Lezione 7 ottobre 2016

 

 

1. COMMENTO A DEI VERBUM 13: PAROLA DI DIO IN PAROLE UMANE

DEI VERBUM 13

  1. Nella sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l’ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza, « affinché possiamo apprendere l’ineffabile benignità di Dio e a qual punto egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia adattato il suo parlare» (27). Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo.

 

1.1 Il mondo del testo e l’atto del leggere come rifigurazione. La struttura comunicativa del testo (cfr. G. Fischer Conoscere la Bibbia. Una guida all’interpretazione. EDB 2013, 117 – 128).

Che cos’è la Bibbia? Questa domanda è il punto di partenza del nostro percorso di introduzione.  Quando abbiamo il libro in mano, ci sembra di sapere esattamente cosa sia una bibbia. Eccola qui in mano, se è un’edizione tascabile può tranquillamente essere tutta contenuta nel palmo della mia mano. Tuttavia possiamo approfondire un po’ questo oggetto, magari aprendolo e leggendo le prime pagine.

Leggere: non si può parlare della Bibbia senza far riferimento ad un lettore e ad un atto di leggere, proprio perché si tratta di un libro, e un libro non coincide mai con un insieme di pagine di carta, quello è solo un supporto mnemonico. Infatti se dicessimo che il libro coincide sol supporto mnemonico di carta, un libro letto su un kindle non è più tale.  Inoltre una stessa edizione di un determinato libro, come ad esempio i fratelli karamazov di Dostoevskij, può avere centinaia di migliaia di copie.

Allora il libro non può banalmente coincidere con un supporto cartaceo o informatico. Un libro è molto di più. È un evento di comunicazione che coinvolge un autore e più lettori, reso possibile da un insieme di riferimenti (lettere, parole, segni grafici, grammatica, sintassi, retorica, scelte narrative) che costituiscono la scrittura. Allora c’è un autore, che con le sue scelte narrative e stilistiche intende coinvolgere il lettore, fargli fare un percorso, suscitandogli sentimenti e comprensioni nuove, per trasformarlo. Naturalmente si tratta di un lettore che l’autore stesso ha in mente (implicito), lettore dotato di un bagaglio di conoscenze e di una mentalità precisa. Poi c’è un testo che è un insieme di riferimenti, che contengono un mondo (il mondo del testo), al quale si può accedere solo decodificandoli. E c’è un lettore reale che nella misura in cui si lascia coinvolgere in questo mondo del testo, lo comprende e si comprende davanti ad esso. Attraverso cosa avviene tale comprensione? Attraverso l’atto di lettura. Il problema, specie con i testi antichi, è che il lettore spesso non è dotato di tutti i requisiti che l’autore vorrebbe che egli avesse per capire la sua opera (scarto tra lettore implicito e lettore reale). Qui è tutta la difficoltà della lettura che è un’ interpretazione, sempre più complessa a mano a mano che i mondi culturali di autore e lettore sono distanti.

Vedete allora che cosa complessa è un libro, esso è sempre un evento di comunicazione!

Riassumendo: un libro non si identifica con il suo supporto cartaceo (tra l’altro se così fosse, gli e-book non sarebbero libri!), ma è qualcosa di più, è un evento di comunicazione che avviene tra un autore e una comunità di lettori.

Questo evento di comunicazione viene iniziato dall’atto della scrittura da parte dell’autore e si compie con l’atto della lettura da parte del lettore.

C’è infatti un autore reale, storico, che noi conosciamo come persona fisica, ma c’è anche un autore che noi conosciamo solo e limitatamente alle scelte che egli fa all’interno del testo che ha scritto. Si tratta dell’autore implicito.

Il lettore può essere costituito dalle persone che leggono il libro, ma anche, anzitutto, dall’idea di lettore che l’autore ha in mente quando scrive il suo libro. Ogni autore ha in mente, anche inconsapevolmente, un destinatario, quando scrive un opera.  Quest’ultimo è il lettore implicito.

Perché l’evento di comunicazione tra autore reale e lettore reale accada occorre che il lettore reale si avvicini sempre più al lettore implicito, alle sue conoscenze e aspettative, per poter comprendere l’intenzione dell’autore.

Per fare un esempio all’inizio del Vangelo di Luca l’evangelista dichiara di rivolgersi ad un certo Teofilo, che è un nome simbolico, indicante “colui che ama Dio”. Dunque il lettore implicito di quest’autore deve avere una caratteristica: quella di essere alla ricerca amorosa di Dio. Quei lettori reali che si conformano a questa caratteristica, non importa se siano giudei o greci o appartenenti alla cultura moderna, avranno la chiave di accesso più importante per entrare nel Vangelo.

Quali altre condizioni comuni tra autore e lettore sono necessarie perché si accenda l’evento comunicativo? Ricoeur ne descrive tre: prefigurazione, configurazione, rifigurazione.

 

1.1.1. la prefigurazione

Il lettore può approcciarsi al testo, perché condivide con il testo stesso e con il suo autore reale e implicito alcuni livelli profondi di significato, che possono essere descritti nei termini della semantica dell’azione, del simbolismo e  della temporalità.

Semantica: ogni racconto presuppone da parte del narratore e del suo uditorio una familiarità con termini quali agente, fine, mezzo, circostanza, aiuto, ostilità, cooperazione, conflitto, successo, scacco… Per esempio in Lc 18,35-43, il racconto del cieco di Gerico, l’agente è il cieco stesso e il fine è la sua guarigione, il mezzo è la parola di Gesù e la circostanza è il passaggio di Gesù. L’ostilità è costituita dal tentativo della folla di farlo tacere, ma quella stessa folla diventa cooperatrice non appena Gesù si ferma e ordina che il cieco gli venga portato.  Il successo non è costituito solamente dalla guarigione del cieco, ma molto più dalla sua sequela di Gesù.

Poi il racconto aggiunge gli aspetti discorsivi che lo distinguono da una semplice successione di frasi di azione.  Sono aspetti sintattici che introducono l’ordine diacronico di ogni storia raccontata, plasmati attraverso regole di composizione.  Nel nostro caso, ad esempio, il narratore mette al principio le circostanze, mostrando con i verbi all’imperfetto due azioni continuate e contemporanee, ossia il cammino di Gesù verso Gerico e l’attività di accattonaggio del cieco lungo la strada per la quale, s’intende, sarebbe passato Gesù. L’incontro tra il cieco e Gesù non avviene però subito, ma è ritardato da un dialogo con la folla, che prima annuncia al cieco il passaggio di Gesù e poi lo rimprovera per farlo tacere. Solo la parola di Gesù permette al cieco di trasformare l’ostacolo della folla in un mezzo per arrivare velocemente da Gesù. La stessa parola di Gesù, nel dialogo finale con il cieco, non solo gli ridona la vista, ma trasforma definitivamente l’ex – cieco in un discepolo che glorifica il Signore. Al termine la stessa folla, che era testimone, da lode a Dio.

 

Simbolica: se l’azione può essere raccontata vuol dire che è articolata in segni, regole e norme, ossia essa è da sempre mediata simbolicamente. Il simbolismo è incorporato nell’azione e decifrabile dall’azione. Ad esempio è molto chiaro che nel Vangelo di Giovanni la crocefissione è pensata come un innalzamento, e siccome Gesù è presentato come re, l’azione di crocifissione è simbolicamente una vera e propria intronizzazione del re (Gv 19, 17 – 21). Ogni azione, anche banale, non si può comprendere, se non in un contesto simbolico di descrizione. Gettare delle monete nel tesoro del tempio implica un certo rapporto con Dio, mediato attraverso un luogo sacro (cfr. Mc 12,41-44) . Se poi si tratta del tempio di Gerusalemme, dove nel santo dei santi c’è la kappòret, o espiatorio, dove  entra il sommo sacerdote nel giorno jom kippur per fare l’espiazione dei peccati del popolo, allora quel gesto di gettare una moneta, assume un valore simbolico molto più forte che non una semplice donazione. In questo contesto la monetina gettata dalla vedova, che ha dato tutto quanto aveva, in contrasto con le molte monete che costituivano il superfluo dei ricchi, diviene il simbolo del vero culto a Dio, che ottiene la remissione dei peccati, ossia l’offerta di tutta la vita. Dal punto di vista della norma formale si tratta di due azioni identiche, perché entrambi soddisfano un precetto legale, ma dal punto di vista interiore la valutazione è opposta.

