Pietro, discepolo o uomo di potere? (Omelia XXIV TO Anno B)

 

Per una strada che non conosco devo andare dietro a qualcuno oppure devo ascoltare le indicazioni del navigatore. Per la strada della vita, che è diversa per ciascuno di noi e davvero misteriosa, abbiamo bisogno di indicazioni, interiori ed esteriori, che ci assicurino che la strada è quella giusta.

Qui si apre un dilemma: o le indicazioni le interpreto io e in fondo me le fabbrico a mio uso e consumo, o c’è davvero qualcun altro che me le indica discretamente, perché egli ha in qualche modo già percorso la mia strada. La prima scelta mi porta a diventare un uomo di potere la seconda invece un discepolo.

È il dilemma che ha dovuto drammaticamente affrontare Pietro, subito dopo aver dichiarato che Gesù è il Cristo, il messia. Ha appena affermato che c’è qualcuno, il messia, in grado di indicargli autorevolmente la strada, ed ecco che subito si mette lui ad indicare a Gesù la strada che deve percorrere e che non è, secondo Pietro, quella della sofferenza e della croce. Egli ha subito cominciato ad agire da uomo di potere e senza accorgersene ha smesso di essere un discepolo di Gesù.

Questa tentazione sta davanti a tutti noi e si sintetizza in tre passaggi successivi, che vorrei leggere anche al positivo.

Il primo passo è non considerare che la persona di Gesù è un mistero. Umanamente non è possibile che la strada percorsa da un solo uomo possa avere la pretesa di essere un riferimento per ogni uomo, di ogni tempo e cultura. Eppure essere discepoli vuol dire accogliere questa pretesa di Gesù, non come qualcosa che si impone, ma come un’attrazione profonda e misteriosa. Tutte le volte riduciamo Gesù ad una riflessione, ad un ragionamento che si dovrebbe imporre con evidenza assoluta, tutte le volte che intendiamo far più da maestri che da umili testimoni, non stiamo rispettando il mistero della Sua persona. Molte delle ansie interiori per i nostri cari che non vivono più le esigenze della fede nascono da qui: la Sua persona e la vita di ciascuno di noi è un mistero…non possiamo noi imporre la fede e i tempi, assolutamente personali, con cui ciascuno si incontra con Lui.

Il secondo passo è razionalizzare e anestetizzare la croce. La versione più nobile di questo percorso è quella tipica del medioevo occidentale, che ha pensato alla croce come ad una riparazione infinita del peccato dell’uomo nei confronti di Dio, un peccato infinito perché rivolto verso Dio. Un Dio “sacrificale”, che è offesa dall’uomo e pretende la morte del figlio per riparare il suo peccato: questa idea si trasforma e si adatta nella nostra vita tutte le volte che affrontiamo fatiche e difficoltà e le interpretiamo come una punizione di Dio. Così abbiamo capito, abbiamo addomesticato Dio e sappiamo cosa dobbiamo fare, solo sacrificarci. Eppure un Dio così non serve a nessuno e gli uomini di oggi hanno imparato a farne a meno. Ecco l’ateismo… ma la croce è un mistero d’amore da parte di un Dio che vuole salvarci e non punirci!

Il terzo ed ultimo passo è rifiutare di seguire Gesù per quella strada e indicargli noi la nostra via. Sappiamo noi cos’è meglio per noi stessi, e rifiutiamo di andargli dietro. Abbiamo bisogno di certezze a nostro uso e consumo, pertanto ci rifugiamo in tutto ciò che può darcele in modo più visibile e che soprattutto soggiace al nostro potere che si ramifica ed estende ad ogni angolo della nostra vita, dalla famiglia, al lavoro. Siamo diventati uomini di potere… il punto d’arrivo  di questo percorso è la solitudine, che il mondo teme senza avere gli antidoti per sconfiggerla.

Il mondo è dominato dagli uomini di potere ma è segretamente affascinato dai discepoli, che hanno vinto definitivamente la solitudine e la tristezza di chi non ha più nessuno da seguire incondizionatamente, perché non ha conosciuto quell’amore in nome del quale fare dono della propria vita.

Preghiamo perché i discepoli di oggi, deboli e tentati come Pietro, sappiano essere umili testimoni di quest’amore!

Il difficile primato (Lettura popolare XXIV TO Anno B)

Lettura e preghiera di Mc 8, 27 – 35

 

Mc 8, 27 – 35

Il difficile primato di Pietro

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompnagatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Gesù si trova per strada, nei villaggi intorno a Cesarea di Filippo (v. 27). Egli si trova spesso per la strada (cfr. 9, 33; 10, 17. 32. 46. 52) e accompagna i suoi discepoli, insegnando loro cosa dovrà avvenire a Gerusalemme (cfr. 10, 32-34).

Il contesto geografico di Cesarea richiama l’imperatore e il ruolo del tetrarca come rappresentante del potere imperiale, dal momento che quest’ultimo risiedeva proprio a Cesarea. Si tratta del luogo più opportuno per rivelare il vero, alternativo potere del messia.

Qui Gesù non intende rivelarsi in modo diretto, ma attraverso due domande rivolte ai discepoli (27. 29). La prima riguarda l’opinione corrente a riguardo di Gesù e ottiene come risposta un elenco di possibili identificazioni, che il lettore sa bene essere sbagliate. Infatti Giovanni il Battista è precursore del messia (cfr. 1, 2-8) ed è già stato erroneamente confuso da Erode con Gesù, come se fosse risuscitato dopo che egli l’aveva ucciso (cfr. 6, 16). Elia ha il compito di precedere la venuta del messia (Ml 3, 23; Sir 48, 10-12) ed è la gente ad esprimere questa  identificazione con Gesù (cfr. 6, 15), successivamente dichiarata scorretta da Gesù stesso (cfr. 9, 11 – 13). Più in generale le sue azioni miracolose e la sua parola autorevole richiamano il ministero dei profeti, ma ciò ancora non basta, per il lettore.

È Gesù stesso a riprendere in mano il filo del dialogo con un ulteriore domanda, rivolta ai discepoli, per conoscere la loro opinione, che Gesù si attende diversa, dopo tutto ciò che essi hanno condiviso insieme con lui pur senza comprendere ancora fino in fondo (cfr. 1, 27; 4, 41; 6, 50. 52; 8, 20).

