IL SACRIFICIO DI ISACCO
La pericope è piuttosto isolata nel contesto della narrazione del ciclo di Abramo. L’unico collegamento tra ciò che precede e ciò che segue è costituito dalla notazione geografica relativa a Bersabea (cfr. 21, 33; 22, 19).
Fin dal versetto 1 il narratore intende che si tratta di una vera e propria prova da parte di Dio. Si usa qui un termine tecnico, con il quale si indica un procedimento che avviene nel contesto di una contesa tra due parti in causa, tramite la quale una parte vuole ottenere dall’altra la garanzia della sua innocenza (cfr. uso delle concordanze). Può essere sia una iniziativa divina, che ad esempio attraverso il dono della manna, razionata giorno per giorno, vuole mettere alla prova la fedeltà di Israele (cfr. Es 16, 4), o un’iniziativa del popolo, come a Massa e Meriba, dove viene messo alla prova Dio, per avere la garanzia che egli sia proprio in mezzo a loro, atteggiamento che viene qualificato come mancanza di fede da parte del narratore ( cfr. Es 17, 7; Num 14, 22; Dt 8, 16; Sal 78, 18. 48; Sal 95, 9). In Dt 4, 34, con riferimento alle piaghe d’Egitto, si usa un termine della stessa radice del verbo, e che possiamo tradurre con prove. I segni e prodigi delle piaghe sono delle prove nella contesa tra Dio e il Faraone, per mostrare cosa c’era nel cuore di Faraone. Tuttavia nel contesto di Deuteronomio 4 queste prove divengono segni e manifestazioni nei confronti di Israele, per rafforzarne la fede nei confronti del suo Dio. Una prova può dunque essere positiva, volta cioè a manifestare le qualità positive di Dio o dell’uomo (cfr. Es 20, 20 per la connessione tra prova e scrutare il cuore). Nel caso di Gen 22, 1 si tratta proprio di questo, Dio vuole rendere evidente, manifestare l’obbedienza e la fede del suo servo, per manifestare a sua volta la sua benedizione.
Ma Abramo non sa che si tratta di una prova e prende sul serio il comando di Dio. C’è qui un gioco narrativo di fondamentale importanza tra narratore e lettore, a scapito del protagonista, che tecnicamente si chiama “focalizzazione zero”. Ossia il lettore, grazie alle notizie comunicategli da un narratore onnisciente, sa quello che i personaggi della vicenda non sanno. Il lettore sa fin dall’inizio che si tratta di una prova e che quindi Dio non fa sul serio e sa al contempo che Abramo non lo sa. Così il lettore è invitato a guardare con trepidazione e compassione ad Abramo e nello stesso tempo anche con grande ammirazione per il suo atteggiamento di radicale obbedienza.
Il lettore è consapevole di tutta la storia di Abramo, delle sue sofferenze fino a tarda età per non avere un erede (cfr. Gen 15, 1 – 2; 16, 1 ) nonostante la promessa di Dio per la quale egli aveva lasciato tutto il suo passato ed era partito (cfr. 12, 1) e dunque immagina quanto il comando di Dio sia per Abramo qualcosa di assolutamente incomprensibile, dal momento che gli chiede di sacrificare il figlio donato da Dio stesso, dopo tanti anni di attesa, e con un miracolo che ha vinto sulla sterilità e la vecchiaia di Sara. Si tratta di offrire in olocausto il figlio unigenito, che egli ama. Ciò non fa che aumentare l’ammirazione per la grandezza dell’obbedienza di Abramo.
Il narratore si sofferma particolarmente su dettagli che rivelano la tenerezza del rapporto di Abramo con il figlio. Abramo prima sella l’asino per partire e poi però spacca la legna, come a voler ritardare la partenza. Poi in mano al figlio non mette oggetti pericolosi come il coltello o il fuoco, ma solo la legna. Il dialogo tra Abramo e suo figlio è una geniale pittura dell’animo. L’amore tra padre e figlio si esprime nell’uso ripetuto scambievolmente degli appellativi e dei possessivi: “padre mio; figlio mio”. L’obbedienza di Abramo non è dunque il freddo e disumano automatismo di una macchina, è una sofferta sequenza di azioni in cui Abramo mette in moto la sua decisione di obbedire a Dio e al contempo l’amore per il suo figlio Isacco si manifesta in tutta la sua commovente profondità.
La risposta del padre alla domanda intelligente di Isacco: “Qui c’è il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” è pervasa da una fede trepidante nella provvidenza di Dio: Dio stesso vedrà per se (per lui) l’agnello per l’olocausto. Ad un primo significato il versetto indica che Dio provvede l’agnello sacrificale per se. Ma il verbo usato significa “vedere” e il nome che Abramo darà al luogo è: jhwh vede (v. 14). Cosa vuol dire? Cosa vede Dio? Il significato soggiacente è che lo sguardo di Dio, benevolo e provvidente, non si stacca mai dall’uomo, per sostenerlo e favorirlo. Abramo ha totalmente rinunciato al possesso del dono della promessa, vedendolo in questo modo proprio come dono puro e semplice, di cui non si è portatori in base ad un proprio diritto. Restituire il dono vuol dire rispettare e accogliere pienamente la rivelazione del donatore.