Temporalità: secondo Ricoeur la nostra stessa esistenza può essere raccontata perché avviene nel corso del tempo. Infatti da quando nasciamo, ci troviamo gettati dentro alle cose, e la nostra esistenza si sviluppa prestando ad esse la nostra cura. Ciò determina in noi il senso del tempo. I nostri ricordi, le nostre attese per il futuro determinano il nostro presente e nella coscienza del presente sono come concentrati il passato e il futuro. La struttura della nostra coscienza è temporale, e così non possiamo descrivere la nostra vita se non raccontando, cioè distribuendo nel tempo gli eventi e rileggendoli tramite le attese e i desideri del presente.

Nel primo libro di Samuele (1 Sam 1 – 2, 13) il narratore racconta di una moglie amata dal marito ma privata della possibilità di avere figli, Anna. Dalle attese smentite di questa donna e dal rapporto conflittuale con l’altra moglie, Peninna, nasce la preghiera di Anna al tempio di Silo. Il dramma della maternità mancata della moglie amata e della maternità favorita di quella meno amata riproduce i tratti della storia di Giacobbe, Rachele e Lea. Al momento in cui Anna viene esaudita esplode in un cantico, che nel tempo presente rielabora tutto il passato della sua vita e della storia della salvezza e loda l’agire paradossale di Dio: “l’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore”.

In questo racconto c’è la densità semantica della maternità mancata, esperienza universalmente conosciuta nella culture del mondo. Essa acquista un valore simbolico di fondo, perché è connessa con la fecondità dell’uomo come benedizione di Dio. Infine emerge chiaramente la temporalità dell’esperienza umana nella lode, che è nello stesso tempo puntuale (ringraziamento per l’esaudimento di una preghiera particolare) e universale (esprime l’attesa e la lode di ogni credente in ogni istante della sua vita).  Ciò che sta al fondo dunque di ogni narrazione sono gli elementi costituivi dell’agire umano.

 

1.1.2 la configurazione

Configurare è  l’opera  del narratore, che fa integrazione tra eventi singoli e la storia intesa come un tutto. Infatti l’atto poetico – narrativo   da una successione di eventi ricava una figura, con un preciso intento narrativo, che si comprende definitivamente solo al termine della narrazione stessa. Alla luce del finale la storia fornisce il punto di vista a partire dal quale essa può essere vista come un tutto (cfr. importanza dell’atto di ri – raccontare). Nel riraccontare leggiamo la fine nell’inizio e l’inizio nella fine, leggiamo il tempo cominciando dalla fine. I Vangeli sono stati scritti partendo dalla fine di Gesù, ossia dal suo mistero di passione – morte e resurrezione e così si devono rileggere, ossia come la storia dell’uomo Gesù di Nazareth, che si è manifestato come figlio di Dio nei suoi miracoli e in particolare nella sua morte in croce e resurrezione (cfr. Mc 1 e At 3,32-36).  La Bibbia come racconto globale rilegge la Genesi nel prologo al vangelo di Giovanni e nella figura dei cieli nuovi e della terra nuova nell’Apocalisse.  Quindi tutta la narrazione biblica è racconto di una nuova creazione che sta avvenendo e che si compirà al termine della storia.

Questa operazione di configurare, dare una figura, produce il testo, e il testo garantisce due autonomie.

Il testo diventa, una volta configurato, autonomo rispetto all’autore stesso. Quello che conta è che l’attenzione va sulla cosa, non su chi l’ha fatta. Sappiamo qualcosa di Luca, poco di Matteo, ben poco di Marco. Dell’autore del Quarto Vangelo non sappiamo ben indicare l’identità, anche se è in qualche modo connessa con l’apostolo Giovanni. Ma questo non è un problema, dal punto di vista esegetico, perché a noi non interessa conoscere l’autore reale, ma l’autore del Vangelo per come egli si presenta attraverso la sua opera letteraria, per le scelte che fa in essa, quello che abbiamo già definito l’autore implicito. Il testo inoltre può essere riletto in altre circostanze storiche e produrre degli effetti diversi da quelli con cui è nato nell’intenzione dell’autore. L’Amleto di Shakespeare è, nell’intenzione del suo autore, un uomo imbelle e indeciso che trascina alla rovina il suo regno. Solo in epoca romantica verrà riletto in una chiave affascinante, come l’uomo misterioso, simbolo dell’enigma umano. La giustificazione di Abramo in Rm 4, dovuta alla fede indipendentemente dalle opere (della legge), diviene nella rilettura agostiniana, in antitesi al pelagianesimo, una polemica contro le opere umane e la loro possibilità di dare salvezza. Per comprendere un testo, particolarmente quando è antico e importante, è necessario conoscere anche la storia dei suoi effetti, perché essa ci condiziona nell’interpretazione del testo stesso.

C’è poi una seconda autonomia prodotta dalla configurazione: il testo configurato si rende autonomo dalle condizioni sociologiche, storiche, culturali e ciò garantisce la sua leggibilità illimitata.  Questo non significa abbandonare l’approccio storico, anzi significa capire che il discorso non può che passare attraverso le strutture storiche dell’opera. Non possiamo comprendere i racconti della passione di Gesù senza far riferimento alla storia della Palestina del I secolo d.C., alla dominazione romana e ai poteri affidati al sinedrio. Tuttavia, proprio attraverso questa storia particolare il racconto produce un significato più generale e autonomo da essa, che è destinato al lettore di ogni epoca. Come dicevamo poco più sopra, il lettore implicito del Vangelo di Luca è un Teofilo, uno che ama Dio. Certamente egli pensa ad un cristiano convertito dal paganesimo, che parla e comprende la lingua greca, ma tutti gli uomini che aprono il loro cuore a Dio sono in realtà destinatari della sua opera, in ogni tempo e in ogni luogo. Ad un lettore implicito corrispondono infiniti lettori reali, proprio per questa capacità dell’opera di comunicare in termini universali.

 

1.1.3 la rifigurazione

La rifigurazione o mimesi III mette a tema l’incontro tra mondo del testo e mondo del lettore reale.  Da un lato i paradigmi recepiti strutturano le attese del lettore e lo aiutano a riconoscere la regola formale, il genere o il tipo esemplificati mediante la storia raccontata. Se è un racconto di sapienza mi aspetto un insegnamento (cfr. Giona 4,10-11) , se è una preghiera di supplica mi aspetto  la segnalazione del pericolo, l’invocazione, l’esaudimento e il ringraziamento (cfr. Sal 31). Se è una lettera mi aspetto un saluto iniziale, una presentazione dei temi da comunicare, una trattazione e una conclusione in forma di saluto (cfr. Rm).  Sono generi letterari, si formano in relazione ad una cultura e società e d’altra parte sono abbastanza generali da includere diversi tipi ed evoluzioni culturali. Essi forniscono linee direttrici per l’incontro tra il testo e il suo lettore. Così l’atto del leggere accompagna la configurazione del racconto e attualizza la sua capacità di essere seguito.  Il testo diviene opera solo nell’interazione tra testo e lettore. Nel corso della lettura, poi, alcune regole formali, e quindi alcune attese del lettore, possono essere smentite. Nell’episodio della samaritana ( Gv 4 ) l’incontro tra un uomo e una donna al pozzo fa pensare alle vicende matrimoniali dei patriarchi e di Mosè (cfr. Gen 24; Gen 29; Es 2). Ma questa attesa viene smentita, perché non segue nessun matrimonio, e anzi la Samaritana si trasforma in una testimone del messia – Gesù e ciò non è senza significato per l’interpretazione del racconto.