Risponde Pietro come portavoce del gruppo (v. 29), lui, chiamato per primo (cfr. 1, 16 – 20; 3, 16), capace di intervenire a nome degli altri (1, 36-37; 10, 28; 11, 21) sarà testimone della trasfigurazione (9, 2) e destinatario dell’annuncio della resurrezione (cfr. 16, 7).

La risposta di Pietro, estremamente sintetica, richiama l’inizio del vangelo (1, 1) ed è il punto di svolta della narrazione di Marco. Infatti per la prima volta un discepolo riconosce esplicitamente Gesù come il messia. Tuttavia, come vedremo, il senso che Pietro attribuisce a questa parola è ancora molto distante  da quello inteso da Gesù, che chiede a discepoli il silenzio su tale identificazione, così come farà dopo la trasfigurazione (cfr. 9, 9). Il significato del termine messia si potrà comprendere infatti solo alla luce della resurrezione e del mistero pasquale.

È da questo momento in poi che Gesù martella una serie di tre annunci della passione/morte e reusrrezione di Gesù, cui fa seguito una reazione dei discepoli, incapaci di comprendere la prospettiva di Gesù, e una conseguente catechesi di Gesù nei loro riguardi. Qui troviamo l’annuncio (vv. 31 – 32a), l’incomprensione di Pietro (32b), la reazione di Gesù con la conseguente catechesi (33- 35).  Si tratta di un “insegnamento” di Gesù (cfr. v. 31), a riguardo del figlio dell’uomo (cfr. Dn 7, 13) e del disegno divino al suo riguardo (cfr. “bisogna” v. 31). Egli sintetizza tutta la passione con il verbo “patire”, che richiama il servo sofferente di Isaia (cfr. Is 53, 6. 12). La responsabilità degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi non può bloccare il progetto di Dio, che si compirà con la resurrezione e che motiva la reazione sdegnata di Gesù alla protesta di Pietro. Così come Gesù obbedisce al progetto del Padre, anche Pietro deve seguirlo, evitando di porsi a ostacolo, pietra di inciampo, o scandalo, nei confronti di Gesù (vv. 32-33).  Questa esortazione si estende poi, in maniera generale, ad ogni discepolo di Gesù (vv. 34-35).

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. In questo periodo non è tutto rosa e fiori: penso che Gesù possa risolvermi certe situazioni? È per me uno scandalo costatare di rimanere nella fragilità e nella fatica? (15 minuti)

 

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 8, 27 – 35. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando si svolge l’azione? Gesù fa delle domande ai discepoli “per strada” . Tutto avviene nel contesto del cammino di Gesù verso Gerusalemme. Anche i discepoli sono in cammino dietro di lui, anche se non lo comprendere. Si può camminare dietro a Gesù e dialogare con lui, pur senza comprendere, o forse noi abbiamo la prestesa di comprendere tutto, a garanzia della nostra sequuela di Gesù?
  • Dove si svolge l’azione?

A Cesarea di Filippo, che è la residenza imperiale e, dal nome stesso, rimanda al potere temporale dell’impero romano. Qui avviene la rivelazione del messia, portatore di un potere, come vedremo, assai alternativo. Si può far riflettere i partecipanti sul rapporto tra il potere terreno e il potere di Gesù.

  • Chi sono i personaggi e che ruolo hanno?

Gesù e i discepoli, Pietro. Sullo sfondo gli uomini che hanno opinioni diverse su Gesù.

Si possono aiutare i partecipanti a sottolineare alcuni verbi che caratterizzano i personaggi nel loro rapporto con Gesù.

 

Gesù fa domande. Non è un leader che da le risposte, vuole piuttosto che siano i discepoli ad arrivare a comprenderlo, anche aiutati dalle sue domande. Il cammino dei discepoli è stato lungo finora e lo sarà altrettanto, inoltre sarà segnato dall’incomprensione e dal tradimento del maestro.  Ciò contrasta con la nostra visione delle cose. Pensiamo di dover ottenere tutte le risposte dall’autorità a cui ci rivolgiamo (Chiesa o tecnica o politica) e rifiutiamo di far fatica…così ci comportiamo anche con Dio. Gesù è paziente,  fa arrivare i discepoli gradualmente, attraverso due domande, facendo loro percorrere le rispste degli uomini e facendoli soffermare sulla inadeguatezza rispetto a ciò che essi hanno vissuto.

 

La seconda domanda è diretta e mette in primo piano il voi, chiedendo una opinione del tutto personale: “voi chi dite che io sia?”. Questo mette in gioco anche noi lettori e dare una risposta personale, sulla base della nostra esperienza e non delle opinioni comuni. Si può insistere sulla necessità di un rapporto diretto, personale, con Gesù per poter parlare di lui.

 

Gesù sgrida i discepoli due volte. Una prima per intimar loro il silenzio sulla sua identità di messia e una seconda volta per dire a Pietro di tornare ad essere discepolo, seguendolo anche se non comprende. Il silenzio sull’identità di Gesù corrisponde al senso del mistero che avvolge la sua persona: i discepoli non hanno ancora capito. Si può far riflettere su quanto, anche nella Chiesa, rispettiamo poco il mistero che c’è al cuore della fede, e pretendiamo di sbandierarlo o di attaccarlo come se da una formula avessimo compreso tutto. Approfondire la propria fede comporta una precisa mistagogia, un essere condotto dentro al mistero della croce gradualmente.

 

Gesù parla apertamente del destino che bisogna che accada al figlio dell’uomo. Si può sottolineare  il verbo “bisogna” che indica una volontà superiore, alla quale Gesù stesso si pone in termini di obbedienza.  Inoltre il carattere pubblico di questa testimonianza contrasta con il silenzio sulla sua identità. Evidentemente non vi è altra strada per comprendere cosa significa che Gesù è il messia se non quella di seguirlo a Gerusalemme, fin sotto la croce.  Il verbo patire è quello che riassume l’annuncio di Gesù.

 

I discepoli sono sostanzialmente rappresentati da Pietro in questo racconto. Pietro da un lato reagisce positivamente alla domanda di Gesù, pronto a dichiarare la sua fede in lui come messia di Israele. Dall’altro rifiuta il destino di sofferenza di Gesù e pretende di indicargli la strada. Egli deve umilmente tornare a seguirlo. Vieni dietro a me gli dice Gesù. La tentazione del cristiano è spesso quella di fare la volontà di Dio a parole, ma in realtà indicare noi a Dio la strada in cui vogliamo seguirlo.

