Lettura popolare II Quaresima Anno A

 

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Mt 17,1-9

Gesù trasfigurato sul monte

Il messaggio nel contesto

 

Il racconto della trasfigurazione si trova dopo l’episodio in cui Pietro proclama Gesù come il Cristo, Figlio del Dio vivente (16,16) e Gesù inizia a mostrare ai discepoli la necessità della croce e della morte del messia perché egli entri nella resurrezione (16,21). Pietro e i discepoli non possono ancora comprendere (16,22-23), sono nel panico (cf. 17,6) e proprio per questo il Signore li invita ad entrare nel mistero della sua morte e resurrezione tramite l’evento straordinario della trasfigurazione sul monte alto (17,1).

Non appena avviene la trasfigurazione e l’incontro di Gesù con Mosè ed Elia i discepoli per bocca di Pietro, si rivolgono al loro Signore (v. 4) con la proposta di costruire tre capanne per Lui e per Mosè ed Elia. Comprendono che tutta la gloria di Dio rivelata nell’AT attraverso legge e profeti (Mosè ed Elia) ora coinvolge anche Gesù. Essi sono entrati in una nube luminosa, come quella che accompagnava il popolo dentro la tenda del santuario (cf. Es 40,34-38), la nube del mistero di Dio.

La voce del Padre, di fronte alla quale i discepoli cadono col volto a terra, pieni di paura (17,5-6) proclama Gesù come il figlio prediletto, nel quale egli si compiace (cf. Is 42,1; Sal 2,7), come già aveva fatto nella scena del Battesimo al fiume Giordano (cf. 3,17). Gesù, che aveva rifiutato sul monte alto la gloria del mondo che Satana gli prometteva (cf. 4, 8-10), ora accoglie una gloria che proviene dal Padre, come Figlio obbediente. Più di Mosè ed Elia egli è colui a cui il Padre ha donato ogni cosa (11,27), perché è il Figlio obbediente fino alla sofferenza che sperimenterà al Getsemani (26,37), sempre alla presenza di Pietro Giacomo e Giovanni.

Dopo essere stati invitati ad ascoltare Gesù dalla voce (v. 5) essi alzati gli occhi vedono Gesù solo (v. 8) che li tocca e li incoraggia ad alzarsi e a non avere paura (v.7).

Ascoltare Gesù e seguirlo nel suo cammino verso Gerusalemme è l’unico criterio che i discepoli hanno per comprendere il senso della visione e la gloria di Dio che è stato loro manifestata.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 17,1-9.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 17,1-9 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Siamo sul monte alto e i discepoli sono con Gesù. Egli ha appena terminato di annunciare loro la sua prossima passione. Sono affascinato dallo stare con Gesù sul monte?

  • Cosa fanno i personaggi

Gesù fu trasfigurato: l’improvvisa trasformazione di Gesù è segno di una improvvisa rivelazione. Come immagino questa trasformazione? Sono consapevole di vivere anch’io una trasformazione in Lui durante la mia vita?

Mosè ed Elia conversavano con lui: Gesù compie le Scritture, rappresentate da Mosè (Pentateuco) ed Elia (Profeti). Come leggo la Parola di Dio in rapporto a Gesù?

I discepoli furono presi da grande timore. Quali paure di fronte a Dio e alle sue sorprese?

  • Cosa dicono i personaggi?

Pietro dice: “Signore, è bello per noi stare qui, facciamo tre tende…”.Quando prendo iniziativa e organizzo…è più ansia di fare che gioia di contemplare…

La voce del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. Come Lo ascolto e Lo seguo?

Gesù invita i discepoli: “Alzatevi e non temete”. Mi sento incoraggiato da Gesù?

  • Quale rivelazione?

Gesù compie le Scritture come Figlio di Dio, amato dal Padre suo, nel mistero della sua morte e resurrezione.