Ogni evento di discorso è un evento di comunicazione con altri di un’esperienza che ha il mondo per orizzonte. Il lettore quindi riceve il mondo che l’opera dispiega dinanzi a sé. Ciò significa che ogni racconto non intende comunicare in primo luogo un contesto storico-culturale ma il mondo della vita, l’esserci dell’uomo nella storia (essere-nel-mondo). Per riprendere l’esempio dei racconti della passione e morte di Gesù, essi non sono scritti per raccontare l’esecuzione della sentenza di condanna a morte come cospiratore politico di un innocente ebreo di galilea proveniente da Nazareth (sfondo storico) ma per comunicare l’esperienza di fede dei discepoli a contatto con il mistero storico della morte del messia. I testi della passione non sono semplicemente descrittivi, ma dispiegano un mondo vitale, quello della fede della prima comunità cristiana nel messia crocifisso e risorto e il lettore è chiamato a esplicitare questo stesso movimento di fede attraverso le interazioni dei personaggi lungo il processo e sotto la croce.  Quindi la rifigurazione dell’opera mira non solo a restituire l’intenzione dell’autore nascosta dietro al testo, ma anche ad esplicitare il movimento grazie al quale un testo dispiega un mondo e interpretare dunque è esplicitare questo essere-nel- mondo, nel caso della Bibbia, l’esserci proprio della fede.

Il testo propone una modalità di essere nel mondo che deve essere colta dal lettore, perché diventi occasione di attivare per sé un processo di liberazione. Infatti nell’incontro tra il testo e il suo lettore viene plasmata una nuova capacità di immaginare il mondo, nuove lenti con cui guardare la realtà ordinaria in un processo di maggiore libertà.  Il potere dell’immaginazione rende possibile una nuova configurazione narrativa dell’esperienza umana e attraverso la lettura dell’opera nuovi significati rendono più ricca e complessa e soprattutto libera la capacità di leggere gli eventi della vita e di pensare possibilità future. Per tornare all’esempio dei racconti della passione, attraverso la rifigurazione il lettore accede al mondo della fede della comunità cristiana e viene arricchito di nuove e inaudite prospettive di senso, in grado di far comprendere le inesauribili risorse di vita della resurrezione, proprio dentro i cammini della sofferenza e le situazioni apparentemente senza via d’uscita. La sapienza paradossale della croce diviene esperienza rifigurata nell’esistenza del lettore dei Vangeli.

Anche nelle parabole di Gesù, come quella del seminatore, e nei suoi insegnamenti il lettore, attraverso la sua rifigurazione è incoraggiato a leggere la realtà alla luce della logica sovrabbondante e gratuita del Regno di Dio. Non si tratta di fornire banali applicazioni delle parabole e dei discorsi, che possono scandalizzare o risultare moralistiche, ma di compiere un percorso di senso che, mettendo in crisi il senso comune, che predica la giustizia retributiva, semini nell’esperienza il germe di quella Parola, che è in grado di trasformare la vita nella logica del dono (cfr. Mt 5,38-48).  Il lettore può leggervi la sua stessa vita, come un seme che nascosto e umile, è in grado di germogliare e dare frutto per la potenza del dono di Dio.

La rifigurazione comporta quindi non solo comprendere il testo ma anche comprender-si davanti al testo. L’atto interpretativo non giunge a pieno compimento se non in quest’ultimo stadio che comporta una trasformazione del lettore, della sua vita, della sua mentalità, e del suo modo di vivere e comprendere la sua esistenza. A questa trasformazione puntano i racconti biblici.

 

 

1.2 Parola di Dio in parole umane

Per accedere correttamente al mondo del testo, il lettore ha come unica mediazione il testo stesso, con le sue strutture letterarie e il contesto storico in cui è nato.

Quindi il lettore ha il compito di passare attraverso il testo, con le sue strutture letterarie e storiche, per esplicitare il mondo di questo testo e comprendersi davanti ad esso. Nel caso del testo biblico ciò comporta una particolare complessità.

Il mondo del testo biblico infatti è l’esperienza del Dio di Israele che si rivela nel mistero pasquale di Cristo, e questo mondo del testo, profondamente in relazione con i significati storici e culturali in cui la Parola di Dio si è progressivamente incarnata, è connesso con l’intenzione ultima con cui la comunità credente ha inserito nel canone quel testo particolare. Essa infatti ha riconosciuto in un testo particolare, scritto forse con finalità inizialmente specifiche e ben contestualizzate (senso letterale), quel mondo della vita che solo lo Spirito può suscitare.

Allora la Bibbia è un oggetto complesso, duplice, perché è parola di Dio, suscitata dallo Spirito, e insieme parole di uomini. Anzi potremmo meglio dire che la Bibbia è Parola di Dio in parole umane. Già, perché nella Bibbia non accade affatto che alcuni passi sono dettati da Dio e altri sono semplicemente umani, ma proprio nel processo di organizzazione del libro, che ha comportato il lavoro di una molteplicità di autori umani, prende “carne” la Parola di Dio.   La Bibbia è certamente Parola di Dio, ma in parole umane, perché la Parola di Dio non si dà se non passando attraverso quelle parole di uomini, unificate da un’azione profonda di ispirazione divina che le accomuna in un organismo unico, vario e complesso, che è la Sacra Scrittura (DV 11).

Secondo quando già affermava Origene, il carattere duplice e complesso della Scrittura ha un analogato principale, una pietra di paragone nel mistero stesso di Cristo. Gesù ha infatti una natura umana, è un uomo come tutti noi, con un corpo e un’anima umana, con la necessità di mangiare e bere e dormire, e con una modalità di comprensione e memorizzazione propriamente umana. Come tale la natura umana di Gesù è limitata, è soggetta a vincoli precisi nello spazio e nel tempo, e alla debolezza di essere soggetta al potere e alla violenza degli uomini.  Ma nello stesso tempo nella natura umana di Gesù risplende la pienezza della divinità del verbo di Dio, come ci insegna Giovanni: “Il verbo si è fatto carne”. Nell’unica persona divina che è il Figlio di Dio sono unite la natura divina e quella umana, senza confusione ma anche senza separazione.

Questo vale per analogia anche per la Scrittura Sacra (cfr. DV 13). Essa è umana, fatta cioè di autori umani, che scrivevano secondo la mentalità e le limitazioni del loro tempo, che erano influenzati da certe letterature e sapienze delle culture con cui erano entrati in contatto e che avevano alcune forme letterarie e un ambiente di vita, che poteva essere il tempio, la corte o i circoli profetici e sapienziali o ancora le prime comunità cristiane per il NT. Così i Salmi appartengono a tutti gli effetti al genere letterario della poesia, le storie dei giudici sono delle saghe legate a tradizioni di eroi tribali e guerrieri, il levitico è un codice legale, i proverbi sono delle collezioni di detti sapienziali, il corpo paolino è costituito da lettere originariamente realmente inviate, la lettera agli ebrei è un trattato di esegesi, l’Apocalisse appartiene al genere letterario detto appunto “apocalittico” (cfr.).  È ancora chiaro che per comprendere al meglio l’AT è necessario approfondire lo sfondo culturale e religioso dei popoli del medio oriente antico, all’interno del quale si situa il popolo ebraico e la sua matrice culturale e religiosa, perché la Scrittura Sacra è storicamente influenzata da prestiti da prestiti culturali e opera una mediazione dell’esperienza soteriologica (di salvezza) che la caratterizza all’interno di questi elementi culturali. Quindi non si può comprendere la Scrittura se come opera umana, soggetta ai condizionamenti storici.

D’altra parte però la Scrittura è stata scritta, pregata e riscritta da un intero popolo, il popolo di Israele, che vi si rispecchia in tutta la sua esperienza di fede, e in ultima analisi dalla Chiesa, popolo di Dio della nuova Alleanza. Tutta la Scrittura assume dunque un carattere unitario, perché è norma della fede della Chiesa (analogia della fede cfr. DV 12), ed è da considerarsi in quanto tale come parola di Dio nata nella fede e scritta per la fede del popolo di Dio. Questo è l’elemento divino della Scrittura, come la natura divina della persona di Cristo.

Se la Scrittura ha dunque questo carattere complesso, come la si deve leggere e studiare, per rispettarne e comprenderne la complessità?

Sosteneva Romano Guardini che ogni metodo che voglia essere “scientifico” deve essere adeguato al suo oggetto. Non si può studiare la società e l’economia come se fossero enti fisici, dunque con i soli strumenti matematici, ma bisogna integrare strumenti in grado di tener conto dei valori e della cultura umana.