 

Cosa significa portare la croce e rinnegare se stesso? Qui Gesù si rivolge non solo ai discepoli ma anche alla folla, per indicare la strada di chi vuol essere suo discepolo. Seguire Gesù significa fidarsi di lui, anche dentro fatica e fragilità difficili da accettare e comprendere.

 

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

Si tratta della qualità di questo messia, come colui che obbedisce ad un disegno rivelativo diverso da quello che un uomo avrebbe potuto disegnare. La croce di Gesù è ciò che sconfigge definitivamente il dominio di Satana sulla storia dell’uomo. Quali strade da discepolo e non da uomo di potere Gesù può aprire davanti a me?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare XXIII TO Anno B (Mc 7, 31-37)

 

Lettura popolare XXIII TO Anno B (Mc 7, 31 – 37)

 

Mc 7, 31 – 37

“Il sordomuto guarito, o la nascita della Chiesa”

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompnagatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

In questo episodio intervengono anzitutto dei personaggi anonimi, che sono chiaramente pagani dal momento che Gesù si trova in mezzo alla Decapoli e che chiedono un intervento di imposizione delle mani, in conformità all’azione terapeutica di Gesù che in precedenza si era così manifestata, (5, 23; 6, 5).

Il sordomuto viene presentato con due termini: kōphos, che può voler dire sordo o muto, e moghilalos, che invece significa balbuziente. Quest’ultimo termine in tutta la bibbia greca ricorre soltanto qui e in Is 35, 6. È interessante notare che allo stesso passo di Isaia si riferisce la proclamazione finale della folla al v. 37 ( “Allora si gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi si apriranno” Is 35, 5).

Come in altri episodi anche qui Gesù cerca la riservatezza (cfr. anche 4, 34; 6, 31; 7, 14. 17…), che è un’indicazione che l’evangelista fornisce al suo lettore per renderlo attento a comprendere il miracolo che qui accadrà come una rivelazione dell’identità di Gesù.  A conferma di questo gli atti che Gesù compie sul sordomuto presentano un aura sacrale e rivelativa e sono al servizio della parola di Gesù, sulla quale deve concentrarsi l’attenzione del lettore. Gesù sospira e alza gli occhi al cielo, potente rimando alla sua relazione con Dio e alla sofferenza  per la situazione in cui si trova l’uomo. Poi grazie alla parola che Gesù pronuncia: “sii aperto”,il miracolo può avvenire, in misteriosa connessione con la potenza di Dio (sii aperto “da Dio”).  Non a caso lo stesso verbo viene usato in Is 35, 5 riferito agli occhi: “saranno aperti gli occhi dei ciechi”.  Dunque la parola di Gesù, che rimanda all’azione potente di Dio e al compiersi delle profezie messianiche di Isaia, è la causa scatenante del miracolo.

Inoltre il fatto che il nodo della lingua si sciolga ed egli parli “correttamente” implica che il sordomuto non solo ora è guarito dal punto di vista “funzionale”. Infatti questo avverbio “correttamente” ha anche una sfumatura etica. Quest’uomo è restaurato, ricreato nella sua umanità, sia dal punto di vista fisico che spirituale.

Gli ultimi due versetti descrivono la reazione della gente e la riservatezza violata. Come già in 1, 44 – 45 con il lebbroso, anche qui Gesù dà un comando che però viene immediatamente trasgredito. Ancora una volta, la realtà sembra superare le aspettative umane di Gesù e anticipare  il compimento della rivelazione con l’annuncio dei pagani, quasi un anticipo della missione postpasquale della Chiesa ellenistica (cfr. uso del verbo “annunciavano al v. 36, che  tecnicamente indica l’annuncio del vangelo, ad esempio in 1, 14 -15). Ma l’invito di Gesù al silenzio costituisce anche un’indicazione dell’evangelista al lettore, perché egli comprenda di non avere ancora in mano tutte le carte per entrare nel mistero del messia. Solo sotto la croce, quando il centurione lo vedrà morire in quel modo, anche il lettore potrà comprendere senza ambiguità il messianismo di cui Gesù è portatore.

Al v. 37 la lode dei pagani utilizza esplicitamente la citazione di Isaia. Non solo ma anche la constatazione iniziale: “ha fatto bene tutte le cose” è un’allusione al racconto sacerdotale della creazione (Gn 1, 31). Questa folla di pagani afferma che le profezie messianiche di Isaia si sono compiute in Gesù e che dunque in lui si realizza una salvezza radicale, da comprendersi  come una nuova creazione.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Persone e situazioni che accompagno con il pensiero, perchè vorrei che fossero guarite.  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Accompagnare con il pensiero situazioni problematiche, infatti, significa implicitamente metterle nelle mani di Gesù, esortandolo an intervenire, come gli anonimi personaggi della folla. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 7, 31 – 37. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando si svolge l’azione? Si può sottolineare l’avverbio “di nuovo” che collega il passaggio dai monti di Tiro, attraverso Sidone, in mezzo ai monti della Decapoli come un ritorno dopo il racconto della Sirofenicia. I monti della Decapoli sono ancora un luogo di pagani, quindi questo miracolo si svolge in un contesto non ebreo. Gesù tornerà in un luogo ebreo solo in 8, 10, dove incontra dei farisei e in 8, 22 a Betsaida di Galilea. Cosa può significare il fatto che il miracolo avviene in terra pagana? Inoltre sui monti della Decapoli Gesù aveva già guarito un indemoniato (cfr. 5, 1 – 20) e la fama su di lui si era diffusa. Si spiega così perchè tanta folla lo circondi ora.
  • Dove si svolge l’azione? C’è tanta folla ma Gesù porta il sordomuto in disparte, lontano dalla folla. Questa scelta di Gesù (cfr.  4, 34; 6, 31) aumenta il tono rivelativo di quanto sta per accadere. Solo i discepoli (non nominati) e il lettore ne è testimone e ciò che accadrà gli servirà per aumentare la sua conoscenza di Gesù.

 

  • Chi sono i personaggi e che ruolo hanno?

Gesù, la folla, il sordomuto.

Si possono aiutare i partecipanti a sottolineare alcuni verbi che caratterizzano i personaggi nel loro rapporto con Gesù.

 

Anonomi personaggi portano un sordomuto da Gesù e lo pregano di imporgli le mani. Il gesto di imporre le mani, spesso usato da Gesù, indica un ministero di esorcista e guaritore. Essi hanno una fede forte in Gesù, perchè credono che possa realizzare questa incredibile guarigione, che già aveva fatto con l’indemoniato al c. 5 (cfr. 5, 1 – 20). Essi pensano che valga la pena fare fatica e “portare”

il sordomuto da Gesù.

