Lettura popolare Mt 22, 34-40 (XXX TO Anno A)

 

 

Lettura e preghiera XXX TO Anno A

Mt 22, 34-40

Amore di Dio e del prossimo

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La notizia che i sadducei sono stati ridotti a mal partito nella disputa contro Gesù sulla resurrezione dei morti è subito circolata a Gerusalemme (cfr. 34; vv. 23 – 33) ed è arrivata a capi e agli scribi della setta dei Farisei. Essi si radunano in uno stesso luogo, sempre con l’intenzione di mettere alla prova Gesù. La domanda di uno di loro suona però più come una domanda di scuola, che come una disputa su di una materia controversa. I maestri della legge infatti erano molto impegnati nella distinzione tra comandamenti “pesanti”(grandi, importanti) e comandamenti “leggeri” (piccoli, meno importanti), non per ammettere una possibilità di esenzione da quelli leggeri, ma per cercare di sintetizzare tutta la legge (fatto di 248 comandamenti e 365 proibizioni) in pochi principi fondamentali, da cui dipende tutto il resto della legge. Il rischio di questa domanda è quello di creare una conversazione scolastica e teorica, che abbia poca rilevanza concreta e dia soprattutto l’occasione ai maestri di sfoggiare la loro conoscenza. Gesù risponde citando Dt 6, 5: “amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente”, che per gli ebrei è ancor oggi un punto di riferimento fondamentale. Amare Dio significa obbedire alla sua legge, alla sua volontà concreta. “Con tutto il cuore” è un’espressione che indica la totalità dei propri pensieri e decisioni. “Con tutta la tua vita” indica la concretezza dei propri atti vitali, da quelli biologici a quelli superiori, affettivi e morali. “Con tutta la tua mente” indica specificamente l’intelletto, la facoltà di riflettere e giudicare. Si tratta di un elenco che elenca le diverse facoltà o parti dell’uomo e la totalità degli stessi: dunque non c’è una parte dell’uomo che possa rimanere esterna all’amore per Dio. Il secondo comandamenti citato da Gesù è più originalmente posto da Gesù allo stesso livello del precedente. Si tratta del comandamento dell’amore del prossimo, che si trova in Lv 19, 18, insieme ad una serie di comandamenti negativi sul non rubare, non mentire, non giurare il falso, non odiare il prossimo o non discriminare lo straniero (cfr. 19, 11-18. 34). Dunque l’amore per il prossimo non rimane un sentimento, ma si concretizza in una serie di comportamenti precisi nei suoi confronti. Se tuttavia per il libro del Levitico il prossimo è principalmente un membro del popolo di Israele o, al massimo, uno straniero residente in Israele, invece per Gesù questo comandamento ha un’estensione illimitata, che riguarda anche i nemici (cfr. Mt 5, 43). È importante sottolineare, poi, l’espressione “come te stesso”: non si può amare l’altro se non si ama anche se stessi, non con un attaccamento egoistico, ma con la gratitudine di chi sa apprezzare se stesso come dono di Dio. E qui il comandamento dell’amore del prossimo si congiunge con l’amore di Dio, che ne è come il fondamento.

L’amore dunque, conclude Gesù, è il cardine e il compimento di tutta la legge, che porta ad unità il progetto di Dio contenuto nella Scrittura e insieme rende unita e armoniosa anche la nostra vita (v. 40; cfr. 7, 12).

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. In questi giorni ho fatto tutto quello che dovevo fare e mi sono sentito diviso tra tante cose… ho saputo vivere anche qualche occasione per amare?  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione degli avversarsi di Gesù, vedono la legge sganciata dal suo riferimento fondamentale, che è l’amore.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mt 22, 34 – 40. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto simbolico dove avviene la disputa? Ci troviamo ancora nel luogo del tempio, che è il luogo del culto di Israele nei confronti di JHWH suo Dio. Anche questa disputa, dunque, avrà a che fare con il rapporto tra Dio e il cuore dell’uomo.

 

  • Chi sono i personaggi con cui Gesù disputa?

Sono i discepoli dei farisei, scribi esperti di Sacra Scrittura. Essi vogliono ancora metterlo alla prova, con una domanda di scuola, un po’ teorica. Gesù risponde richiamandosi alla concretezza dell’amore.

  • Quante volte anch’io mi pongo domande molto teoriche su Dio e sulla religione, senza coglierne immediatamente la rilevanza per la vita?

Come risponde Gesù?

Gesù cita Dt 6, 5, mettendo al primo posto della legge l’amore per Dio, con tutta la persona e la sua vita.

 

  • Ho messo Dio realmente al primo posto nella mia vita, nei miei pensieri, sentimenti e scelte concrete, oppure ci sono altre cose che alla fine si sovrappongono e determinano piuttosto le mie scelte?

 

Poi cita Lv 19, 18, sull’amore per il prossimo, vicino o lontano che sia, che si concretizza in azioni precise nei suoi confronti. Tale amore procede da una comprensione dei doni ricevuti, e quindi da una stima e un affetto anche nei confronti di se stesso.