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare I Quaresima Anno A

 

 

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Mt 4,1-11

Gesù tentato

Il messaggio nel contesto

 

Il diavolo prende spunto dalla fame di Gesù (v. 2) per tentarlo. Come Mosè che sta sul monte per 40 giorni e 40 notti, come Elia che cammina fino al monte Oreb per 40 giorni e 40 notti, come il popolo che cammina nel deserto per 40 anni, anche Gesù passa attraverso la prova del limite umano, del bisogno, della debolezza, per scoprire la propria dipendenza da Dio come uomo e come Figlio di Dio.

C’è un crescendo in queste tentazioni fino al definitivo smascheramento del tentatore, Satana.

Satana parte proprio dalla sua condizione di Figlio di Dio, per indurlo a usare un potere divino, capace di autonutrirlo, e così trasformare le pietre in pane. Gesù risponde con il testo di Dt 8,3: “non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Questo testo fa riferimento all’esperienza della manna nel deserto: qui il popolo di Israele ha paura di morire di fame e Dio lo nutre con un cibo quotidiano. Noi uomini per paura di morire tentiamo di darci la vita da soli, ma non comprendiamo di aver solo bisogno dell’amore di Dio, che riceviamo ogni giorno come dono, senza pretenderlo. Ce lo mostra il Figlio di Dio, colui che per definizione dipende dal Padre e vive con lui una profonda intimità d’amore.

Nella seconda tentazione Satana porta Gesù sul pinnacolo del tempio e gli dice di buttarsi giù, citando il Salmo 91,11-12. Gesù risponde con la frase di Dt 6,16: “non tenterai il Signore Dio tuo”, che si riferiva all’episodio di Massa, quando Dio aveva fatto scaturire l’acqua nel deserto. È l’esperienza di chi ha paura di essere solo e abbandonato e comincia a chiedere a Dio un segno, per costringerlo a rivelarsi.

Nella terza tentazione Gesù sul monte altissimo fa l’esperienza del potere che Dio dà al messia secondo i Salmi (cf. Sal 2.110). Ma egli lo deve “ricevere” come dono da Dio e non pretendere attraverso le sue forze o attraverso l’adorazione di un potere alternativo a Dio. Gesù infatti risponde con il testo di Dt 6,3 “temerai il Signore Dio tuo” dove Mosè contempla il dono della terra di Israele sul monte altissimo (Dt 34,1-4). La gloria del Regno di Dio e del potere può essere solo dono di Dio e non una conquista personale dell’uomo, magari attraverso una serie di compromessi.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 4,1-11.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 4,1-11 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Dopo il battesimo Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto. L’esperienza della prova è in permessa da Dio, perché Gesù si possa rivelare come il Figlio fedele. Il deserto è il luogo della relazione intima con Dio e della prova. Quali momenti e aspetti di prova sto vivendo? Come coltivo la mia relazione con Dio nel deserto?

  • Cosa fanno i personaggi

Il tentatore si avvicina a Gesù. L’esperienza della tentazione è profondamente umana e Gesù la attraversa. Mi sento accompagnato da lui in questa esperienza?

  • Cosa dicono i personaggi

-Il tentatore parte sempre dalla natura di Gesù: se sei figlio di Dio. Egli equivoca questa natura pensando che essa implichi una totale autonomia del Figlio e non una sua relazione con il Padre. Percepisco la bontà del Padre e mi affido a Lui?

-Gesù risponde utilizzando la parola della Scrittura: non si solo pane vive l’uomo ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio. Dove consiste per me la vita?

Non tenterai il Signore Dio tuo. Dove penso di mettere alla prova Dio?

– Prostrandoti mi adorerai. C’è qualcosa o qualcun altro oltre a Dio a cui io riservo la mia adorazione?

  • Quale rivelazione?

Gesù è il Figlio di Dio che attraversa l’esperienza della tentazione sempre sorretto dal Padre e dal dono dello Spirito Santo, che rende la sua volontà umana in grado di affrontare e resistere agli assalti sottili del male.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.lettura-popolare-i-quaresima-anno-a

Lettura popolare VIII TO Anno A (Mt 6,25-34)

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Mt 6,25-34

La provvidenza

Il messaggio nel contesto

 

Questo passo del discorso della montagna non è un invito a non lavorare, ma è una forte accusa nei confronti dell’ansia di chi si preoccupa di ogni cosa, tutto preso dal controllo dei dettagli della propria esistenza. Il paragone con gli uccelli del cielo e con i gigli del campo, che non lavorano, è efficace perché offre una testimonianza dell’interesse di Dio, come Padre, nei confronti di tutta la creazione (v. 26.28). Se è Padre nei confronti degli uccelli e dei gigli, lo è a maggior ragione nei confronti degli uomini, anche di quelli che fanno fatica a trovare il lavoro, ad arare, seminare o filare.