 

Gesù compie una serie di gesti rivelativi: tocca l’orecchio con le dita sputa e tocca la sua lingua con la saliva. Gesù sta significando le parti malate e non funzionanti dell’uomo con il suo tocco, ossia l’udito e la parola. La saliva indica anche il suo alito, lo spirito che esce da lui, risana e ricostruisce.

 

Guarda in alto segnalando una misteriosa comunicazione con il Padre, poi geme  come partecipe del male che deforma l’uomo. Pronuncia una parola aramaica “effatà” che significa “sii aperto”. Ci si può interrogare sul soggetto del verbo, chi è che apre il sordomuto? In modo sottinteso si indica l’azione stessa di Dio attraverso la parola di Gesù.

 

La guarigione del sordomuto è descritta come una straordinaria obbedienza della realtà alla parola di Gesù. Si aprirono le orecchie (si usa lo stesso verbo) e si scioglie il nodo della lingua.

 

Il sordomuto parla correttamente. Si può insistere sull’avverbio “correttamente”. Non si tratta di  una correttezza grammaticale! Quest’uomo è risanato nella sua capacità di ascoltare e quindi di comunicare. Egli può ora ascoltare la parola di Dio nella sua vita e professarla da adulto. Ci si può chiedere in che misura questo è accaduto o accade in noi, quandte chiusure di cuore devono essere aperte per poter liberamente accogliere la parola di Dio.

 

Infine la folla proclama la Parola. Gesù ordina di non divulgare ed ella non obbedisce. Ci si può chiedere il perchè di questa violazione dell’ordine di Gesù. Essi sono colpiti, ossia stupiti fino al colmo, perchè percepiscono l’agire di Dio in Gesù. Essi fanno una professione di fede: ha fatto bene ogni cosa, si riferisce al racconto di Genesi, perchè questo miracolo è una nuova creazione. Udire i sordi e parlare i muti è una citazione di Isaia sul messia (da leggere), che indica che le Scritture si sono compiute e il messia è arrivato.

 

Gesù non vuole ancora essere rivelato, perchè la rivelazione piena, senza ambiguità sarà solo sotto la croce, ma già ora in questa folla è anticipata la condizione dei credenti, che professano la fede in lui.  Possiamo anche noi dire lo stesso di ciò che Gesù compie nella nostra vita e nella vita degli altri? Ci siamo mai esercitati nell’intercessione fino al punto di essere testimoni di ciò che Dio compie? 

 

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

Il sordomuto con la sua capacità di ascoltare e parlare correttamente rappresenta in fondo la folla stessa, che passa ad una fede esplicita, ascoltando la Parola  e verificandone il compimento nella realtà. Loro sono i veri sordi che finalmente odono, perchè riscoprono la loro fede nel messia, divenendo testimoni di ciò che Gesù ha fatto. Cosa significa per me riscoprire la fede e il battesimo che ho ricevuto da bambino?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

La legge del dono (Omelia XXII TO Anno B)

 

 

Fin da bambini siamo abituati a percepire la legge come una sorta di comandamento paterno, di divieto imposto al nostro desiderio di fare qualcosa.

Per il popolo di Israele la legge non è un insieme di divieti, ma un dono di Dio, che serve a riconoscere che tutto ciò che il popolo possiede, a partire dalla terra in cui abita, è stato donato da Dio. Si devono così offrire le primizie dei frutti della terra e i primogeniti degli animali a Dio, per sottolineare che tutto è stata dato da Lui e che tutta l’attività umana altro non è che risposta ad un dono originario, memoriale di una presenza originaria in tutto ciò che si produce e si vive.

La legge però, a causa del peccato umano, da dono finisce per degenerare in strumento di dominio e di controllo da parte di chi è legittimato ad interpretarla e a mediare il comandamento nei vari casi della vita. Ecco allora che la legge degenera in legalismo, perdendo il suo riferimento originario a Dio. Farisei e scribi che sono andati a controllare Gesù, perché a Gerusalemme era giunta notizia delle folle che lo seguivano, sono ancora intrappolati nel legalismo. Essi si recano da Lui a vedere, ossia a controllare, e subito lo giudicano, appena vedono che i suoi discepoli non rispettano in pieno le norme alimentari che prevedono il lavaggio delle mani fino al gomito prima di mangiare.

Per noi oggi è facile criticare i Farisei, ma non so se noi siamo tanto più al sicuro di loro a questo riguardo.

Anche oggi c’è nelle nostre comunità un diffuso legalismo religioso. Quando qualche signora un po’ anziana viene a confessarsi di essere stata male la domenica precedente e di non aver per questo motivo partecipato alla messa, io dico: “ma dov’è il peccato, se stava male?”…eppure non c’è verso, le devo dare l’assoluzione, per quietare quella coscienza.

Questa percezione di una Chiesa legalista e dura c’è ancora in molta gente giovane, forse proprio perché non frequenta molto. Una donna di mezza età credeva di essere scomunicata dalla Chiesa perché il marito l’aveva lasciata ed ella era ormai separata da tanti anni, non per volontà sua… c’è l’idea che la Chiesa giudichi i casi, incasellandoli in quadretti preconfezionati, senza guardare ai fatti, alla storia, al cuore delle persone. Forse è stato effettivamente così…lo è ancora in parte?

Ma non c’è solo il legalismo religioso, c’è anche quello secolarizzato, oggi di gran lunga il più diffuso. Dobbiamo avere un certo tipo di cellulare, lo smart phone, essere iscritti a FB e Whatsapp, vestire in un certo modo, dare ai figli certe cose, come il motorino a 14 anni…altrimenti siamo degli esclusi. E sul mangiare e sul bere? Abbiamo trasformato una buona dietologia in una serie infinita di mode: i prodotti “bio”, le colazioni light, la ginnastica yoga, fino ad arrivare alle varie “purificazioni” new age, che sono dei riti pagani di ritorno.  C’è chi addirittura si inventa complicatissime diete quaresimali, unendo una falsa ascesi cristiana con usanze pseudo-orientali: ma questo non è il digiuno cristiano! Conosco una signora che, dopo aver frequentato dei corsi di sciamanesimo, deve purificare l’acqua ogni volta che cuoce la pasta!!