 

  • So vivere l’amore per Dio dentro al mio servizio concreto al prossimo, nel lavoro, in famiglia con gli amici?
  • Sento che servo gli altri non per riempire una mia mancanza, ma per un movimento di gratitudine nei confronti di Dio per quello che sono e che possiedo?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Eletti da Dio (Omelia XXIX TO Anno A)

 

Oggi abbiamo il compito di eleggere alcuni di noi al consiglio pastorale, che aiuterà la nostra parrocchia a comprendere il tempo in cui vive e prendere le decisioni giuste, secondo le strade che il Vangelo ci indica.

Il consiglio pastorale infatti non è come il consiglio di amministrazione di un’azienda. Non ci sono azioni comprare o vendere o titoli da mettere sul mercato. Tutto sommato non è un grande potere da gestire, si tratta invece di conservare la comunione e di tenere acceso il cuore con il fuoco dell’amore di Dio che il Vangelo ci comunica, stando sempre attenti che ogni attività della parrocchia sia sempre motivata dal profondo desiderio di annunciare il Vangelo.

A questo proposito ci dice San Paolo: “sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti, eletti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.”

Noi, ci dice san Paolo, non potremmo eleggere nessuno se prima non fossimo noi stessi eletti, scelti da Dio per opera dello Spirito Santo, che entra nel nostro cuore con la potenza della Parola di Dio, con la potenza del Vangelo. La comunità cristiana non è fatta per amministrare dei beni o de servizi, foss’anche per la carità dei più poveri, ma per annunciare a chi non lo conosce la bellezza del Vangelo, di Gesù morto e risorto. E se le tante attività della parrocchia ci impedissero di farlo bene, allora bisognerà diminuirle un pò.

Oggi annunciare il Vangelo, dentro alle tante attività della parrocchia, significa testimoniare una speranza che il mondo non ha. I giovani non sognano più un futuro lavorativo e familiare di lungo periodo, si accontentano di vivere giorno per giorno. Gli anziani sopravvivono nella paura della solitudine. Giovani e anziani hanno bisogno di una comunità cristiana, una grande e bella famiglia, che li accolga facendoli sentire meno soli e li accompagni dia loro fiducia nelle sfide del lavoro e della vita.

Una comunità cristiana è in grado di testimoniare la speranza, perché sa “Dare a a Dio quel che è di Dio”: a Dio appartiene tutto la nostra storia e la nostra vita, il nostro passato, presente e futuro. Dare a Dio quel che è di Dio significa abbandonarsi a lui in tutto, offrire la propria vita perché essa possa essere un dono per chi ci cammina accanto. Una comunità così è anche, di conseguenza, in grado di dare a Cesare quel che è di Cesare, ossia di testimoniare il valore dell’impegno per il bene comune, senza cadere nella tentazione del qualunquismo e del disfattismo.

  1. il qualunquismo è l’atteggiamento di chi accusa tutti coloro che si impegnano nel bene comune, come se fossero tutti colpevoli allo stesso modo. Questo è un atteggiamento ipocrita. Gesù smaschera l’ipocrisia di questi farisei che da un lato sono critici verso il dominio di Roma, e dall’altro però usano i denari che l’immagine di Cesare, dimostrando di essere anche loro implicati, nei fatti. Non possiamo vivere costantemente nelle accuse, senza riconoscere, ciascuno di noi, i nostri errori e mancanze. Un esempio? Possiamo certamente accusare la classe politica di avere negli anni creato un enorme debito pubblico, ma dobbiamo anche chiederci quanto ciascuno di noi sente l’importanza di contribuire al bene comune pagando le tasse. Senza conversione interiore, che rende ciascuno consapevole della propria responsabilità, ogni accusa è in fondo ipocrita.
  2. l’altra tentazione che dobbiamo sconfiggere è quella del disfattismo, del pessimismo che è l’altra faccia dell’illusione messianica, cioè di aspettative eccessive riposte su un’unica persona, che quando vengono deluse, degenerano in un nuovo e più forte pessimismo. Nessun uomo potrà farci uscire dalla crisi se non siamo noi per primi a convertire il nostro sguardo sul futuro, a impegnarci in prima persona per migliorare la società, dalle piccole scelte di ogni giorno.

Preghiamo il Signore perché ci aiuti a dare a Dio quel che è di Dio, ad abbandonarci a lui in tutto, per aver poi la forza e la lucidità di vincere le tentazioni del pessimismo e testimoniare ogni giorno la speranza che viene dalla fede.

 

Lettura popolare XXIX TO Anno A

 

Lettura e preghiera XXIX TO Anno A

 

 

Mt 22, 15-22

 

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompnagatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

 

Questo episodio inizia una serie di dispute che Gesù affronta con i capi di Israele, nel tempio di Gerusalemme. Non a caso, l’inizio (v. 15) si ricollega alle parabole precedenti: i farisei avevano ben capito che le parabole erano state dette contro di loro e quindi si preparano con i loro discepoli a tendere insidie verbali contro Gesù, per incastrarlo con qualche sua affermazione potenzialmente pericolosa. Proprio loro che vogliono prendere in trappola Gesù nelle sue parole (v. 25) saranno, al termine di queste dispute, incapaci di trovar parola (v. 46) per rispondere a Gesù.