Allo stesso modo per studiare la Bibbia in modo scientifico, ossia rispettando assolutamente la natura particolare di tale oggetto, è necessario studiarla come un insieme di testi di letteratura, tenendo conto della loro storia, delle loro fonti e della loro forma letteraria. Se studio un Salmo che è poesia, devo tener conto che la forma comunicativa, ossia il genere letterario con cui mi perviene è quello di un testo poetico, per cui non gli chiederò l’esattezza di una norma legale, né la precisione temporale di un testo narrativo o storico (es Sal 19: non parla del funzionamento del mondo!). Se invece mi trovo davanti ad un racconto, come ad esempio nei libri di Samuele, dovrò indagare tutte quelle strategie narrative che un bravo autore sa mettere in campo per “intrigare” il lettore ed educarlo al senso profondo della sua storia (cfr. 1 Sam 1-2: Domande inutili: Eli è veramente esistito? L’offerta di un giovenco di tre anni, un efa di farina e un otre di vino è in linea con le disposizioni della legge? Oppure su Gs 10,12: il sole si è fermato veramente?). Se, come in Qohelet, mi trovo davanti ad un testo di sapienza, cercherò di capirlo alla luce delle caratteristiche dei testi di natura sapienziale e non di trattati “scientifici” (Qo 3,18-19. Non è una descrizione “scientifica” dell’uomo. Cfr. anche Gn 1 – 2 e disputa sul “creazionismo”).

Ma il lavoro per un esegeta non si ferma qui. Per essere “scientificamente” corretti, dinanzi al testo biblico, dobbiamo essere consapevoli che ognuno di questi testi, originati in un certo ambiente vitale, caratterizzati da una certa storia e forma letteraria, ci sono pervenuti tramite il loro inserimento in un canone che conferisce loro un’identità e un senso in ordine all’esperienza di fede del popolo di Dio, che li ha scritti, letti, pregati e che in essi vi si riconosce. C’è un principio strutturante, orientato finalisticamente, che mette i testi in una serie (cfr. Is 7, 14; Mt 1, 23), fino al loro compimento, anche al di là delle intenzioni originarie dell’autore e secondo l’esperienza di fede del popolo di Dio, che rilegge il testo dentro alla sua storia di fede. Il progetto originario di questo fenomeno non può appartenere chiaramente ad un uomo, ma a Dio. Questo significa allora che nel “metodo” dell’esegeta, insieme alle metodologie filologiche e letterarie, ci deve essere un’interrogazione radicale di “senso” che proviene dalla sua apertura alla fede biblica. Essa non si colloca a lato delle operazioni esegetiche, come se fosse una operazione ulteriore accanto alle altre, ma deve informarle tutte come un principio di sintesi che suscita le domande da porre al testo, e organizza in una chiave unitaria possibili risposte attraverso l’uso corretto delle metodologie. Si tratta di una convergenza ultima dei dati, di un “senso illativo”, direbbe Newman, che scaturisce da un’organizzazione complessa di dati senza ridursi ad essere semplicemente la somma di essi.

Dunque per semplificare si può concludere affermando che la lettura della Bibbia per essere scientifica e rispettare il suo “oggetto”, deve tener conto sia degli aspetti linguistici e storico-letterari dei testi sia dell’intenzione con cui sono stati scritti ossia comunicare la fede nel Dio d’Israele. Essa dunque richiede un lettore che da un lato nei rispetti la forma linguistica e letteraria e dall’altro lasci al testo la possibilità di aprire il suo cuore alla fede biblica. Il testo biblico è infatti un appello al dialogo: non si tratta qui del fatto che la persona si dichiari o meno credente, ma del fatto che essa si lasci cogliere positivamente e sappia rispondere a tale appello al dialogo.

 

Lettura popolare XXVIII TO Anno C

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Lc 17,11-19

Imparare a ringraziare

Il messaggio nel contesto

Gesù sta camminando verso Gerusalemme, dove sarà innalzato al cielo, al Padre, compimento definitivo della sua missione terrena (cf. 9,51).  Ecco che entrando in un villaggio gli vengono incontro dieci lebbrosi, che rimangono a distanza, secondo l’obbligo imposto dalla legge mosaica (cf. Lv 13,45s ). Il loro grido è una supplica rivolta al maestro, di cui riconoscono la parola autorevole come se ne fossero discepoli (cf. 8,24).

Infatti essi si fidano della sua parola al punto da obbedirgli ed andare a farsi vedere dal sacerdote, che secondo la legge avrebbe dovuto constatarne la guarigione, senza ancora essere effettivamente guariti (v. 14). Solo durante il viaggio essi si accorgono di essere purificati dal male. Gesù non compie riti complicati, né accentra su di sé e sui suoi gesti l’attenzione dei lebbrosi: chiede semplicemente a loro di avere fede nella sua parola. Come il profeta Eliseo aveva mandato il funzionario siriano Naaman, lebbroso, a bagnarsi nel Giordano, ed egli si era fidato della sua parola ed era stato guarito (cfr. 2Re 5,10.14), così la guarigione dei lebbrosi è frutto della loro fede nella parola profetica di Gesù.

A questo punto si verifica una svolta nel racconto: uno dei lebbrosi, vedendosi guarito, ritiene non più prioritario andare dal sacerdote: ora l’urgenza vera è ringraziare Gesù. Il modo con cui Luca descrive le sue azioni è centrale. Mentre egli ritorna a gran voce loda Dio (v. 15) e cadendo ai piedi di Gesù – con un gesto di prostrazione che è riservato solo a Dio – egli ringrazia Gesù (v. 16).  Qui lodare Dio e ringraziare Gesù sono un unico atto! Se Eliseo aveva rifiutato i regali di Naaman, per non essere identificato con Dio (cfr. 2Re 5,16), Gesù non rifiuta, anzi approva la lode del lebbroso. Gesù è più che un profeta, perché in Lui si manifesta la potenza di Dio stesso! In Lui si compiono pienamente i segni di salvezza posti da Mosè e dai profeti nella storia del popolo di Israele: Lui è il compimento della legge e dei profeti, di tutto l’Antico Testamento, e un samaritano (uno straniero per gli ebrei osservanti!) lo ha compreso (v. 18). Questo samaritano ha capito che il miracolo più grande non è quello fisico, ma la fede che la Parola di Gesù ha acceso nel suo cuore e che lo spinge alla lode e al ringraziamento.

Il mancato ritorno dei nove lebbrosi anticipa il rifiuto che il popolo di Israele opporrà a Gesù a Gerusalemme, mentre la fede del samaritano rappresenta tutti i popoli pagani, aperti alla salvezza.

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 17,11-19.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 17,11-19 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto?

Gesù passa attraverso la Samaria e la Galilea, dirigendosi verso Gerusalemme. In questo contesto di cammino verso il compiersi della sua missione, avviene l’incontro con i lebbrosi. Quali passaggi fondamentali hanno caratterizzato il mio incontro con Gesù?  

  • Chi sono i personaggi del racconto e cosa fanno?

– I dieci lebbrosi si fanno incontro a Gesù, alzando la voce. Come mi avvicino a Gesù? Come lo prego e lo supplico?

– I dieci furono purificati. Quale cammino di purificazione nella mia vita?

– Un unico lebbroso, samaritano, torna indietro vedendosi guarito. È la sua vera conversione.  quali svolte nella mia vita?

  • Cosa dicono i personaggi?

–  I dieci lebbrosi gridano: “Gesù maestro, abbi pietà di noi”. Cosa significa per me questa invocazione?

– Il samaritano ringrazia Gesù. Che ruolo ha la preghiera di ringraziamento nella mia vita?

  • Quale rivelazione?

Gesù si rivela come un profeta dalla parola potente e insieme più che un profeta. Egli è Dio stesso che guarisce non solo il corpo ma anche il cuore del peccatore. Colui che viene guarito nel cuore è un Samaritano, segno di una salvezza diretta a tutti gli uomini, senza eccezioni.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXVII TO Anno C

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Lc 17,5-10

Imparare a servire

Il messaggio nel contesto

Il testo che la liturgia ci offre questa domenica è composto di due parti distinte: un detto di Gesù sulla fede, in risposta ad una domanda degli apostoli (vv.5-6) e una parabola di Gesù sul servizio con una conclusione attualizzante (vv. 7-10).

