questo male. Si capisce allora chiaramente il senso dell’accusa di Dio, che è finalizzata al ristabilimento della relazione con Israele.

Il rapporto tra colpa e punizione viene ancora ripreso nei v. 10 – 15 con maggiore dettaglio sull’elemento sanzionatorio.

Al v. 16 un nuovo perciò introduce il ribaltamento di prospettiva. Proprio quel deserto che era stato presentato come luogo di mancanza di vita e di punizione da parte di Dio viene occasione di una nuova rivelazione da parte di Dio ( la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore ). Il deserto luogo della generazione di Israele al tempo dell’esodo, diviene il tempo di una nuova generazione, una rinascita, dal momento che “la stessa sposa risponderà, come nei giorni della sua giovinezza, quando uscì dal paese d’Egitto”. Il Signore riesce a “sedurla”: viene qui usato il verbo “aprire” termine con accezione prevalentemente negativa (cfr. Es 22, 15), che implica una qualche violenza, e che quindi si ricollega alla precedente azione violente di accusa e di castigo. Tuttavia in questo contesto il termine assume una nuova connotazione, positiva. Aprire vuole dire penetrare nel cuore, nel luogo della più profonda intimità ed interiorità, per poterla finalmente convincere. E infatti ella risponderà positivamente (v. 17) e affermerà l’esatto contrario di quanto l’accusa aveva detto all’inizio: “Marito mio” (vv. 18-19). Così le vigne, un tempo devastate da Dio (vv.11. 14), vengono ridonate: esse rappresentano il paese intero (cfr. Nm 13, 23 – 24) e sono il simbolo della gioia.

Tutto il brano si conclude ai vv. 20 – 25 con una nuova alleanza attraverso la terra. È un alleanza che coinvolge la totalità dei viventi e della creazione, la cui fecondità è una risposta in termini di beni alle privazioni precedenti. Essa è simbolo della fecondità del popolo (v. 25) grazie alla relazione d’amore ristabilita con Dio. Le qualità divine di giustizia e fedeltà vengono compartecipate dalla sposa e la conoscenza acquista una valore totale, interiore (v.22).

Possiamo a questo punto tentare una chiave di interpretazione globale di questo oracolo di Osea, inserendolo nel più ampio contesto di tutta la raccolta profetica. L’espressione “parlare al cuore”(v. 17) è una specie di chiave di volta della predicazione profetica, che sottolinea il miracolo di una parola di Dio che opera sovranamente e intimamente la trasformazione del cuore dell’uomo, passando attraverso l’accusa e la punizione, che sono finalizzate alla salvezza e alla manifestazione dell’amore di Dio. Anche nei profeti Geremia ed Ezechiele il ristabilimento dell’alleanza dopo l’accusa e la punizione avviene per un’intervento gratuito e intimo di Dio, che trasforma il cuore dell’uomo dopo averlo purificato (cfr. Ger 31, 33 e Ez 36, 26 – 27 ). In fin dei conti tutta la raccolta profetica si caratterizza per l’accusa di Dio nei confronti del popolo finalizzata alla sua salvezza. Essa infatti ha la funzione di aprire gli occhi del popolo sul suo peccato e sulla dimensione idolatrica della sua esistenza, per annunciare dopo il castigo il ristabilimento delle sorti e la definitiva trasformazione del cuore dell’uomo ad opera di Dio. Una storia secolare, quella dei due regni, che ci viene narrata dai libri dei re e delle cronache, con la predicazione dei profeti e la catastrofe del primo e del secondo esilio è stata necessaria perché Israele arrivasse alla comprensione più profonda dell’agire di Dio.

Dopo il primo esilio e appena prima del secondo esilio, quello ad opera dei Babilonesi, avvenuto all’inizio del VI secolo, il regno del Sud, grazie all’operato del re Giosia, aveva conosciuto una nuova floridità politica e religiosa. Il culto venne centralizzato a Gerusalemme e venne rinnovato il libro della legge. L’opera degli scribi integrò e recepì la predicazione profetica nel nuovo libro della legge, che successivamente verrà chiamato Deuteronomio, dalla traduzione greca della LXX. Qui tutta la legge si concentra in un unico precetto, quello di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6, 5 – 6). I precetti si fondono nel cuore dell’Israelita fedele, e sono oramai giunti ad una tale grado di concentrazione spirituale da potersi tenere come un segno nella mano, tra gli occhi e sugli stipiti delle porte. Qui Israele è come la sposa di Osea, che vede nel rapporto con Dio non l’osservanza delle leggi esterne ma una relazione interiore e vivente d’amore.

 

 

 

Pubblicato da bibbiainrete

prete cattolico particolarmente impegnato nello studio e divulgazione della bibbia e nell'animazione biblica della pastorale

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