In questa occasione vanno da Gesù i discepoli dei farisei (presumibilmente scribi, esperti di scrittura sacra) e gli erodiani, ossia coloro che sostenevano politicamente Erode e dunque erano alleati dei romani.

Essi iniziano con una tipica captatio benevolentiae ossia una lode sperticata dell’interlocutore, costruita ad hoc per aggirare le sue difese. “Sappiamo che sei un maestro che insegna con verità e non guarda in faccia a nessuno! Allora pronunciati contro l’obbligo di versare la tassa all’imperatore! E noi avremo finalmente un motivo per processarti e farti fuori”: questo era il pensiero che stava sotto la lode dei farisei. D’altra parte, se Gesù avesse invece detto di pagare le tasse, avrebbe perso la sua popolarità e il favore delle masse e sarebbe stato facile bersaglio della demagogia degli zeloti (coloro che combattevano contro Roma). Da qualunque parte si volgesse, Gesù sarebbe stato incastrato dai suoi avversari.

Gesù intuisce immediatamente la cattiveria della loro macchinazione, come in altre occasioni (cfr 12, 16). Per mostrare che non sono sinceri e che intendono solo metterlo alla prova egli chiede loro una moneta del tributo: per il fatto stesso di possederla, essi hanno già implicitamente dato una risposta alla loro domanda! Essi infatti riconoscono il potere di Cesare, perché ne usano le monete con l’immagine di Tiberio e l’iscrizione (Tiberius Caesar divi Augusti filius Augustus).

Egli dunque conclude affermando che spetta loro fare ciò che già fanno abitualmente, ossia pagare il tributo, dare a Cesare ciò che gli spetta politicamente. Ma la vera conclusione è un’altra: dare a Dio ciò che è di Dio! Se a lui apparitene “la terra e ciò che sta in essa, il mondo e tutto ciò che vi abita” (Sal 24, 1), questo vuol dire che a Dio bisogna dare tutto se stessi, senza alcun limite! Bisogna amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte l forze (Dt 6, 4-5). L’ubbidienza a Dio, intesa come filiale affidamento nella fede, è senza alcun dubbio al di sopra, senza possibilità di paragoni, a quella che in ogni caso spetta all’imperatore, ossia il pagamento del tributo.  Questo insegnamento di Gesù, in linea con la legge di Mosè, doveva suonare realmente strano alle orecchie di chi era abituato ad una propaganda imperiale, per la quale l’imperatore era una specie di semidio! Non a caso gli interlocutori di Gesù, messi definitivamente fuori gioco, si meravigliano della sapienza di Gesù (v. 22).


 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. In questo tempo ho dovuto superare dei contrasti o affrontare il desiderio di averla vinta, piuttosto che di cercare la verità?  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione degli avversarsi di Gesù, che contendono con lui non per desiderio di verità, ma per averla vinta loro.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mt 22, 15 – 22. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto simbolico dove avviene la disputa? Ci troviamo ancora nel luogo del tempio, che è il luogo del culto di Israele nei confronti di JHWH suo Dio. Anche questa disputa, dunque, avrà a che fare con il rapporto tra Dio e il cuore dell’uomo.

 

  • Chi sono i personaggi con cui Gesù disputa?

Sono i discepoli dei farisei, probabilmente scribi esperti di Sacra Scrittura, ed erodiani, ossia sostenitori del governo politico di Erode, alleato con i romani. Essi vogliono coglierlo in fallo, intrappolarlo in qualche sua parola, per poterlo accusare. Dunque non sono sinceri nelle loro domande, né liberi di cercare la verità. Quante volte mi trovo in circostanze dove il dialogo con gli altri non è sincero, ci sono doppi fini, o comunque la voglia di averla vinta?

  • Come risponde Gesù?

Gesù conosce la loro malvagità e ne condanna pubblicamente l’ipocrisìa. Vogliono metterlo alla prova, incastrarlo. Tant’è vero che essi posseggono il denaro, quindi fanno una domanda alla quale hanno già risposto: il tributo loro lo pagano! Anch’io mi trovo qualche volta nell’ipocrisia di accusare altri di ciò di cui io stesso sono in fondo partecipe?

 

Date a Dio quel che è di Dio. Gesù è il vero maestro secondo la legge di Israele: certo che il tributo va pagato, perché questo dovere non contrasta con un livello infinitamente superiore, che è l’obbedienza a Dio: egli solo è colui che la legge chiede di amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.

La meraviglia degli avversari di Gesù testimonia la lontananza del loro cuore dal vero significato dell’appartenenza ad Israele, popolo di Dio.

Ci sono ancora nel mio cuore degli idoli, degli attaccamenti a idee, persone istituzioni umane a cui mi aggrappo come se fossero un’ancora di salvezza? Oppure il mio cuore è libero per appoggiarmi ed abbandonarmi solamente a Dio?