Qui i discepoli sono nominati come apostoli da Luca (v.5) per sottolineare il loro ruolo a fondamento e capo della comunità cristiana: si tratta di una condizione che richiede la fede, senza cui non è possibile un servizio della Chiesa. Essi se ne rendono conto e chiedono a Gesù di aumentare la loro fede (lett. aggiungere fede). La risposta di Gesù va soppesata attentamente perché rischia di essere fraintesa da chi legge in traduzione. Infatti Gesù fa un’ipotesi reale: “se avete fede come un granello di senapa”. A tale ipotesi fa seguito una conseguenza che viene formulata con la figura retorica dell’iperbole o esagerazione: “potreste dire a questo gelso, sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe” (v. 6). Non si tratta dunque di un’accusa di Gesù verso gli apostoli per la loro poca fede. Semplicemente essi hanno già il dono della fede e non serve che chiedano che esso aumenti: infatti ne basta un granello per compiere cose considerate “impossibili”. Coloro che sono responsabili della comunità, se possono essere afferrati da paure e indecisioni di fronte alla complessità di ciò che li supera da ogni parte, hanno però il dono della fede autentica. Non importa la quantità: essa come tale permette alla potenza di Dio di agire e rivelarsi.

Gesù aggiunge poi una parabola, per mostrare concretamente in che modo il responsabile di una comunità cristiana può vivere nella fede il suo servizio. La parabola non ha lo scopo di dipingere il rapporto con Dio come quello di uno schiavo con il suo padrone, né di descrivere un Dio disinteressato o irriverente nei confronti dell’agire dell’uomo. Piuttosto essa si rivolge sempre all’apostolo per mostrare il rischio a cui va incontro chi manca di fede nell’esercizio del suo ministero: rischio di concentrarsi più sulle opere fatte per Dio che su Dio stesso e di diventare così autoreferenziale. La situazione (normale all’epoca di Gesù!) per cui non c’è da stupirsi se uno schiavo fa quanto gli viene richiesto senza aspettarsi un grazie dal proprio padrone, diviene modello per l’apostolo/discepolo. La grande disponibilità di schiavi rendeva l’opera di ciascuno schiavo non così necessaria da essere insostituibile: allo stesso modo l’apostolo sa che Dio può fare ogni cosa anche con i mezzi più umili e così presta il suo servizio senza sentirsi necessario e insostituibile. L’aggettivo “inutile” sarebbe da tradursi meglio come “non necessario”. Infatti non è vero che l’apostolo sia “inutile”: piuttosto egli è utile nella misura in cui la grazia di Dio opera in lui ciò che essa vuole. Essa sola è “utile e necessaria”.

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 17,5-10.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 17,5-10 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto del brano evangelico?

– Gesù sta parlando ancora ai discepoli, che ora vengono qualificati come apostoli. Egli si rivolge loro come responsabili dell’annuncio evangelico e della comunità cristiana.

  • Chi sono i protagonisti del brano?

-I discepoli chiedono a Gesù di aumentare la loro fede. Quali dubbi, quali fragilità nel mio cammino di fede?

-Gesù li rassicura sul fatto che essi hanno la fede. In quali momenti e circostante ho maggiormente compreso di avere questo dono?

-“Esso vi ascolterebbe”. Quali cose impossibili vorrei chiedere al Signore?

  • Cosa accade nella parabola?

-C’è un servo e un padrone che descrivono gli atteggiamenti del servizio: “Cingiti le vesti ai fianchi e servimi, dopo mangerai e berrai anche tu”. Metto prima la volontà di Dio di ciò a cui mi portano le mi aspirazioni a volte confuse o disordinate?

– Siamo servi non necessari: riesco a vivere una sana “indifferenza” verso il mio ruolo in famiglia, al lavoro o nella comunità?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXVI TO Anno C (Lc 16,19-31)

 

 

Lc 16,19-31

Imparare a condividere

Il messaggio nel contesto

La parabola che Gesù racconta inizia con la presentazione di due personaggi antitetici (vv. 19-20). Da un lato il ricco, descritto nelle vesti di bisso e porpora, colori regali (cf. Gn 20,31) e nell’atteggiamento del banchetto quotidiano, che è segno di benedizione divina; dall’altro il povero Lazzaro, il cui nome significa “Dio aiuta”, disteso senza alcun potere presso il portone del ricco, nel posto del mendicante. Egli è in una situazione di impurità, dal momento che presenta piaghe aperte e sono i cani a venire a leccargliele.  Egli è affamato e non accede neanche a ciò che può cadere dalla tavola del ricco (v. 21). La descrizione del povero ha qualche somiglianza con quella di Giobbe (Gb 2,7) e questo richiamo contribuisce a mettere in dubbio l’interpretazione più superficiale, secondo cui il ricco gode la benedizione di Dio e il povero invece no. Anche Gesù infatti aveva detto “beati i poveri” (Lc 6,20). Non a caso al momento della morte la situazione si rovescia radicalmente: il povero è scortato dagli angeli nel seno di Abramo, luogo in cui sperimenta la benedizione divina (cf. Gn 15,5), mentre il ricco viene sepolto e si trova nell’Ade, tra i tormenti, rappresentazione vivida e colorita dell’inferno. Ora il ricco chiede ad Abramo l’aiuto di Lazzaro, perché possa avere almeno una goccia d’acqua, perché tormentato dal fuoco (cf. v. 24), ma la risposta di Abramo è perentoria  (v. 25) e ricorda la contrapposizione lucana tra beatitudini e guai: beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio (v.20) e guai a voi ricchi, perché avete già la vostra consolazione (v.24).  C’è una situazione ormai irreversibile che il ricco ha creato, dal momento che quella comunicazione con Lazzaro che egli ora vorrebbe non è mai stata stabilita durante la sua vita. A ben vedere il ricco permane ancor oggi nel suo egoismo: chi è Lazzaro per lui? Solo uno strumento che Abramo deve mandargli per lenire la sua sete o per avvertire i suoi parenti. Egli si preoccupa solo di sé o di quelli della sua casa.  L’inferno che il ricco vive è una realtà attuale che egli si è costruita, disinteressandosi di Lazzaro. Infatti questa mancanza di attenzione e amore impediscono alla benedizione di Abramo di agire nella vita del ricco, perché egli, pur essendo ancora “figlio” (v. 25) in realtà ha rotto questo legame, tagliando quello con il suo fratello Lazzaro.

A questo punto per bocca di Abramo vengono enunciate le condizioni sufficienti per entrare nel seno di Abramo: ascoltare la Scrittura, ossia la Legge e i Profeti (v.29). Essi sono la via per comprendere il disegno di Dio che culmina con la resurrezione dei morti (cf. Lc 24,45-48). Non c’è bisogno che qualcuno dai morti ritorni in vita per avvertire le persone: la Scrittura è una Parola esaustiva e definitiva, che apre il cuore alla conversione (v. 31).

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 16,19-31.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente e di alcuni passi paralleli: Gn 15,5; Gb 2,7; Lc 6,20.24; Lc 24,45-48.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 16,19-31 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto della parabola evangelica?

– Gesù sta parlando ancora ai farisei. L’interlocutore rivela la possibilità di una chiusura del cuore, nelle proprie ricchezze materiali e spirituali.

  • Chi sono i protagonisti della parabola?

– Il ricco, che ogni giorno banchetta vestito di porpora e di bisso e il povero che sta alla sua porta disteso, piagato e affamato. Quali contraddizioni e diseguaglianze nella nostra società o nelle situazioni che incontro quotidianamente?

  • Cosa accade nella parabola?

-Dopo la morte le situazioni si invertono. Quella che sembrava una benedizione era in realtà una maledizione, perché il ricco si è chiuso alla relazione col povero. Quali beni, materiali o immateriali, ho paura di perdere e mi portano ad essere chiuso al dono e all’aiuto degli altri?

-Abramo risponde: tra noi e voi è stabilito un grande abisso. Quali contesti e situazioni di incomunicabilità ci sono nella mia vita e nella società? Dove trovo muri di indifferenza, paura, disattenzione?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

La Scrittura, riassunta come legge e profeti, conduce alla resurrezione e alla vita. Essa fa tutt’uno con l’attenzione al povero e apre il cuore alla rivelazione di Dio.

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

L’amministratore disonesto è un buon modello?