Dunque l’uomo deve sforzarsi non verso i dettagli dell’esistenza, che lo disperdono in mille rivoli, ma verso il Regno di Dio e la sua giustizia. Il Padre, che sa ciò di cui abbiamo bisogno prima che glielo chiediamo (6,8), ci chiede di agire concretamente secondo la sua giustizia, che in definitiva è il suo disegno d’amore nei nostri confronti (5,20.38-48).

Proprio dentro a tale ricerca quotidiana della volontà di Dio e del suo amore, emerge il di più aggiunto da Dio. Se l’uomo non può aggiungere neanche poco tempo alla sua vita, Dio invece può aggiungere ogni bene alla vita e all’amore dell’uomo (v. 30.33).

Al cuore di questo passo evangelico si trova l’interrogazione rivolta ai discepoli, che termina con un appellativo forte. “Non farà assai più per voi, gente di poca fede?” (v. 30).

Questa esortazione deve dunque essere riletta da tutti i cristiani, e non solo da chi ha fatto voto di povertà, come un richiamo pressante alla fede, che fa poggiare le nostre sicurezze non sui beni che assicurano il domani (cfr. v. 34) ma sulla roccia del Padre, tramite un agire conforme alla sua giustizia (v. 34 cf. 7,24). Così i discepoli di Gesù possono gustare il loro oggi, senza lasciarsi rovinare dall’ansia per il domani (v. 34). In una società dominata dall’ansia per la crisi economica e dalla pressante preoccupazione per il futuro e per le guerre, il cristiano sa essere saldo e forte, grazie ad una speranza che non scaturisce dai beni o da una solidità esteriore, ma da un centro interiore che sempre lo alimenta.

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 6,25-34.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 6,25-34 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

– Gesù parla dal monte ai discepoli e si rivolge con il “voi”, ai discepoli stessi, per indicare le esigenze della sua Legge.

 

Qualche domanda

non preoccupatevi: l’ansia fa parte della nostra vita, ma il Signore ci accompagna e protegge. Come sperimento la sua provvidenza?

-il Padre vostro celeste li nutre: come e di che cosa il Signore mi nutre? Mi lascio nutrire da lui?

-non farà di più per voi, gente di poca fede? dove colloco il di più di Dio per me?

Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in sovrabbondanza. Cosa ricerco ogni giorno?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare VII TO Anno A (Mt 5,38-48)

 

 

Mt 5,38-48

Gesù Maestro

Il messaggio nel contesto

 

La Legge che Gesù qui richiama: “occhio per occhio e dente per dente” (Lv 24, 20) è nota fin dall’antichità come norma del taglione. Essa non è affatto guidata da un’intenzione violenta, ma dalla necessità di porre un argine alla violenza umana tramite un principio di retribuzione. Nella Bibbia la troviamo enunciata per la prima volta dopo il diluvio (Gn 9,6), come dispositivo dell’Alleanza di Dio con Noè, in antitesi alla spirale di vendette che caratterizzava la generazione antediluviana (cf. Gn 4,23-24). Gesù Maestro va alla radice della Legge e ne compie l’intenzione nonviolenta. Le immagini concrete che vengono da Lui proposte (porgere l’altra guancia, lasciare il mantello a chi vuole  sequestrare la tunica, fare due miglia con chi ti costringe ad accompagnarlo per uno) non vanno comprese alla lettera, ma come una provocazione a spezzare con fantasia il circolo inevitabile di azioni e opposizioni che la Legge stessa concede per canalizzare la violenza umana.  Si tratta infatti di “non fare opposizione al malvagio” (v. 39), usando le sue stesse armi, ma di aggirarne le difese, stimolando stupore e riflessione.  Solo così si può entrare nel cuore della persona, aiutandola a comprendere la propria violenza e il proprio egoismo e favorendo una liberazione dalla forza e dalle macchinazioni del male.