 

Sono un cristiano libero e critico nel pensare alla società e alla politica, oppure mi affido ad alcuni leader carismatici e potenti, come se avessero la bacchetta magica per risolvere i problemi del mondo?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lezione 1 e 2

Parola di Dio in parole umane

Scrittura e scritture

 

Esercizio:

Confronta Is 7, 14 e Mt 1, 23 e rispondi a queste domande.

-C’è qualche diversità tra il testo di Is 7, 14 e la citazione di Mt 1, 23?

-L’intenzione “probabile” dell’autore di Isaia è identica all’interpretazione che fornisce l’evangelista Matteo? Quali punti di contatto? Quali punti di discontinuità?

– Come possiamo definire il “rapporto” tra questi due testi?

Lettura popolare XXVIII TO Anno A (Mt 22, 1 – 14)

Lettura e preghiera XXVIII TO Anno A

Mt 22, 1 – 14

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompnagatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Questa parabola è detta da Gesù nei confronti dei sacerdoti, farisei e notabili del popolo (cfr. 21, 45). Sono i responsabili giudaici che Gesù accusa di rifiutare in modo ingiustificato e sorprendente il Regno di Dio. In effetti la parabola è costruita in modo da destare stupore e disapprovazione nei confronti degli invitati alle nozze del Re che, invece di sentirsi onorati e felici di essere chiamati a far parte di un tale evento di gioia, non si curano affatto dall’invito, reiterato per due volte. La seconda volta, poi, la gravità è aumentata per il fatto che la tavola imbandita è già pronta, e, di fronte all’invito, al culmine dell’assurdità, gli stessi inviati del re vengono insultati e uccisi (v. 6). Di fronte ad una tale gratuita violenza e disprezzo, la punizione non può che essere la distruzione della città e l’invio di nuovi messaggeri per invitare tutti coloro che si trovano ai confini delle strade (v. 9), buoni e cattivi. Questo re assume i tratti di Gesù, che guarisce i malati e gli impuri e siede a mangiare con peccatori e pubblicani (cfr. 9, 1; 11, 19), cioè parte dagli esclusi e lontani, perché i “vicini”, coloro che osservano la legge e che sono i primi invitati lo rifiutano e lo insultano (cfr. 12, 24). È lo stile del Regno di Dio, che allarga la sua rete a tutti, buoni e cattivi, senza trascurare nessuno (cfr. 13, 47), ed è lo stile gratuito dell’annuncio del vangelo dei primi missionari cristiani che devono andare e fare discepoli tutti i popoli (cfr. 28, 19), dopo che i capi di Israele hanno rifiutato i profeti e Gesù (cfr. 23, 29-32). L’epilogo inaspettato della parabola è quello dell’uomo che viene trovato dal re senz’abito nuziale. Quest’abito rappresenta l’obbedienza alla volontà del Padre (cfr. 5, 20) attraverso l’amore del prossimo (cfr. 25, 31-46). Anche coloro che appartengono alla comunità cristiana non devono coltivare illusioni o false sicurezze: la salvezza non è un banale automatismo, ma passa attraverso la perseveranza nell’amore. Il rischio di vedere la propria esclusione dal Regno di Dio è ancora più severo della condanna inflitta alla città che ha rifiutato Gesù (ossia Gerusalemme) perché questa volta è definitivo. La frase finale: “molti sono i chiamati e pochi gli eletti”, non vuole però mettere paura, ma piuttosto infondere coraggio, perchè  se la chiamata è rivolta a tutti, la definitiva elezione non può avvenire senza che l’uomo vi cooperi con il suo amore.

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

  1. Ricordiamo la vita. In questa giornata o in questo tempo c’è stato un invito da parte di una persona (o di Dio), che mi sento i aver preso in considerazione, oppure trascurato?  (15 minuti)

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti  a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Gli ostacoli e la forza di superarli sono infatti in comune con il personaggio dei “barellieri”, la cui “fede” viene lodata da Gesù. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mt 22, 1 – 14. (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • A chi Gesù racconta questa parabola? La parabola è raccontata da Gesù ai capi dei farisei e ai sacerdoti. Si tratta dei potenti di Israele, che di lì a poco avrebbero rifiutato Gesù come re/messia e l’avrebbero consegnato nelle mani dei romani e fatto morire di croce. Questo contesto è importante per comprendere la parabola, che parla di un re insultato e rifiutato dai  cittadini invitati alle nozze.
  • Quale contesto simbolico in cui la parabola è raccontata? Ci troviamo ancora nel luogo del tempio, dove Gesù insegna alla folla (cfr. 21, 23). Gesù si manifesta come re e messia, proprio attraverso il rifiuto dei capi. All’interno della parabola il rifiuto dei cittadini è la svolta perché l’invito possa essere rivolto a tutti.

 

  • Chi sono i personaggi della parabola e che ruolo hanno?