Quindi la risposta di Abramo è in realtà una grande attestazione di fede da parte sua. Qui giunge al culmine quella prova che il narratore aveva introdotto al v. 1, il cuore di Abramo è tutto per Dio, egli è il suo bene più grande, e per lui è disposto a sacrificare anche il figlio della promessa, che aveva ricevuto da lui. Qui abbiamo il culmine della trama di rivelazione, che riguarda l’obbedienza di Abramo (cfr. scheda su trama di rivelazione e di risoluzione). Il seguito delle azioni portano avanti la risoluzione, che ha un picco di tensione quando la mano di Abramo si alza vibrando il coltello per uccidere Isacco. La suspence creata dal susseguirsi di queste azioni e la drammaticità di ciò che sta per accadere mettono alla prova la fede del lettore, che mentre Abramo alza il coltello, chiude gli occhi e si chiede se era proprio vero che si trattava solo di una prova. Cosa farà Dio? L’intervento dell’angelo, che blocca la mano di Abramo all’ultimo momento e con il miracoloso segno dell’ariete impigliato in un albero, sciolgono questo tensione e porta a termine la trama di risoluzione.
Mentre la fede di Abramo è ormai comprovata al v. 8, da quel momento in poi viene messa alla prova la fede del lettore, che si chiede con angoscia cosa farà Dio a questo punto. Il narratore intende in questo modo mostrare che la prova di fede di Abramo è in realtà simultaneamente una prova di fede per il lettore. Quale immagine di Dio ha il lettore, il quale si ribella di fronte a un Dio che mette alla prova Abramo, temendo che sia un Dio cattivo? La fede di Abramo educa quella del lettore. Anche qui la risoluzione degli eventi è in funzione di una rivelazione, la rivelazione di un Dio che vede, che si prende cura dell’uomo.
Per Abramo Dio può chiedere qualsiasi cosa perché “Dio vede”, ossia si prende cura dell’uomo, lo ama. Questo è implicito in tutti gli atti compiuti da Abramo in questo racconto. Mentre Dio mette alla prova la fede di Abramo, Abramo ubbidendo mette alla prova l’amore di Dio. Ogni atto da lui compiuto verso il sacrificio del figlio al monte Moria è una testimonianza della sua fede incrollabile e paradossale nel fatto che Dio è il Dio della vita ( per l’autore della lettera agli Ebrei, Abramo crede nella resurrezione dai morti Eb 11, 17 – 19 ). In fondo, se vogliamo, Dio è venuto ad abitare l’immagine crudele che l’uomo si è fatto di lui fin dall’inizio dell’umanità, per liberarlo da essa e non c’era altro modo per farlo, se non attraverso la fede di Abramo. Dio mette alla prova la fede di Abramo ( Dio vede ), perché egli possa mettere alla prova il suo amore e questo per la fede di tutti i lettori!
Allo stesso modo Isacco non può credere di essere ingannato dalla parola del padre, e supera la paura di essere ingannato dal padre, facendosi legare. La prova di fede di Abramo è implicitamente affrontata anche da Isacco nel rapporto con il padre ( cfr. tradizione ebraica sulla legatura di Isacco ).
Ciò mi pare si ricolleghi bene alla duplice tradizione del nome del luogo: il signore vede e “sul monte il Signore è visto si fa vedere”, gioca con il verbo vedere. La fede di Abramo riguardo al fatto che Dio vede rende possibile la manifestazione, la rivelazione di Dio in lui ( Dio si fa vedere). Si annuncia qui qualcosa che il narratore non poteva prevedere, ma la cui figura risplende nel rapporto tra Abramo e Isacco. Il figlio unico e prediletto viene donato dal padre e il figlio stesso si lascia donare fidandosi di lui. Questa figura si compie e cade nel momento in cui la realtà risplende nella croce del Figlio, dove il Padre si rivela come il donatore per eccellenza.
Ma per ora siamo agli inizi della rivelazione. Fin qui possiamo solo dire che al termine di questa prova, la promessa di Dio viene confermata (v. 15 – 18).

Vorrei soffermarmi su uno dei primi versetti del brano, cercando di immedesimarmi in Abramo chiamato a vivere la più grande delle prove. Mi riferisco al versetto 5 che dice testualmente: “Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo”. “Il terzo giorno…” significa che Abramo, come afferma il testo nel versetto precedente, aveva percorso un lungo cammino, ma per giungere al luogo preciso del sacrificio, lui e Isacco dovranno compiere ancora diversi passi da soli. Questo “terzo giorno” mi riporta a Gesù che risorge il terzo giorno, ma qui Abramo non sa ancora che quella morte non dovrà avvenire. Intanto però, nei giorni precedenti, lui doveva essere morto a se stesso nell’affidarsi completamente a quella misteriosa volontà! Abramo quindi dovrà compiere l’ ultimo tratto di cammino e, prima di accingersi a questo, lo scrittore sacro dice: “Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo”. Quale morsa gli avrà stretto il cuore dirigendo lo sguardo verso la visione lontana del monte, come Mosè che guardava il Monte Sinai. Abramo doveva avere fede, Dio gli aveva fatto una promessa. Padre e figlio affrontano insieme la salita dolorosa e come Gesù affronterà il Calvario carico della croce, così Isacco veniva caricato della legna per il fuoco.
La grande prova che si conclude con la rivelazione di Dio che risparmia di sacrificare Isacco, svela tutto il suo significato: Dio ha cura dei Suoi figli e non può volere il loro male, anche quando quello che viviamo può farci apparire il contrario. Questo è il significato positivo della prova.
Infine, vorrei mettere in relazione l’espressione del v. 5: “Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo”, con quella del v. 13: “Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna nel cespuglio”. C’è un prima che è carico di mistero perché racchiude in sé un disegno che deve essere rivelato e c’è un dopo nel quale il Mistero si svela. Lo spazio temporale di questi due momenti è occupato dalla fede.