Ma la purezza, per Gesù, è una realtà interiore, del cuore, è riconoscere il dono e la presenza di Dio in ogni cosa, nel cibo, nella sessualità, nell’amicizia, nel lavoro ecc. Riconoscere che l’amore è più grande e più importante di tutto il resto, questa è l’essenza della legge cristiana.

Tutto è grazia, tutto è amore e il vero peccato, la vera impurità del cuore è  quella di chi ha perso l’abitudine di ringraziare, tutto preso dai riti complicati della vita di oggigiorno.

 

 

 

La tentazione dei numeri (Omelia XXI TO Anno B)

La Chiesa è molto spesso affascinata dai numeri e dal censimento. Noi pastori, in particolare, abbiamo piacere se la piazza si riempie per una manifestazione, se la Chiesa è gremita di gente durante la messa domenicale o se i ragazzi che vengono al campeggio sono numerosi. Viceversa ci umiliamo se i numeri sono piccoli.

Il racconto di oggi ci consegna una verità molto più profonda del mistero della Chiesa, fondata da Gesù. Certo Gesù aveva radunato molta gente attorno a Lui, con la sua carica di umanità, con il fascino che esercitava la sua persona e anche con i segni e i miracoli che aveva compiuto. Tuttavia Gesù non si è mai illuso né si è lasciato incantare dalla magia narcisistica delle folle che lo seguivano. Egli infatti conosceva, come ci informa il Vangelo, il cuore delle persone e sapeva chi veramente era disponibile a incamminarsi nella fede oppure era stato psicologicamente affascinato ma senza lasciarsi coinvolgere totalmente.

Egli sapeva anche quello che poi sarebbe successo e cioè che molti dei discepoli che stavano con Lui, poi lo avrebbero abbandonato. Non si è stupito quindi che, davanti al primo insuccesso della sua predicazione nella sinagoga di Cafarnao e all’ostilità dei Giudei li presenti, il suo fascino avesse subito una battuta d’arresto e fosse emersa una grave difficoltà di aderire ad un messaggio scomodo e controcorrente.

La pretesa di Gesù, di donare la sua carne, la sua vita, per la salvezza del mondo era scomoda: egli non si accontentava di essere un inviato di Dio, come i profeti – questo i Giudei avrebbero potuto accoglierlo- ma il figlio dell’uomo, che era nel seno del Padre e a lui ritornava, la Parola inviata dal Padre a portare frutto con la sua morte in croce – intesa come glorificazione e dono totale della vita divina- per poi ritornare a Lui. Di fronte a questa pretesa e al rifiuto di molti, tutti coloro che avevano seguito Gesù per fascino o imitazione o che appartenevano a questo gruppo più per ragioni ideali o di amicizia che per un’apertura di fede alla persona di Gesù, ebbene tutti costoro non poterono che abbandonarlo. E questo sarebbe stato solo il preludio di quella solitudine che Gesù avrebbe dovuto vivere sulla croce…

In questo modo Gesù ha voluto accompagnare i suoi discepoli e noi a comprendere almeno tre cose:

1.La prima cosa è che la fede è dono del Padre e quindi non spetta a noi giudicare le persone, quando vivono crisi nella fede o si allontanano dalla messa domenicale, specialmente i giovani. La fede cristiana è infatti anche oggi controcorrente, fuori moda e il loro cammino di fede è un mistero che mettiamo nelle mani del Padre, cercando di accompagnarli come testimoni autorevoli di una fede adulta e consapevole.

2.La fede è dono ma è anche frutto di una decisione totale, personale, che avviene nella Chiesa, ma che nasce da un incontro diretto e misterioso della persona con Gesù e da un’apertura altrettanto profonda e misteriosa del cuore umano a Lui. Le esperienze umanamente gratificanti e forti, come campeggi, uscite, missioni, feste ecc… sono necessarie ma non sufficienti: bisogna favorire, in queste esperienze e soprattutto nella vita quotidiana, l’incontro personale con Gesù nell’Eucarestia, nella Parola di Dio, nella preghiera.

3. La Chiesa non è caratterizzata da un’appartenenza psicologica, sociale, ideale o anche morale. Non si appartiene ad una parrocchia o ad una aggregazione ecclesiale perché c’è un parroco che ti va a genio o perché ci sono persone che la pensano allo stesso modo, a livello politico o culturale. Si appartiene invece perché c’è la percezione di un’intimità con Cristo, di una presenza d’amore che scalda i cuori e dona gioia, del mistero di Cristo e della Chiesa sua sposa, di Cristo come sposo che si dona e della Chiesa come comunità radunata da questo amore e obbediente al suo marito.

L’affermazione di Paolo, nella seconda lettura, va dunque ben contestualizzata, come del resto indica lui stesso: voi donne, potete tranquillizzarvi, l’obbedienza della donna, più che la famiglia di oggi, riguarda il mistero della Chiesa sposa e di Cristo sposo! Entriamo in questo mistero aprendo il nostro cuore a Gesù!

Lettura popolare XXI TO Anno B (Gv 6, 60-69)

 Lettura popolare XXI TO Anno B

Gv 6, 60-69

Tu hai parole di vita eterna

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il discorso a cui qui (v. 60) i discepoli si riferiscono è la lunga “omelia” sul pane di vita che Gesù ha tenuto nella sinagoga di Cafarnao. Ora a mostrare perplessità non sono più i Giudei ma molti dei suoi discepoli che l’avevano ascoltato: il punto problematico, anche per loro, è la pretesa di Gesù di essere il salvatore del mondo, attraverso la sua morte, simbolizzata dal dono della carne per la vita del mondo (cf. v. 52).  La «durezza» del discorso ha a che fare con la croce di Gesù, e anticipa il rifiuto e l’incomprensione che i discepoli proveranno dinanzi a tale compimento della missione terrena di Gesù.

Non a caso Gesù fa riferimento alla sua risalita da terra, che si compie nel mistero pasquale (v. 62). L’itinerario del figlio dell’uomo, disceso dal cielo e incarnatosi, si compie con la glorificazione nella morte in croce, che è interpretata dal Vangelo di Giovanni come una risalita, un ritorno al Padre (cf. Gv 20, 17). Egli infatti è la Parola inviata dal Padre, che non ritorna a lui senza aver compiuto ciò che lui desidera (Is 55, 11).  La provocazione di Gesù è fatta sotto forma di domanda e lascia aperta la possibilità che dopo la resurrezione di Gesù i discepoli possano capire, grazie al dono dello Spirito. Infatti Gesù afferma subito dopo la centralità dello Spirito per comprendere e ricevere la vita (v. 63). Si tratta di giudicare secondo lo Spirito e non secondo le apparenze della carne (cf. 3, 6. 12; 7, 24): sono due punti di vista diversi e inconciliabili. Le parole che Gesù ha pronunciato nel suo discorso, che traducono l’unica Parola di Dio fatta carne (cf. 1, 14), sono Spirito vivificante, nel senso che il loro ascolto profondo comunica la potenza di vita che proviene da Dio, per mezzo dello Spirito Santo.