Il Re, i servi inviati, gli invitati per primi e gli invitati per ultimi, i commensali e quello che non indossava l’abito nuziale. La regia e l’iniziativa è sempre del Re, che parla, manda, e chiama. I servi obbediscono all’invio, anche se questo può costare loro la vita. Gli invitati sono “chiamati” dal re, con insistenza, segno della sua pazienza nei loro confronti. Anche se la prima volta non vogliono, egli continua a chiamarli, reiterando e spiegando l’invito. La loro “chiamata” è quella di condividere la gioia della festa. Tanto più assurdo appare il loro comportamento di rifiuto violento. Paradossale è anche l’atteggiamento del re, che non si scoraggia, e manda a chiamare tutti coloro che i servi trovano. Questi ultimi chiamati sono buoni e cattivi e vengono chiamati ai punti finali delle strade, ossia ai confini. Il re giunge dunque fino ai confini del Regno, per chiamare tutti.

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

Il Re che invita lo fa in modo incondizionato e gratuito. Si tratta di un invito alla gioia e alla festa, che è rivolto a tutti, senza eccezioni, fino ai confini. Dio infatti non esclude nessuno. Ma egli rispetta anche la libertà di chi è invitato: se non vuole andare, può solo replicare l’invito ma non può costringere. O ancora se va, ma senza volerlo veramente, senza adeguare la sua vita all’abito della gioia e dell’amore, anche in questo caso Dio non può far altro che accettare questa scelta individuale e renderla pubblica.

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Il Vangelo della gratitudine (Omelia XXV TO Anno A)

Lo stipendio non è solo necessario per il sostentamento della famiglia, ma è anche un riconoscimento, sociale e personale, del lavoro svolto (o almeno dovrebbe esserlo). Noi uomini, infatti, abbiamo bisogno di essere riconosciuti dagli altri per quello che facciamo.

 

Su questo bisogno però può innestarsi il sentimento dell’invidia, quando ci sembra di essere trascurati o che i nostri meriti non vengano sufficentemente presi in considerazione in rapporto agli altri. Questo è proprio l’atteggiamento dei primi chiamati a lavorare nella vigna.   Dietro alla loro richiesta di essere pagati di più degli ultimi, perchè hanno lavorato di più, una richiesta motivata in apparenza da una giustizia di tipo proporzionale, c’è in realtà il sentimento dell’invidia, come rivela la domanda del padrone ad uno di loro: “forse tu sei invidioso perchè io sono buono?”.

 

Lavorare nella vigna, che è simbolo del Regno di Dio, è qualcosa di radicalmente diverso rispetto al lavoro così come socialmente lo intendiamo. Prima che essere un merito è un dono e la ricompensa sta nel lavoro stesso.  Il Vangelo contiene in se la sua ricompensa, nella gioia che dona viverlo ogni giorno e condividerlo con i fratelli.

 

Allora se è un dono che porta in se la sua ricompensa, perchè i primi chiamati si lamentano per il caldo e il peso della giornata? Forse non riescono ad apprezzare e a comprendere questo dono e in fondo al cuore cova una segreta invidia verso chi fa quel che vuole e se la gode.

 

Penso che questo rischio lo viviamo anche noi come preti e comunità cristiana, e specialmente chi è più impegnato in parrocchia.

Tante volte si sente intonare il lamento: siamo in pochi! Oppure: ci sono troppe cose da fare! O ancora da alcuni discorsi si coglie  stanchezza, fatica o addirittura scoraggiamento. Questo è il rischio dei primi chiamati, il rischio di non sentire più il dono della chiamata che si rinnova ogni giorno, di non sentirsi più discepoli e di cadere in una logica di compiti e funzioni che alla fine svuota il significato profondo di quello che facciamo e di quello che siamo e ci chiude in gruppi autoreferenziali e tristi. Quanto lo viviamo anche noi preti questo rischio: Signore, salva la Chiesa da noi preti saputoni e piagnoni, che quando viene lo sposo siamo ancora li a intonare il lamento! Invece il nostro compito dovrebbe essere di stimolare e incoraggiare, infondere speranza e fiducia nelle straordinarie risorse dell’annuncio.

 

Si, perchè il compito della comunità cristiana è anzitutto quello di annunciare il Vangelo, di essere missionaria e la missione nasce dalla gratutidine di essere stati chiamati senza nostro merito, gratitudine che si rinnova ogni giorno.

 

La missione nasce e cresce in uno stile di gratuità, che insegna a vivere la propria appartenenza alla comunità cristiana non come un privilegio per pochi intimi, ma come un dono da condividere.

Solo così la comunità diviene una famiglia accogliente, fatta di persone dotate di umanità, in grado di compartecipare della vita altrui, di saper gioire insieme a loro ed anche incoraggiare e consolare. In questo modo ciascuno di noi è “la Chiesa” che evangelizza.