In fondo si tratta di sconfiggere non il malvagio ma “il male” e questo non lo si può fare combattendolo direttamente. Troppo alto è il rischio che l’orgoglio e la presunzione ci portino a fare anche noi del male. Bisogna invece, come insegna la tradizione ebraica e Gesù stesso, costruire una siepe intorno ai comandamenti, prevenendo e aggirando quelle situazioni in cui possono esplodere risentimento e rabbia, e sapendo porre alcuni gesti in grado di trasformare i sentimenti cattivi. Non c’è alcuna situazione che non presenti almeno una possibilità di trasformazione e cambiamento, da favorire con fantasia, libertà e grande pazienza e attenzione umana.

Dietro a queste parola di Gesù nel Vangelo di Matteo si intravede il volto di una comunità perseguitata e sottoposta a diverse prove, capace di trovare nella mitezza del suo Maestro (cf. 5,5; 26,67) il modello per sconfiggere la violenza alla sua radice, partecipando della sua croce e resurrezione. Egli è il Figlio che rinuncia a farsi giustizia da sé, perché sa che solo la potenza dell’amore è in grado di cambiare la storia secondo il disegno del Padre. Egli infatti intende compiere le Scritture facendo la volontà del Padre (cf. 26,53-54). Si tratta allora di amare anche i propri nemici, in modo sovrabbondante (v. 47), capace di andare oltre i confini di Israele, popolo eletto, o della comunità cristiana, esattamente come fa il Padre, che ama giusti e ingiusti in modo gratuito. Ogni cristiano è chiamato a diventare figlio, sul modello di Gesù, facendo del Padre la roccia su cui poggiare tutta la propria esistenza (cf. 7,26-27).

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 5,38-48.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 5,38-48 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

– Gesù parla dal monte ai discepoli e si rivolge con il “voi”, ai discepoli stessi, per indicare le esigenze della sua Legge.

 

Qualche domanda

– Non opporvi al malvagio: quali occasioni e circostanze mi portano spesso ad una contrapposizione frontale da cui esco interiormente sconfitto?

Pregate per quelli che vi perseguitano: so attingere alle risorse della preghiera, per vincere i risentimenti?

a chi ti chiede: ci sono situazioni in cui la paura mi porta ad avere atteggiamenti di difesa rispetto a possibili richieste?

– siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro: vivo una prospettiva di gratuità dell’impegno, nel lavoro, nella famiglia?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare VI TO Anno A

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Mt 5,17-37

Gesù Maestro

Il messaggio nel contesto

 

Il Cristo maestro è in grado di dare pieno compimento a tutta la Legge, fin nei minimi precetti (17. 19), che rimarranno validi finché durano il cielo e la terra. La modalità con cui egli lo realizza non è però quella degli scribi e dei farisei, ma comporta una sovrabbondanza di significato nell’interpretazione della Legge stessa (v. 20).

 

Come si concretizza tale sovrabbondanza? Lo possiamo osservare nella serie delle quattro antitesi seguenti, introdotte dalla frase: “Avete inteso che fu detto…ma io vi dico”. Vengono citati  precetti della Legge come: “non uccidere” (v.13 cf. Es 20,13); “non commettere adulterio” (v.27 cf. Es 20,14); “chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio” (v. 31; cf. Dt 24,1ss);  “non giurare il falso” (v. 33; cf. Lv 19,12). Ognuno di essi viene radicalizzato in modo tale da conservarne la motivazione originaria e impedirne applicazioni moralistiche e formali. Non c’è infatti solo l’uccisione fisica, ma anche quella realizzata con le parole (v. 22); l’adulterio proviene dall’intimo dell’uomo e può essere evitato solo se si custodisce il cuore (vv. 28-30); il giuramento implica una mancanza di fede nei confronti di Dio, cui tutto appartiene (vv. 33-37). Si tratta di comprendere come l’essenza della Legge non è raggiungere una perfezione morale, ma preservare e coltivare un’interiorità capace di amare Dio e i fratelli. In fondo per il Maestro Gesù la Legge è una risposta d’amore riverente nei confronti di Dio e insieme anche una radicale scelta di uscire da sé stessi, vincendo le pulsioni egoistiche e vendicative e aprendosi con tenerezza al prossimo.