Gesù conosce fin dapprincipio chi rimane incredulo di fronte alle sue parole e chi arriverà a tradirlo, ma affida al Padre il mistero della libertà umana nell’accogliere il dono della fede. È il Padre che attira gli uomini al Cristo e di fronte al “problema” dell’incredulità e del rifiuto bisogna rimettersi a Lui, senza voler giudicare nessuno.

A questo punto all’interno del gruppo dei discepoli si verifica una divisione, tra coloro che abbandonano definitivamente Gesù e coloro che rimangono con il loro maestro, i Dodici. Risponde Pietro, rappresentandoli, con un’importante professione di fede: “Tu hai Parole di vita eterna”(v. 68). Essa mostra che Pietro ha accettato la pretesa di Gesù, anche se ancora non la comprende fino in fondo, di avere una parola in grado di dare la vita. Egli è Santo di Dio, nel senso che la sua origine è nella santità di Dio e del suo Spirito.

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   Dubbi e domande di fede (15 minuti).

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

  • Luogo e tempo: terminato il discorso in sinagoga ora Gesù si trova con i suoi discepoli. Molti di loro hanno ascoltato il discorso ma mormorano tra di loro. La fede è un dono non scontato, che non si identifica con le appartenenze sociali. Come mi considero cristiano? Da un punto di vista morale e culturale o per un’appartenenza di fede?
  • Personaggi: ci sono i discepoli che Il discorso è per loro duro, cioè difficile da comprendere. Quali dubbi, incomprensioni e mormorazioni nel mio cuore dal punto di vista della fede? Mi confronto con qualcuno?

-Gesù reagisce stabilendo un duplice livello di attenzione alla realtà: l’apparenza della carne e la verità dello Spirito che dà la vita. Cosa significa per me giudicare secondo le apparenze o giudicare secondo lo Spirito?

-Gesù parla di un suo risalire al Padre, là dov’era prima, significando il mistero della sua glorificazione nella croce. Sono aperto al mistero della croce, come lo comprendo e lo vivo?

-Gesù afferma: La fede (venire a Gesù) è stata data dal Padre. Poi molti dei suoi discepoli lo abbandonano. Come valuto il mistero del rifiuto e dell’incredulità? Mi scandalizza?

– Pietro risponde alla domanda di Gesù con un forte atto di affidamento, anche se non ha ancora compreso pienamente ciò che questo comporterà: “Tu hai parole di vita eterna”. Condivido questo affidamento?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

L’ebbrezza sobria del cristiano (Omelia XX TO Anno B)

 

Sballo ed ebbrezza sono diventati dei valori per il mondo di oggi, che intende raggiungere, in una sorta di religione senza Dio, uno stato di felicità incosciente e di godimento tale da oltrepassare il controllo dei sensi e della ragione.

San Paolo mette in stretto parallelo queste due realtà, da un lato l’ubriacarsi con il vino, ossia con bevande alcooliche, come molto spesso usava nei culti pagani del suo tempo e dall’altro l’essere ricolmi dello Spirito.

“E non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé; siate invece ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.”

La pienezza dello Spirito e il riempirsi di vino sono messi chiaramente in opposizione, ma con un elemento in comune: essere pieni, fino a percepire una sorta di analoga ebbrezza, molto diversa nell’uno e nell’altro caso.

Nel caso del vino l’ebbrezza fa perdere il controllo dei sensi, dunque diminuisce le potenzialità umane, nel caso dello Spirito, invece l’ebbrezza rimane sobria, ma proprio per questo non ha paura di esprimersi come gioia e felicità inarrestabile, attraverso il canto e la poesia.  L’ebbrezza alcolica intende portare ad una sorta di fusione con gli altri in un mondo senza più filtri di prudenza e timidezza, ma in realtà isola l’uomo in se stesso. L’ebbrezza dello Spirito porta l’uomo ad una unione mistica con Dio, che rispetta le differenze e proprio per questo promette una comunione più vera e profonda.

L’ebbrezza dello Spirito è descritta nel Vangelo che abbiamo ascoltato: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.” Questo rimanere, dimorare reciproco di Gesù in noi e di noi in lui indica una compenetrazione del divino e dell’umano, senza fusione, nel rispetto reciproco. È il desiderio più profondo dell’amore di appartenersi reciprocamente, in un abbraccio che unisce senza fondere i due, mantenendoli distinti nell’unità. La mistica cristiana non è un’illusoria promessa di fusione cosmica, ma una relazione d’amore, che compie tutte le potenzialità della persona, fino a superare se stessa nel dono dell’unione con Dio.

Dio entra in comunione con noi rispettando la nostra natura sensibile, il nostro bisogno di immagini, di segni, di percezioni, per entrare in contatto con lui: per questo ci ha donato suo Figlio, che è immagine del Dio invisibile e per questo il culto cristiano è ricchissimo di sollecitazioni sensoriali. Nella messa tutti i sensi sono sollecitati: in modo soave, non invasivo, ma dolce e profondo, per rendere il nostro cuore disponibile ad accogliere la misteriosa presenza divina. Ascoltiamo la Parola, per accoglierla in noi, e farle spazio nella nostra vita. Vediamo il crocifisso per sentire la forza immensa di quell’amore donato per noi. Odoriamo il profumo dell’incenso, per offrire noi stessi come profumo soave che sale a Dio. Gustiamo la particola, per entrare nel mistero della sua morte e resurrezione, nutrendoci della sua carne. Tocchiamo la persona che ci sta accanto, per darle la mano durante il segno della pace e comprendere che nel Cristo siamo ora un solo corpo.

Anche nella vita il cristiano ha i sensi aperti per sentire e gustare la bellezza di Dio in tutte le cose: occhi per vedere la perla preziosa anche lì dove c’è il dolore; orecchie per ascoltare la voce del desiderio più profondo, che conduce a Dio; mani per toccare i poveri e i sofferenti e consolarli; naso per “sentire” in anticipo il profumo del bene e la puzza del male; lingua per gustare il dono della vita che ogni giorno Dio ci fa. Il cristiano è un uomo che sa godere, perché anche il piacere appartiene a Dio!