 

La parabola che Gesù ci racconta oggi è davvero difficile da capire…a partire dal suo protagonista, un amministratore disonesto, che, vistosi a mal partito, si comporta in modo ancor più disonesto, nel diminuire i debiti verso il suo padrone, per guadagnarsi così dei futuri protettori.

E la cosa ancor più strana (si deve nascondere un’ironia molto profonda!) è che il padrone, invece di cacciare subito quell’amministratore, con rabbia e indignazione, come avremmo fatto noi, lo loda perché ha agito con scaltrezza!!

Non dobbiamo aver paura di farci delle domande serie a questo punto, perché le parabole di Gesù, e questa in particolare, sfidano il nostro senso comune e in questa sfida si nasconde ciò che esse rivelano. Altro che raccontini semplificati di vita quotidiana: ogni parabola di Gesù nasconde un mistero profondo, che riguarda Dio.

Qui Gesù ci viene in soccorso direttamente, lui che, dopo aver narrato la parabola, ne esplicita in qualche modo il significato con un’esortazione che di primo acchito ci spiazza: fatevi amici con la ricchezza disonesta, perché quando verrà a mancare essi vi accolgano nelle dimore eterne. Gesù  fa dell’amministratore disonesto addirittura un modello!

È stato scaltro perché sapeva che i debitori non avrebbero mai pagato il loro padrone e in tal modo ha ottenuto di incassare qualcosa? Si è comportato come lo stato italiano che fa i condoni delle tasse evase per avere almeno una percentuale?

Nonostante l’arguzia di questa interpretazione, siamo fuori strada…

Per capire dobbiamo partire dalle parole di Gesù: al centro della spiegazione che Gesù da c’è un’espressione importantissima, che è la chiave di tutta la parabola: fatevi degli amici!! La ricchezza materiale e i beni non servono ad altro che a creare relazioni, amicizie, condivisione, solidarietà. Vanno messi in circolo per far crescere i rapporti umani in modo tale da creare un circuito di amore che porta con sé la salvezza, le dimore eterne. Allora l’amministratore è un modello non perché disonesto, ma perché ha capito qual è il vero valore della ricchezza, e il padrone, con ironia, lo manifesta a noi lettori.

Facciamo due esempi per capire la profondità di quello che rivela Gesù con questa parabola:

1.Noi lavoriamo per lo stipendio? Certo ne abbiamo bisogno per la nostra famiglia. Ma oltre allo stipendio c’è il gusto del lavoro, che viene dalle relazioni umane di amicizia e di solidarietà che si creano e che fanno crescere la persona. Il lavoro è un diritto della persona umana, perché la fa crescere nelle relazioni, nell’umanità. Abbiamo perso oggi la consapevolezza che lavorare non è solo un dovere, ma un diritto della persona umana, soprattutto per i giovani!! Questo è il significato della parabola, e la nostra scaltrezza di cristiani dovrebbe insegnarci a vivere secondo quest’intuizione profonda.

  1. Quale è il fine nell’economia di uno stato? Quello di produrre sempre più beni? Il PIL, che cresce e diminuisce ogni giorno, a ben vedere è una cosa stupidissima, solo un’indicazione numerica, che dice ben poco. Il fine dell’economia è generare relazioni e amicizie che costruiscono la casa comune (oikos) e la rendono bella: la casa dell’ambiente che ci circonda, della società con la sua cultura, la sua storia, l’espressione artistica, la ricerca scientifica che guarisce le malattie ecc… c’è un’economia del dono e dell’amicizia che viene generata dallo scambio di beni e che costituisce il vero sviluppo di una società e mostra che l’uomo è davvero immagine di Dio.

Sì, perché Dio è raffigurato in questo padrone che loda quell’amministratore disonesto: questo Dio è una persona che non ha paura di perdere la sua ricchezza e di tagliare i suoi crediti, perché Lui è ricchezza infinita, essere, vita, amore senza confini, che sovrabbonda e trabocca continuamente. Quello che Lui vuole non è qualcosa da aggiungere a ciò che ha già ma avere qualcuno a cui fare dono di sé, cioè avere degli amici.

Lui è qui a mendicare la nostra amicizia: e ci ha condonato tutto, con la croce del Figlio Suo. Ha pagato lui fino all’ultimo centesimo dei nostri debiti, per donarci la sua amicizia.

Sta a noi vivere in questa logica sovrabbondante e libera o rimanere chiusi in un moralismo che è frutto soltanto delle nostre paure!

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXIII TO Anno C

 

 Lettura popolare XXIII TO Anno C

Lc 14,25-35

Imparare a seguire

Il messaggio nel contesto

 

Il testo che la liturgia ritaglia questa domenica si pone a conclusione del discorso di Gesù ai convitati in casa di uno dei capi dei farisei (cf. Lc 14,1). Il tema infatti del discorso di Gesù viene riassunto e ricapitolato, con un’affermazione incisiva di Gesù (vv. 26-27) seguita da due spiegazioni in parabole (vv. 28-30.31-33). Si tratta di comprendere bene cosa significa essere discepoli del messia Gesù, colui che ha invitato nel suo banchetto messianico poveri, storpi, zoppi e ciechi e si è umiliato fino alla morte di croce (cf. Lc 14,11.13). L’ambientazione cambia improvvisamente: non siamo più in casa di un capo fariseo ma all’esterno, in viaggio. Inoltre all’élite dei farisei si sostituisce una folla numerosa (v. 25). Con l’utilizzo di questo personaggio, la folla, si può facilmente immaginare che il narratore si rivolga a noi lettori, per attualizzare il discorso di Gesù e trarne alcune conseguenze necessarie per il discepolo di Gesù, di qualunque epoca e cultura.

Se il ministero di annuncio e guarigione esercitato da Gesù ha avuto un certo successo e attratto molta gente, egli non si lascia ingannare né lusingare da un simile seguito: chi andrà fino alla fine con lui non sono certo le folle! È di fronte al compiersi della sua missione nella morte di croce a Gerusalemme che Gesù opera un discernimento sui suoi discepoli. Non a caso nell’espressione «portare la propria croce» si coglie l’eco di una comunità cristiana che cammina sulle orme del proprio maestro, consapevole della radicalità di una scelta che può portare a scontri e distacchi anche nelle relazioni più intime (v.26).  A quel tempo non erano i maestri a scegliere i propri discepoli, ma viceversa erano i discepoli ad andare dai propri maestri, attratti dalla loro fama. E se occasionalmente ciò poteva causare problemi familiari, in ogni caso il discepolo sarebbe stato gratificato da un’ampia considerazione e stima in Israele. Al contrario qui è Gesù a scegliere i propri discepoli, chiedendo loro una sequela radicale, senza garanzie. L’espressione «odiare» il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita deve essere considerata in termini comparativi[1]: non si tratta di provare sentimenti negativi, ma di ordinare questi beni e queste relazioni in una gerarchia di importanza che li pone a servizio del Regno di Dio e della sequela di Gesù.

Noi siamo fatti per servire e adorare Dio nella nostra vita e tutto ciò che abbiamo è un dono che ci orienta a questo fine: la pretesa di Gesù è che il servizio e l’adorazione di Dio si concretizzano nello stare con Lui e seguirLo ogni giorno come suoi discepoli.

La serietà della vocazione cristiana è tutta qui! Gesù lo spiega poi con due parabole, una su un costruttore che vuole edificare una torre (vv. 28-30) e una su di un re che vuole far guerra ad un altro re (vv. 31-32). La prima si concentra sui mezzi necessari per portare a termine il lavoro, la seconda sulle forze in gioco nella battaglia che seguirà. Sembrerebbero orientate a scoraggiare la folla. In realtà intendono garantire la «libertà» nella scelta di essere discepoli e suonano come un avvertimento al lettore: seguire Gesù non è un proposito di anime belle e sdolcinate, ma richiede il coraggio della battaglia e l’intenzione quotidianamente rinnovata di perseverare fino alla fine. Gesù non chiede un’impossibile perfezione, ma la disponibilità a rinunciare a tutto per Lui e a mettere tutto, qualità, carismi, doni, ma anche fragilità e perfino peccati, nelle Sue mani. La vera vittoria del cristiano è una resa, un arrendersi al Suo amore, rinunciando ai propri successi (v. 33).  Il discorso di Gesù si conclude con due versetti sul sale (vv. 34-35) che non si trovano nel testo liturgico, ma che per completezza qui commentiamo: il sale esprime l’alleanza di Dio, eterna e affidabile (cf. 2 Cr 13,5; Lv 2,13). Rimanere nell’alleanza con Dio significa potenziare la propria libertà dalle cose, dalle persone e perfino dalla propria vita, per scegliere di essere Suoi discepoli.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 14,25-35
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente e di alcuni passi paralleli: Mt 10,37-38; Mc 10,17-31; 2 Cr 13,5;
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 14,25-35 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del testo evangelico?