 

Tale interpretazione radicale e sovrabbondante della Legge nasce dall’immagine che Cristo Maestro ci offre di Dio, un Padre misericordioso nei confronti dei buoni e dei cattivi (cfr. vv. 45-46), la cui giustizia appare ispirata ad estrema gratuità nei confronti degli uomini (cf. v. 47).  Ad un Dio così non è possibile offrire un dono, senza prima essersi riconciliati con il proprio fratello (vv. 23-24), perché ogni dono fatto a Dio è simbolo di un cuore aperto, vivo e riconoscente. Solo un cuore riconciliato può aprirsi alla gratitudine e alla tenerezza nella preghiera e nel culto.  Inoltre non serve a nulla realizzare una propria vendetta (v. 38), perché tutto appartiene a Dio e noi non abbiamo il potere di cambiare nulla – neanche il colore di un capello (v. 36) – per costringere Dio a fare ciò che noi abbiamo giurato (v. 33). Giurare infatti equivale a sostituire a Dio le nostre parole, equivale a ripudiare Dio e tale atto non è molto distante dal consegnare il libretto di ripudio alla propria sposa (v. 31), esponendo sé stessi e il prossimo all’adulterio.

 

In generale amare Dio e amare il prossimo sono talmente legati tra loro da costituire un unico comandamento, capace di riassumere tutta la legge. Non a caso il compimento della legge (v. 17) viene sintetizzato da Gesù con la regola aurea: “Tutto quanto volete che vi facciano gli uomini, anche voi fatelo loro: questa è la legge e i profeti” (cf. 7,12). Gesù non ha solo insegnato questo comandamento, ma lo ha mostrato in atto sulla croce, pieno compimento dell’amore di Dio e dell’uomo.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 5,17-37.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 5,17-37 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

– Gesù parla dal monte ai discepoli e si rivolge con il “voi”, ai discepoli stessi, per indicare le esigenze della sua Legge.

 

Qualche domanda ulteriore.

Se la vostra giustizia non sarà sovrabbondante: in quali contesti mi è chiesto di superare una visione troppo umana di giustizia?

Riconciliati con il tuo fratello: mi dispongo interiormente a ricucire le ferite che ho vissuto nelle relazioni con altri?

Chi guarda una donna per desiderarla: come custodisco il mio cuore e i suoi desideri da ciò che mi fa deviare?

Il di più viene dal maligno: un linguaggio semplice scaturisce da un cuore puro, che rinuncia alla manipolazione o al controllo.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare V To Anno A

 

lettura-popolare-v-to-anno-a

 

Mt 5,13-16

Voi siete il sale della terra e la luce del mondo

Il messaggio nel contesto

 

Qui Gesù si rivolge con enfasi a “voi” (v. 13), indicando gli stessi discepoli perseguitati e oltraggiati  a causa sua (v. 11). Proprio loro sono il “sale della terra”, perché il sale è ciò che da sapore, condimento a tutto il cibo e veniva usato anche per conservare gli alimenti. Qui al posto del cibo è indicata metaforicamente “la terra”, per significare la destinazione universale della missione dei discepoli (cfr. Mt 28,18-19). Essi quindi sono ciò che da sapore, rende buona e nello stesso tempo conserva tutta la terra: essi non vivono per loro stessi, ma sono un dono per tutto il mondo. Se perde il sapore (cosa molto difficile per il sale, ma in qualche caso possibile, a causa dell’effetto dell’umidità e della presenza di misture di sali diversi), non può essere però più utilizzato. Il peso di questo detto di Gesù cade dunque sull’avvertimento: il discepolo che dà sapore al mondo deve guardarsi dal non perdere il proprio sapore.