 

Per entrare in quest’ottica di gratuità, dobbiamo passare da un atteggiamento di pretesa verso Dio a quello del ringraziamento, che ci fa vedere il valore immenso, infinito di questa moneta, che siamo noi stessi, come persone e come comunità.  Una volta si diceva: ti ringrazio, Signore, perchè mi hai fatto nascere cristiano. C’è qualcosa di vero in questo: la Chiesa è un dono, grande, enorme incalcolabile, che ci viene fatto. Ringraziamo per il dono della parrocchia di San Lorenzo, delle comunità parrochiali di Riccione, della Chiesa di Rimini e per la nostra Chiesa cattolica: questa è la madre che ci partorisce alla gioia del credere.

Lettura e preghiera XXV TO Anno A

Lettura di Mt 20, 1 – 16
Questa parabola è raccontata da Gesù nel contesto del suo imminente arrivo a Gerusalemme, dove verrà rifiutato dal suo popolo Israele e dai capi, i primi ad essere stati chiamati da Dio. Non a caso la parabola culmina con il dialogo del padrone di casa con coloro che erano stati chiamati per primi (vv. 12 – 15). Tutta la parabola è costruita in modo da tenere il lettore e i personaggi sospesi sulla decisione del padrone di casa: egli infatti si è messo d’accordo per un denaro con coloro che sono stati chiamati all’alba, ma nelle quattro chiamate successive (9-12-15-17) non viene specificato quale sia la paga. Solo al v. 10 si scopre che anche gli ultimi, che hanno lavorato un ora soltanto, hanno ricevuto come i primi e questo scatena la rabbia dei primi, giustificata dallo strano comportamento del loro padrone. Se infatti è strano che un padrone chiami degli operai alle 17 di sera, è ancor più strano e soprendente che questi ultimi ricevano la paga dell’intera giornata. Il lettore non può che condividere la mormorazione degli operai! È un comportamento incomprensibile, che mette alla prova la fiducia degli operai nei confronti nella buona fede del padrone, come quello di un Dio che sembra lasciar morire il suo popolo nel deserto (cfr. Es 16, 3. 7; Nm 11, 1; 14, 27. 29). Solo la risposta del padrone può a questo punto chiarire il suo misterioso comportamento: egli afferma di aver rispettato i patti nel dare ai primi quanto aveva pattuito con loro, e di aver “peccato” solo di generosità nei confronti degli ultimi. Dunque egli ribalta l’accusa, la vera giustizia non è quella di chi nasconde la sua invidia (occhio cattivo, cfr. Pr 23, 6 – 7 e Mt 6, 23) dietro il paravento di una rigida retribuzione, ma quella di chi agisce con magnanimità, in modo libero e gratuito (cfr. Mt 5, 43 – 45), guidato dal criterio dell’amore. Dietro alla mentalità dei primi si nasconde la “giustizia degli scribi e dei farisei” (5, 20) che non permettere di comprendere ed entrare nel Regno di Dio. Il comportamento del padrone rispecchia invece l’agire libero di Gesù, verso gli ultimi e i peccatori (cfr. 9, 9 – 13) e la prassi di una comunità, la Chiesa, che considera gli ultimi come primi nel Regno di Dio (cfr. 18, 10. 14).

Suggerimenti di preghiera
1. Disponiti davanti a Dio in preghiera con il corpo. Stai nella posizione che preferisci (seduto o in ginocchio…), per entrare in colloquio con il Signore.
2. Chiedi al Signore la grazia: qui è il dono di conoscere Gesù intimamente, per seguirlo e credere sempre più in lui.
3. Per aiutarti nella contemplazione:
a. Vedi cosa fanno i personaggi e ricava un frutto. Per es: mi metto nei panni dei lavoratori della prima ora, della loro fatica e sopportazione. Provo anch’io rabbia perchè stare con Dio e lavorare nella sua vigna è faticoso e difficile…e sento una segreta invidia per chi fa i comodi suoi. Quale rabbia potrebbe scatenarsi al vedere che questi ultimi saranno accolti da Dio al pari di me?
b. Ascolta le parole dei personaggi e ricava un frutto. Per es. Tu sei invidioso perchè io sono buono? Entro nella bontà di Dio, e nel desiderio che tutti possano prima o poi gustarla, perchè anch’io l’ho gustata gratuitamente, senza alcun merito da parte mia.
c. Entra in colloquio con Gesù chiedendogli ciò che vuoi.
4. Concludi con la preghiera del Padre Nostro

Omelia per Esaltazione della santa croce

Una volta un babbo che aveva appena avuto il suo primo figlio mi disse che, mentre prima i bambini gli erano tutto sommato indifferenti, quell’esperienza di paternità lo aveva portato ad amare i bambini, quasi come se fossero tutti suoi figli.

Così è l’amore del Padre per il Figlio, un amore che trabocca, e si estende “naturalmente” a tutti gli uomini. Questa estensione non limita l’amore per il Figlio, come se esso dovessere dividersi per ogni uomo che c’è sulla terra, ma è lo stesso amore per il Figlio ad estendersi e rivolgersi in ogni uomo, in cui il Padre vede un immagine del Figlio suo.
Non solo, ma in ogni uomo il Figlio è presente e porta l’uomo ad amare il Padre, ad abbandonarsi a lui con gemiti inesprimibili, che sono costituiti dal soffio dello Spirito Santo.