Il parto della storia (Omelia Assunzione)

 

Molti di voi avranno vissuto l’esperienza di assistere ad un parto in diretta, magari quello della propria moglie o della propria figlia. Non è uno scherzo, il dolore, il sangue, il pianto sono ciò che un maschio può conoscere solo dall’esterno e una donna vive nella sua carne: l’immenso sforzo di una minuscola creaturina, di effettuare un passaggio inatteso e improponibile, da un ambiente caldo, morbido, sicuro e ospitale, all’aria aperta, nuova, immensa e per ciò paurosa.

Il parto è la metafora della Chiesa e del Regno dei cieli nella storia degli uomini, come ci insegna l’Apocalisse. C’è sangue, dolore, pianto, per guerre, carestie, epidemie che attraversano la storia umana, ma tutto accade nell’attesa di una vita che sta per nascere, la vita del Figlio e, in Lui, di tutti i figli di Dio che entrano nel Regno definitivo del Padre.

Questa figura del parto è presente anche nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato: Elisabetta e Maria hanno due grembi partorienti che indicano il compimento della Parola nella storia, nella carne di un uomo. Il loro rapporto improntato a venerazione reciproca e carità risale ai due figli, che sono misteriosamente in comunione nei loro grembi: “appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo”.  Giovanni il Battista, ultimo dei profeti, rappresenta tutta l’attesa di Israele, e proclama una Parola che ha attraversato i secoli, preparandone l’ultimo e definitivo compimento. Per questo il bambino esulta, a contatto con quella stessa Parola fatta carne che egli attesta, perchè essa lo ha preceduto ed ora si compie misteriosamente nel grembo di una vergine.

Si tratta di un piccolo embrione, in cui riposa tutta l’attesa e la speranza dell’umanità! Quant’è misteriosa e paradossale questa radicale piccolezza di una Parola onnipotente, passata attraverso i tornanti di un popolo orgogliso di essere eletto da Dio! Essa si fa debole, indifesa, piccola, bisognosa di tutto come un embrione!

“Egli ha guardato l’umiltà della sua serva, grandi cose ha fatto in me l’onnipotente.” Questo meraviglioso paradosso di umiltà e grandezza Maria lo vive in lei, piccola e umile, ma capace di accogliere nel suo seno e nella sua vita le grandi opere di Dio. Maria qui rappresenta l’Israele fedele, che ha accettato di essere un piccolo seme nella storia, destinato a generare un grande albero. Quest’albero si vedrà al termine della storia, alla luce della resurrezione e per ora può essere solo contemplato nell’attesa, in Maria assunta in cielo. Ella anticipa la condizione definitiva che tutta l’umanità vivrà, un corpo di carne, per sempre illuminato e glorificato dallo Spirito del risorto!

Ma ora dobbiamo accettare di camminare nel deserto, come la donna dell’Apocalisse, accogliendo con umiltà la nostra condizione di piccolezza e minoranza. Siamo una Chiesa generata per testimoniare la vittoria già ottenuta da Dio contro il male e la morte e per convertire i cuori, prima che le strutture. Il compito di cambiare la storia e di partecipare alla redenzione già ottenuta da Cristo avviene tramite la testimonianza, il dialogo e la purificazione di quei valori umani, che plasmano le culture rendendole più umane e perciò più cristiane. Ma questo accade soprattutto attraverso la relazione personale, il dialogo anima ad anima, che favorisce l’incontro dei cuori e il lavoro misterioso dello Spirito, creando reti di relazioni intime, fraterne, dove si accende il fuoco della fede.

Quanti gruppi potranno nascere con la prossima missione? Quante persone si convertiranno e parteciperanno alla vita parrocchiale? Se ci poniamo questa domanda siamo molto fuori strada…il punto non è il quanto, ma il come. Come vivo la fede? Come un fuoco che è acceso in me e si trasmette oppure come un camino ormai quasi spento e raffreddato, che non può più riscaldare la casa?

 

 

Gesù vero cibo e vera bevanda (Lettura popolare XX TO Anno B)

 

 Lettura popolare XX TO Anno B

Gv 6, 51-58

Mangiare la mia carne e bere il mio sangue

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

Se la manna, che rappresenta la legge di Israele, non può dare la vita, perchè i Padri che se ne erano nutriti poi sono morti, invece Gesù è il pane del cielo che nutre per la vita e sconfigge definitivamente la morte (v. 49 cfr. 5, 24). Come è possibile? Egli è colui che dà tutta la sua “carne”, ossia tutta la sua vita fisica per la la vita del mondo (v. 51). Il Verbo di Dio, la Parola di Dio, si è fatta carne e “dona” questa carne con la sua morte, in vista della resurrezione. Questo è il sacrificio che Gesù compirà sulla croce, come vero agnello pasquale, Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cf. 1, 29)

I giudei rifiutano questo dono di Gesù,  non tanto perchè si scandalizzino di dover mangiare la sua carne (comprendono infatti la portata metaforica di questa affermazione di Gesù), ma perchè non accettano di dover dipendere totalmente, per la loro salvezza, dal dono di se di un uomo.

Gesù risponde approfondendo il livello della rivelazione. Egli non è un uomo comune , ma è il figlio dell’uomo (cfr. 1, 51; 3, 14) ossia il salvatore che è sempre in comunicazione col cielo da cui è disceso, per essere “innalzato”. Proprio la sua umanità, ossia la sua carne e il suo sangue (cfr. Eb 2, 14) sono donati all’uomo, perchè aderisca totalmente con la sua fede al figlio dell’uomo (cfr. 6, 35), che è morto (sangue) per donare la sua vita (carne) al mondo. Questa vita è poi da comprendere come vita eterna e resurrezione finale (v. 54).