-Gesù si trova in cammino con le folle numerose. Come considero la partecipazione numerica alla vita della mia parrocchia?

  • A chi si rivolge Gesù e cosa dice?

Gesù si rivolge alle folle:

-se uno viene a me e non mi ama più: dove si colloca per la mia vita questo «di più»?

-e perfino la propria vita: a quale livello pongo il mio cammino di fede? Quali «rinunce» faccio fatica a fare?

-siede prima a calcolare: la mia adesione a Gesù è consapevole e libera? O piuttosto formale, di convenienza e consuetudine? Cosa mi aspetto da Lui?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il cristiano è chiamato a «portare la propria croce» seguendo Gesù nel suo cammino, e affidando a Lui tutte le proprie speranza e preoccupazioni. Come vivo la mia croce, con risentimento, rassegnazioni, depressione? Oppure con la speranza e la forza che vengono da Lui?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

[1] Si veda la traduzione CEI 2008.

Il terremoto e la città di Dio

amatrice terremoto

Abbiamo davanti agli occhi le immagini di morte e distruzione del terremoto e ci chiediamo dov’è Dio in tutto questo. Si tratta di una punizione di Dio per tutto il male che gli uomini fanno o per l’incuria e l’incompetenza con cui costruiscono le case nelle zone sismiche? Ma se così fosse, perché colpire proprio quella popolazione e non altre? E poi perché incolpare Dio di responsabilità che appartengono prima di tutto agli uomini, all’incuria e all’incompetenza con cui si costruisce in zone sismiche, nonostante le possibilità tecniche e i vincoli di legge?

In realtà il dubbio di una punizione di Dio nasce da una percezione ancestrale della Sua presenza, come di un essere fascinoso e tremendo, capace di scatenare una forza sconosciuta e incontrollabile, che insieme attrae e suscita paura. È la visione del Popolo di Dio sul monte Sinai, dove la nube rivela e nasconde una presenza potente e paurosa, che riempie le orecchie con il suono della tromba e gli occhi con lampi prodigiosi. Non è tuttavia questa, secondo la lettera agli Ebrei, la visione di Dio che avremo al termine della rivelazione: non c’è una montagna rocciosa ma una città, la Gerusalemme celeste, non delle parole scolpite sulla pietra, ma la vita di uomini resi santi, non un popolo impaurito ma un’assemblea festosa.

Questa è la visione di Dio che avremo alla nostra resurrezione, quella di una città in festa, al cui centro vi è colui che è stato stabilito come mediatore della Nuova Alleanza, colui che l’Apocalisse definisce come agnello sgozzato e ritto in piedi. È il Cristo, il messia che è passato attraverso la morte di croce per vivere il dono della resurrezione e diventare così il primogenito tra molti fratelli, di un’umanità radicalmente rinnovata.

Dunque non si tratta più di un Dio che fa paura, perché è una realtà potente e indifferente alle sorti dell’uomo, ma di un Dio talmente vicino a noi da farsi come uno di noi, per ribaltare la logica del potere e della violenza in una logica di amore e di dono. Perché esistono i terremoti, dal punto di vista di Dio, non lo sappiamo, ma sappiamo molto di più, ossia che Dio va preparando qui nel nostro mondo una nuova città, che non potrà mai essere scossa da alcun terremoto, perché ha come fondamento l’amore e il dono.

Lo comprendiamo a partire dal Vangelo: Gesù viene osservato con attenzione dai farisei, che gli sono ostili perché colgono nella sua persona un’autorevolezza che può mettere in discussione il loro potere. In realtà è lui che li osserva, a partire da come si siedono a tavola, per mettere in rilievo le carenze di una costruzione sociale in cui carriera personale e obblighi convenzionali di casta condizionano la vita delle persone e impediscono un autentico progresso. Poi Gesù fa la sua proposta, ribaltando le prospettive umane: invitare poveri, storpi, ciechi e zoppi al pranzo, ossia coloro che secondo il profeta Isaia fanno parte del Regno messianico, proprio in quanto poveri e bisognosi di riscatto. Si tratta di una società radicalmente rinnovata dal potere di colui che si umilia nella croce e per questo verrà esaltato nella resurrezione. Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato: non è un comandamento morale, ma il principio di una logica più umana e più vera, quella di chi non pensa alle proprie posizioni, ma a coloro a cui egli può far dono di sé stesso: è la logica dell’amore e del dono.

Aspettiamo la piena manifestazione di questa nuova città, che sorge dalle rovine di un terremoto ben più grave e duraturo, quello della storia e che ha come cemento inscalfibile la logica dell’amore e del dono. Chi vi farà parte? Non chi costruisce male le case per arricchirsi, ma i poveretti che sono stati ingannati e forse vi hanno perso la vita. Non chi specula sui disastri altrui, ma chi si muove con compassione e solidarietà. Non chi manipola le emozioni della gente per avere più audience, ma chi soffre nel profondo del suo cuore, con pudore e dignità. Non chi scommette su un progresso fatto solo di numeri e soldi, ma chi ha a cuore l’uomo e la sua crescita morale e spirituale. Non chi gestisce il potere per mantenerlo, ma chi, anche se ne è privo, sa affidarsi alla provvidenza e mettere in campo le sue capacità.

“Figlio, quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”

Lettura popolare XXII TO Anno C (Lc 14,1.7-14)

 

 Lettura popolare XXII TO Anno C

Lc 14,1.7-14

La vera saggezza

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il primo versetto della lettura liturgica è un’introduzione tipicamente lucana ad una scena che sta per accadere con l’ingresso improvviso di un malato di idropisia (vv. 2-6) e che la liturgia ritaglia per concentrarsi sul discorso di Gesù nei vv. 7-14.

Gesù si trova in casa di uno dei capi dei farisei, quindi certamente una persona importante e influente. È sabato e Gesù si trova a pranzo. Luca si concentra nel descrivere lo sguardo dei presenti nei confronti di Gesù, uno sguardo indagatore che lascia trasparire una disposizione critica e ostile. D’altra parte Gesù aveva già sollevato il risentimento di questa potente setta giudaica, sempre in occasione di un pranzo (cf. Lc 11,37.53).

Gesù si rivolge prima agli invitati (vv. 7-11) e poi all’ospite (vv. 12-14). Lo fa con l’autorevolezza e la libertà di un padrone di casa, tanto che si può immaginare qui anche il contesto postpasquale del Signore risorto che insegna la logica della croce alla sua comunità radunata insieme per il pasto.

Gesù parte da un’osservazione che appartiene al buon costume nella partecipazione ai banchetti comunitari, ossia quella di non esporsi ai primi posti per evitare la vergogna di dover retrocedere. Tuttavia questa regola di buon senso viene rivestita da Gesù di un significato più profondo, di ordine spirituale, con la conclusione proverbiale del v. 11. Qui Gesù enuncia una massima che sintetizza tutta la storia della salvezza, tutta la rivelazione di JHWH nei riguardi del suo popolo e di tutti i popoli della storia: chi si eleva con orgoglio e alterigia prima o poi subirà l’umiliazione, come il re di Babilonia (cf. Ez 21,31) o come tutti coloro che confidano nella loro forza (cf. 1 Sam 2,4-8). Viceversa chi accoglie con umiltà la situazione in cui si trova, confidando nel Signore, come Giobbe (cf. Gb 22,29) è il vero saggio che conquista il vero onore e la vera ricchezza, che proviene solo da Dio (cf. Pr 29,23; Gc 4,10; 1 Pt 5,6). Questa regola della salvezza è compiuta da Gesù stesso, che non considerò un privilegio l’essere uguale a Dio, ma ha umiliato sé stesso rendendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce e per questo Dio lo ha esaltato (Fil 2,6-11).