Questo movimento espansivo dell’amore si rivela in particolare sulla croce. Certo noi sulla croce vediamo un uomo, Gesù, il Figlio incarnato, ma non dobbiamo dimenticare che dietro quella croce c’è il Padre che ne sorregge le braccia e c’è l’Amore che riposa sul Figlio come una colomba. è l’amore del Padre verso il Figlio e del Figlio verso il Padre. L’amore di un Padre che consegna il Figlio e di un Figlio che si consegna, si abbandona nelle braccia del Padre. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perchè chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna, ci dice oggi il Vangelo di Giovanni.

Ecco allora che questo amore che attraversa il mistero della croce non può che estendersi ad ogni uomo, liberandolo dal peccato. è come se l’amore del Padre e del Figlio fossero una cesoia con lama superiore e inferiore, capace di rompere la catena.
L’amore del Padre è la lama superiore e l’amore del Figlio quella inferiore: la loro unione è in grado di avvolgere e spezzare definitivamente la catena del peccato.

Certo la croce esprime anche il mistero del male, del peccato, inteso come rifiuto, dolore, violenza, sofferenza. Non a caso quando il celebre missionario Matteo Ricci porto all’imperatore cinese un crocifisso in dono, i suoi inservienti lo tennero in prigione, credendo che egli stesse facendo un sortilegio di magia nera all’imperatore. Ma nella nostra cultura noi sappiamo leggere la croce: è un dolore in cui l’amore potente e umile del Padre e del Figlio avvolgono tutto il male, lo prendono su di se e lo assorbono dentro alla loro infinita potenza. è come il serpente che mordeva gli israeliti nel deserto; una volta innalzato da Mosè diviene fonte di guarigione. Così la croce non aggiunge male a male, ma è in grado di trasformare da dentro il male in bene. Non è ulteriore potenza, violenza, forza che si esprimono sulla croce, ma l’umile e onnipotente debolezza dell’amore, che trasforma tutte le cose e si trasmette ad ogni uomo, come perdono e pace.

In questa festa dell’esaltazione possimo imparare a guardare la croce, sentire il mistero di un amore tanto umile e potente. Che nelle nostre stanze, ci sia questa immagine tanto cara, in grado di riportarci ogni giorno al cuore della nostra fede.

Esaltazione della santa croce Gv 3, 13 – 17

 

Esaltazione della santa croce Gv 3, 13 – 17

Lettura

Il breve passo del vangelo di Giovanni ritagliato dalla liturgia di oggi si trova nel contesto del dialogo tra Gesù e il fariseo Nicodemo, che era andato a parlare da Gesù di notte. Il tema della rinascita dall’acqua e dallo Spirito per avere la vita viene presentato come la testimonianza del figlio che ha veduto, perchè viene dal Padre, confluendo così in una rapida descrizione di tutto il progetto di Dio che culmina nella salvezza donata dal Figlio dell’uomo. Egli è colui che sale al cielo perchè è lo stesso che è disceso dal cielo per farsi carne (v. 13 cfr. 1, 14). In questo percorso di uscita e ritorno del Figlio dell’uomo, egli porta con se tutta l’umanità della quale ha condiviso la carne. Il ritorno è descritto con il verbo della salita, che è usato nel Vangelo di Giovanni per indicare l’innalzamento di Gesù sulla croce (cfr. quando sarà innalzato da terra attirerò tutti a me, Gv 12, 32). L’intronizzazione del re sulla croce è dunque un innalzamento, voluto e reso possibile da Dio (cfr. bisogna che il figlio dell’uomo sia innalzato, in cui è sottinteso “da Dio”v. 14 ), che suscita la fede e, attraverso di essa, il dono della vita eterna, perchè ha come motivazione di fondo l’amore di Dio verso il mondo (v. 15). Il giudizio che Dio opera nel mondo inviando suo Figlio non è frutto di una condanna, ma di una libera scelta dell’uomo di fronte all’amore di Dio, un amore totale e senza limiti che sceglie di donare tutto ciò che ha, il suo unigenito Figlio, per la salvezza dell’uomo (v. 16). Il mistero della croce, dunque, non si può comprendere se non all’interno di una relazione d’amore tra il Padre e il Figlio, che viene comunicata per dono dello Spirito ai credenti. Non si tratta di una giusta punizione che Gesù riceve dal padre “al posto” dell’umanità peccatrice, per espiarne le colpe, ma si tratta di un dono d’amore, che distrugge il peccato proprio prendendolo su di se, e assumendone le forme, così come gli Israeliti erano stati salvati dai serpenti velenosi, per mezzo di un altro serpente, innalzato da Mosè (cfr. Nm 21, 4 – 9). Vedere il serpente innalzato era causa per loro di salvezza, così come il discepolo, vedendo Gesù innalzato slla croce e trafitto, testimonia il dono dello Spirito e la redenzione definitivamente compiuta (cfr. Gv 19, 35 – 36).