Mangiare la carne e bere il sangue introduce il tema della dimora reciproca del credente e di Gesú. Chi infatti si nutre della presenza celeste del Figlio, entra in un rapporto di intima e reciproca appartenenza, con il Figlio e il Padre , due persone in perfetta comunione tra di loro (v. 56 cfr. 10, 38). Ogni vita dunque ha origine dal Padre, ed entra in comunione con tale origine attrverso il Figlio inviato (v. 57), la sua carne e il suo sangue. Si tratta  di nutrirsi della fede in Gesù, alimentandosi della Parola di Dio e particolarmente di nutrirsi del sacramento dell’eucarestia con cui Gesù e il Padre, per effetto dello Spirito Santo vengono ad abitare nel cuore del credente e nella Chiesa. Infatti il verbo con cui l’evangelista descrive la manducazione della carne di Gesù non è più un generico mangiare (v. 53), ma proprio “masticare” (v. 54. 56.57.58). Si tratta di un richiamo realistico e impressionante.

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). Sento la fede come una cosa concreta nella mia vita?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6, 51-58 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Quale luogo? Siamo nell’imminenza della Pasqua dei Giudei. Il sangue e la carne che Gesù dona per la vita del mondo indicano il suo sacrificio, la sua morte in croce che compie la figura dell’Agnello pasquale. Il dono della vita e della salvezza che vengono da Gesù non è rivolto solo agli ebrei ma a tutto il mondo. Ho mai riflettuto sulla valenza universale della salvezza donata da Gesù? Tutti gli uomini, cristiani, ebrei, musulmani, buddisti ecc., si salvano per mezzo di lui.
  • Cosa dicono i personaggi?
  • I Giudei litigano tra di loro, scandalizzati. Il loro scandalo a riguardo della pretesa di Gesù, ossia che da un uomo possa scaturire la salvezza del mondo, li porta a dividersi tra loro. La divisione è un frutto del peccato, che impedisce di leggere la realtà secondo la fede. Come interpreto le divisioni nella comunità cristiana?
  • Gesù accentua il carattere “realistico” della manducazione: “Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e il lo resusciterò nell’ultimo giorno”. Non si tratta solo di un simbolo della fede, ma di un vero e proprio nutrimento materiale. A volte siamo portati a pensare in modo astratto e spiritualistico la presenza di Gesù nella nostra vita? Sono convinto che Gesù mi nutre e sostiene nella concretezza della mia esistenza?
  • Rimane in me e io in lui. L’eucarestia mi fa abitare in Dio, Padre e Figlio, e mi trasforma in lui. Come vivo l’eucarestia domenicale?
  • Chi mangia di me vivrà attraverso di me. La vera vita è solo in Gesù, tutto il resto è qualcosa che passa, è figura destinata a scomparire. Quali resistenze profonde e attaccamenti disordinati alle cose?

 

 

  • Quale rivelazione?

La fede in Gesù, che trova un vertice nell’Eucarestia, è vera bevanda e vero nutrimento dell’uomo.  Gesù è il pane della vita che nutre ogni uomo, senza eccezioni.

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

Gesù dona la sua carne, per vincere la solitudine dei giovani (Omelia XIX TO Anno B)

 

L’esperienza più comune riguardo alla sofferenza è che essa non sia comunicabile. Quando andiamo a consolare una persona che soffre, rimaniamo spesso incapaci di parlare davanti al dolore e, viceversa, quando soffriamo, ci sentiamo soli. La sofferenza ci fa scendere in profondità dentro noi stessi e può essere un’occasione per comprendere e accogliere con autenticità il nostro essere uomini. Ogni profeta in questo mondo soffre una certa solitudine, perchè il cammino verso la verità di noi stessi e della nostra vita è un fatto del tutto personale. Essere autentici comporta una decisione intima, profonda, personale, che avviene nel cuore più riposto e silenzioso della coscienza umana, dove l’uomo sperimenta solitudine, finchè non incontra Dio.

Questo è il deserto, luogo di privazione e sofferenza ma anche, paradossalmente e proprio per questo, luogo di incontro intimo con il Signore che ti nutre e alimenta. Così la fatica di Elia, perseguitato dalla regina Gezabele, è quella di essere solo nella sofferenza, rimasto ultimo e solo tra i profeti fedeli a JHWH. Ma proprio in questo deserto relazionale, affettivo, Dio lo nutre e lo sostiene, piegando la natura ai suoi bisogni, con l’acqua e il pane portato dall’angelo. C’è una trasformazione che accade quando Dio interviene.

Gesù ha trasformato l’esperienza della solitudine e ne ha fatto dono d’amore e nutrimento di vita. “Dio mio Dio mio perchè mi hai abbandonato” sono le sue ultime parole sulla croce, grido di abbandono ma non di disperazione, perchè Gesù cita l’inizio di un Salmo, il 22, in cui chi grida continua a rivolgersi al Padre, nella certezza di essere ascoltato. Così ha trasformato l’esperienza della più grande solitudine e lontananza da Dio, nel momento della più radicale comunione tra un Figlio che si abbandona al Padre e un Padre che dona il Figlio a tutti gli uomini. Gesù ha offerto se stesso in sacrificio di soave odore, cioè ha trasformato la solitudine del dolore, del peccato e della morte, nella manifestazione di un amore, di un’amicizia, di una solidarietà onnipotente! Questo è precisamente ciò che Gesù indica quando afferma, al termine del vangelo di oggi: il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Egli ha donato se stesso e in tal modo ha rivelato che Dio è amore e amicizia. Egli ha vinto la solitudine e la chiusura del peccato con una potenza di relazione, amore e perdono a cui noi attingiamo ogni volta che celebriamo l’eucarestia: sangue versato per voi e per tutti.

L’uomo ha delle risorse inaudite di solidarietà, riconciliazione, rinnovamento che la fede è in grado di moltiplicare e che si possono imparare fin da giovani.  In particolare l’adolescenza è l’età in cui ci si stacca dalle figure di riferimento, e si sperimenta una nuova libertà, con la possibilità di sbagliare e di andare fuori strada. L’esperienza dell’alcool e del fumo è diventata ormai quasi un rito di iniziazione al gruppo, che lascia però l’adolescente più solo di prima. Chi incoraggia i ragazzi a cercare la propria autenticità? Chi li invita a credere nella possibilità di ricominciare col perdono, quando si sbaglia? Il mondo adulto, moralista, che prima li stimola allo sballo e poi li giudica perché sono andati oltre i limiti? I ragazzi mancano spesso di una rete adulti che gli vogliano veramente bene. Adulti capaci di sgridarli e di punirli per far comprendere l’importanza dei valori, ma anche di incoraggiarli a rialzarsi, a cercare la propria autenticità umana e a smentire coi fatti l’immagine di immaturità che un certo moralismo di facciata tende a proiettare su di loro. La nostra comunità cristiana è in grado di aiutare il mondo adulto in questa conversione?