I discepoli sono dunque sono anche luce del mondo, come una città visibile, perché posta in cima al monte (v. 14).  La metafora si amplifica con l’immagine del lampadario. Bisogna pensare ad una casa palestinese, dove c’era un ambiente unico, e dunque bastava solo un lampadario per tutta la casa. La luce che Cristo ha portato in mezzo al popolo che camminava nelle tenebre (cfr. Mt 4,16) ora deve essere portata dai discepoli in tutto il mondo. Altrimenti sarebbe come mettere il lampadario sotto il moggio.

Come questa luce potrà diffondersi nel mondo?  Attraverso le buone opere (v. 16), che indicano non solo il rispetto dei comandamenti, ma ancor più un comportamento caratterizzata dalla gratuità del Padre, che ama senza contraccambio tutti gli uomini (cfr. Mt 5,46-48). È chiaro che qui Gesù non indica semplicemente una serie di azioni, ma tutta la vita dei discepoli, la vita del popolo di Dio che cammina nella storia e diffonde la luce della sua testimonianza.   Dunque le azioni buone non hanno per fine semplicemente quello di raggiungere una finalità specifica, diversa a seconda del tipo di azione, ma soprattutto quello di trasmettere una testimonianza, perché l’amore si vive più nelle opere che nelle parole.  Inoltre tali azioni non semplicemente una responsabilità personale, ma hanno una funzione “ecclesiale”, come segno della presenza di Gesù nella comunità che vive dentro alla storia.

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 5,13-16.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 5,13-16 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

-Gesù parla dal monte ai discepoli e si rivolge con il “voi”, ai discepoli stessi, perseguitati per il suo nome. Quando vivo una difficoltà o sofferenza da cristiano, sono consapevole che il Signore si rivolge a me direttamente con la sua parola e mi sostiene?

 

Qualche domanda ulteriore.

Voi siete il sale della terra: quali tentazioni da cui guardarmi, per evitare il rischio di perdere il sapore?

Voi siete la luce del mondo: quale testimonianza concreta e attiva il Signore mi chiama oggi a compiere?

La città sopra un monte: sono consapevole del carattere “ecclesiale” e “comunitario” della mia testimonianza cristiana, al lavoro, in famiglia, con gli amici ecc.?

– La lampada illumina tutti quelli che sono nella casa: avverto la dimensione universale della mia chiamata ad essere annunciatore del Vangelo e testimone di Gesù?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Corso sinottici (parte ermeneutica)

 

 

1.  LA QUESTIONE ERMENEUTICA E TEOLOGICA DEI SINOTTICI

1.1 DALLA CONCORDIA DISCORS AGOSTINIANA ALLA MODERNITÀ

Nel “de consensu evangelistarum” Agostino compie un tentativo di risposta alle obiezioni degli avversari pagani, che criticavano i vangeli sottolineando in particolare le contraddizioni tra di essi. Egli non si sottrae al riconoscimento della diversità tra i quattro vangeli, anzi la sottolinea particolarmente, fino a portarla alle estreme conseguenze. Proprio all’inizio del suo libro (I, 6)[1] egli sottolinea la diversità tra Luca e Matteo sintetizzandola nel diverso approccio “figurale”, che essi hanno utilizzato. Infatti Matteo ha descritto Gesù come un re, invece Luca come un sacerdote, mediatore tra Dio e l’uomo. Eppure proprio questa diversità, secondo Agostino, sta dentro una superiore armonia tra i due Vangeli: sia dal punto di vista regale che da quello sacerdotale, essi hanno descritto Cristo anzitutto come uomo.  A prescindere dal contenuto della sintesi agostiniana che concentra in modo oggi non più accettabile dal punto di vista esegetico la figura regale esclusivamente in Matteo e quella sacerdotale esclusivamente in Luca, il principio ermeneutico da lui utilizzato sembra ancora valido.

Egli lo utilizza anche nel descrivere la passione, morte e resurrezione di Cristo. Non ha paura di sottolineare che qualcuno ha tralasciato cose che altri hanno detto, perché da queste scelte “redazionali”- come ci esprimeremmo noi oggi – emerge l’unica verità.[2] Infatti dietro alla differenti scelte narrative soggiace il concorde intento di comunicare l’unico evento di passione, morte e resurrezione del Signore.