Suggerimenti di preghiera

Chiedo al Signore di poter conoscere interiormente lui, che muore in croce per me, per amarlo e seguirlo sempre più.

Vedo le persone, come si comportano e agiscono: ccontemplo la segretezza con cui Nicodemo va da Gesù, come segno del carattere misterioso della croce. Essa si può comprendere solo dentro ad un’iniziazione nello “spirito”, che mi conduce a sentire ciò che è frutto della rivelazione di Dio e non dei pensieri umani.

Ascolto cosa dice Gesù. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio. è l’amore del Padre a motivare il dono totale di Gesù sulla croce. La croce non è altro che manifestazione dell’amore senza limiti di Dio per l’ uomo e per la sua salvezza

Concludo con un Padre Nostro.

Lettura e preghiera XXII TO Anno A (Mt 16, 21-28)

Lettura di Mt 16, 21 – 28
Gesù, Pietro e gli altri discepoli sono i protagosti di questa scena, che segue direttamente quella del primato di Pietro (vv. 13- 20), in cui egli è appena stato designato come roccia e pietra di fondazione della comunità messianica, denominata Chiesa (v. 18). Qui invece egli è chiamato da Gesù “pietra di scandalo”, perchè egli reagisce all’annunzio della passione da parte di Gesù, contestando questa prospettiva di un messia sofferente, fatto fuori politicamente e umanamente dalle autorità (v. 21). Ma questo destino non è frutto di una sfortunata casualità ma compimento di un disegno di Dio (<<“bisognava” che egli andasse a Gerusalemme e soffrisse molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi>> ecc. v. 21) culminante con la sua morte e con la resurrezione “il terzo giorno”. Con il potere della resurrezione Gesù riceve un effettivo potere dalle mani del Padre (cfr. 28, 18) ma ciò richiede che egli abbia già preventivamente e definitivamente rigettato un messianismo storicamente vincitore a qualsiasi prezzo, che in fin dei conti diviene una sottomissione al potere di Satana (cfr. 4, 8-10). La crisi di Pietro di fronte a questo annuncio di Gesù proviene da una duplice fragilità. Da un lato egli trascura l’annuncio della resurrezione il terzo giorno e si concentra unicamente sulla passione/morte, che lo colpisce terribilmente gli impedice di comprendere a pieno il disegno di Dio per il suo Figlio. Dall’altro una paura umanamente comprensibile e l’affetto umano lo portano a reagire con violenza e ad indicare al maestro una strada diversa. Si tratta della stessa paura che lo aveva colto in altri momenti, facendolo affondare tra le onde della tempesta (cfr. 14, 28 – 31). In questo egli non è solo, ma rappresenta bene l’insieme dei discepoli che la notte dell’arresto di Gesù fuggiranno tutti (cfr 26, 31). Essi descrivono l’immagine di una Chiesa chiamata ad affrontare la prova della persecuzione con perseveranza, seguendo il suo maestro fino alla croce: si comprendono meglio in questa luce le immagini del prendere la propria croce (v. 24) e del perdere la vita (v. 25) per causa di Gesù. Non si tratta di masochismo, ma dell’umile consapevolezza che per conservare la propria relazione con Gesù, ultima garanzia di vita, si può perdere ogni altra cosa, se essa diventa un ostacolo. L’attesa di un ritorno imminente nella gloria consola la comunità di Matteo, e ogni cristiano, perchè rende la prospettiva della vittoria già a portata di mano, come dono di Dio (v. 27-28) e insieme ricompensa di un agire secondo la Sua volontà (v. 27). Gesù chiede a ciascuno di noi di seguirlo come una decisione prioriatria e assoluta, con la stessa radicalità con cui ha rimproverato Pietro: “Vieni dietro a me!”.

Suggerimenti di preghiera
1. Hai letto con attenzione il brano di Vangelo e la scheda di commento. Ora disponiti davanti a Dio in preghiera con il corpo. Stai nella posizione che preferisci (seduto o in ginocchio…), per entrare in colloquio con il Signore.
2. Chiedi al Signore la grazia: qui è il dono di conoscere Gesù intimamente, per seguirlo e credere sempre più in lui.
3. Per aiutarti nella contemplazione:
a. Vedi cosa fanno i personaggi e ricava un frutto. Per es: osservo Gesù che sta con i suoi discepoli e con Pietro. Sono con Gesù e lo seguo insieme agli altri miei fratelli nella Chiesa. Penso a questa immagine come un riassunto di tutta la mia vita come uomo e come cristiano.
b. Ascolta le parole dei personaggi e ricava un frutto. Per es. ascolto Gesù che mi rimprovera: “vieni dietro a me”, “a ciascuno sarà dato secondo le sue azioni”. Sento che seguire Gesù significa rinunciare a ciò che si oppone al suo progetto per la mia vita e soprattutto vivere per il bene che egli mi dona di fare ogni giorno.
c. Entra in colloquio con Gesù chiedendogli ciò che vuoi.
4. Concludi con la preghiera del Padre Nostro