Nella seconda parte della sua esortazione (vv. 12-14) Gesù si rivolge all’ospite e mostra quale dovrebbe essere l’atteggiamento più coerente rispetto al Regno di Dio, che si compirà definitivamente alla resurrezione dei giusti (v.14). Il principio cardine è quello del dono, già espresso da Gesù nel discorso della pianura, come imitazione della liberalità di Dio Padre (cf. 6,35ss.). Se si agisce in un certo modo per averne un contraccambio dai propri pari, si è ancora dentro ad una logica umana, che segue esclusivamente la consuetudine sociale. Se invece si agisce con gratuità verso coloro che non possono contraccambiare, come poveri, storpi, zoppi e ciechi, allora si entra nella logica del Regno di Dio. Queste categorie di persone (cf. 13,21) caratterizzano il Regno di Dio e sono i destinatari della promessa messianica che Gesù compie (cf. Is 35,5-6). Il banchetto che coinvolge questi poveri diviene dunque un anticipo del banchetto escatologico, che Dio prepara per tutti i salvati (cf. Is 26,6-10). Gesù dunque, se da un lato è osservato e messo sotto indagine dai farisei, è tuttavia lui, con il suo sguardo più profondo (cf. v. 7), ad accusarli, perché sono chiusi in loro stessi, nella loro ricerca della carriera e nelle loro convenzioni sociali.

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 14,1.7-14 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto narrativo del testo evangelico?

Gesù si trova a pranzo di sabato da uno dei capi dei farisei. Essi (i farisei) lo scrutano con attenzione. Ma è lo sguardo di Gesù a percepire più profondamente la realtà e i condizionamenti dell’ambiente in cui si trova. Il mio sguardo sugli ambienti umani che frequento è libero e profondo come quello di Gesù? O forse rimane intrappolato nei risentimenti e nei pregiudizi del sentire comune?

  • A chi si rivolge Gesù e cosa dice?

Gesù si rivolge prima agli invitati e poi all’ospite.

Agli invitati racconta la parabola degli invitati alle nozze e li ammonisce:

non sederti nel primo posto: quali ambizioni guidano le mie scelte?

con vergogna riprenderai ad occupare l’ultimo posto/avrai gloria davanti a tutti i convitati: quale vergogna o quale gloria hanno segnato diversi episodi della mia vita? Come il Signore mi sta conducendo dentro le sconfitte e le vittorie della mia vita? Come ho imparato a leggerle?

– Chi si innalza sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato: questi verbi alla voce passiva sottolineano l’azione misteriosa di Dio. Come Dio sta agendo nella mia vita e come collaboro alla sua azione?

All’ospite Gesù da un consiglio molto radicale:

invita poveri, storpi, zoppi e ciechi: verso quali persone mi oriento a condividere i miei doni? Con quale logica?  

 

-Quale rivelazione è contenuta qui?

Il Regno di Dio che Gesù rivela è caratterizzato da un ribaltamento radicale delle consuetudini e aspettative umane. Sono gli umili, i poveri e gli esclusi a partecipare del dono d’amore che proviene da Dio: è la logica della croce, di colui che è passato attraverso l’umiltà della morte di croce per essere esaltato da Dio.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXI TO Anno C

 

Lettura popolare XXI TO Anno C

 

Lc 13,22-30

Chi si salva

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il racconto inizia con un breve sommario in cui si descrive il viaggio di Gesù per città e villaggi, in direzione di Gerusalemme (v. 22). Qui si riprende ciò che era già stato affermato in 9,51, quando Luca ci ha mostrato l’intenzione di Gesù di recarsi a Gerusalemme per compiere lì il mistero di morte e resurrezione, sinteticamente definito da Luca come la sua «ascensione».  Viene però aggiunto un dettaglio importante: il suo insegnamento, che contraddistingue il ministero di Gesù, fin dal suo inizio (cf. Lc 4,15). Un tale solleva una domanda classica negli ambienti giudaici, ossia qual è il numero dei salvati, se sono pochi o molti. Le posizioni al tempo di Gesù potevano essere molto diverse e variare tra coloro che, come le sette esseniche, pensavano che potevano salvarsi solo coloro che appartenevano alla ristretta comunità, o coloro che mantenevano un’apertura possibile per tutte le genti e i popoli, attraverso Israele (v. 23). Gesù evita di entrare in questo dibattito teorico e preferisce rivolgersi direttamente alla coscienza dei suoi interlocutori, esortandoli ad entrare per la porta stretta (v. 24). L’appello alla conversione, che si concretizza in decisioni concrete e immediate è pressante. Gesù non chiarisce quanti sono gli eletti, ma manifesta piuttosto quanti potranno essere gli esclusi: molti. Vi è dunque un ribaltamento radicale di prospettiva rispetto alla domanda posta dall’anonimo interlocutore: non basta appartenere ad una comunità, sia essa Israele o un gruppo di fedeli più ristretto, per essere salvato. Anzi il rischio di credersi salvati, in una piccola cerchia di eletti, è fortissimo: bisogna allora «sforzarsi» per entrare per la porta stretta. In cosa consista questo impegno lo chiarisce Gesù con una parabola sul padrone di casa che, alzatosi, chiude la porta e coloro che rimangono fuori bussano invano e lo supplicano di aprire (vv. 24-26). L’accento di questa parabola è posto sulla comunione di mensa e di parola che gli esclusi hanno goduto insieme a Gesù e che paradossalmente non li salva anzi li condanna. Essi sono infatti «operatori d’iniquità», secondo la formulazione del Salmo (Sal 6,9, v. 27). La preoccupazione del Gesù di Luca è di natura morale: la grazia donata da Dio per l’appartenenza alla comunità è necessaria, ma essa può venire contraddetta e ostacolata da un comportamento contrario da parte dell’uomo. Dunque l’elezione di Israele è importante per la salvezza dell’uomo, perché essa passa attraverso la promessa fatta da Dio ad Abramo, Isacco e Giacobbe, ma non vi sono automatismi esclusivi, anzi tutti gli uomini, a qualunque popolo o cultura appartengano, vi sono chiamati. È quanto afferma Pietro nel suo discorso in casa del centurione Cornelio: «Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10,34). Il Gesù di Luca vede compiersi fin dal suo ministero questa promessa universale che si trova nei profeti di Israele, come ad esempio in Isaia (cf. Is 25,6-10). Non conta dunque il tempo della chiamata, se prima o dopo, ma la risposta dell’uomo: vi sono infatti alcuni che sono stati chiamati per primi che tuttavia saranno ultimi a causa della loro risposta; e vi sono alcuni chiamati per ultimi, ma che diverranno primi. Tutto è affidato al misterioso rapporto tra la grazia di Dio che salva, e la libertà dell’uomo che accoglie questa salvezza e le consente di operare nella sua vita.

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 13,22-30 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del testo evangelico?

Gesù passa per città e villaggi, in viaggio verso Gerusalemme, insegnando. Come immagino l’insegnamento di Gesù?

  • Cosa dice Gesù in risposta alla domanda dell’anonimo personaggio?

Sforzatevi di entrare per la porta stretta: nella vita spirituale o si va avanti o si torna indietro. Come ritengo che il Signore mi stia stimolando a progredire?

-molti cercheranno di entrare ma non vi riusciranno: c’è un tempo infatti per sforzarsi e c’è un tempo, quello definitivo, in cui non sarà più possibile. Come faccio fruttificare il tempo della mia vita?

Abbiamo mangiato, bevuto con te e hai insegnato nelle nostre piazze: cosa caratterizza il mio essere cristiano e la mia appartenenza a Lui?

Verranno da occidente e da oriente…: quali orizzonti ha aperto il Vangelo alla mia vita? Sono consapevole che il Vangelo, per essere vissuto, va donato?

 

Quale rivelazione è contenuta qui?

La salvezza è universale e rivolta a tutti, anche se passa attraverso una chiamata rivolta per elezione ad un popolo e ad una comunità. La salvezza di chi appartiene ai chiamati passa attraverso il loro rapporto con Cristo e la loro apertura al lavoro universale della grazia, fino ai confini del mondo.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.