Si evidenzia qui un principio fondamentale dell’ermeneutica dei vangeli sinottici, che si può riassumere con il motto del poeta latino Orazio, che riprende un antico principio filosofico greco: “quid velit et possit rerum concordia discors”.(trad.“Quale sia la volontà e il potere della concordia discorde in tutte le cose.” [3]

La realtà si mostra attraverso una tensione sempre rinnovata tra polarità contrarie, che nella loro relazione vengono trascese verso un’armonia unitaria. Questo principio filosofico viene applicato da Agostino all’ermeneutica dei vangeli[4] per affermare che le tensioni che si manifestano tra un vangelo e l’altro costituiscono lo spunto per approfondire un’armonia di significato più radicale e profonda. Quindi, per Agostino, non bisogna temere le contraddizioni tra i testi, al contrario è importante sottolinearle, perché esse sono segni di quella particolare ottica teologica con cui ogni evangelista guarda allo stesso mistero di Cristo. L’accesso diversificato al mistero di Cristo non ne pregiudica l’unità e armonia ma la rafforza, mostrandone al contempo la ricchezza e complessità.[5]

 

Lo stesso Agostino non si mostra poi sempre al livello del principio ermeneutico di fondo che soggiace alla sua riflessione. In alcuni passaggi dello stesso trattato non evita del tutto il pericolo di un concordismo superficiale, come, ad esempio, quando pretende di armonizzare due diverse tradizioni sulle parole del Battista, sostenendo che egli aveva dovuto pronunciarle entrambe, una prima e un poi.[6] D’altra parte non aveva in mano gli strumenti per identificare una fonte tradizionale soggiacente ai Vangeli.

In ogni caso, enunciando questo principio ermeneutico fondamentale, Agostino combatte con successo contro due tentazioni sempre presenti nella Chiesa, entrambe riconducibili ad un razionalismo di fondo. La tentazione di modificare i vangeli togliendo tutto ciò che è discorde e armonizzando artificialmente tutto ciò che si può mettere insieme con un certo grado di coerenza e la tentazione di fare una scelta di parte togliendo tutto ciò che è meno affine ad una certa sensibilità. La prima tentazione è rappresentata dal Diatessaron di Taziano (160 – 175 d.C. ca.), ossia un unico racconto armonizzato dei quattro vangeli, che è stato letto nella liturgia della Chiesa di lingua siriaca per secoli. La seconda tentazione è rappresentata dall’eresia di Marcione (100 – 160 ca), che contrappone AT e NT a favore di quest’ultimo, cercando di purificare l’immagine di Dio da ogni apparenza violenta. In questo modo arriva anche a tagliare gran parte della letteratura neotestamentaria, “salvando” solo Luca e dieci lettere di San Paolo.

 

Il problema ermeneutico ed esegetico affrontato da Agostino si ripresenta nella modernità quando gli autori illuministi contestano la veridicità storica dei Vangeli anche sulla base delle discordanze tra i racconti. Inoltre si è incominciato a porre delle domande sulla dipendenza letteraria dei testi tra loro, sulle loro fonti (es. fonte Q) e sulla data della loro composizione, offrendo soluzioni diverse, ma tutte spinte dal comune tentativo di “spiegare” i vangeli a partire dalla descrizione accurata della loro genesi storico – letteraria. Il grande merito di questi tentativi è stato di aver ampiamente aperto lo studio dei Vangeli all’importanza e alla complessità della storia. Essi, come prodotti letterari di una certa epoca storico-culturale, vanno letti alla luce dei loro condizionamenti culturali e religiosi e ricostruendo le fonti, orali o letterarie, a cui hanno attinto.

Come vedremo meglio in seguito la ricerca sull’origine storico –letteraria dei Vangeli si è caratterizzata per un susseguirsi di teorie, alcune più generalmente accettate (teoria delle due fonti) rispetto ad altre, ma tutte fondate su una base altamente congetturale, ipotetica. Oggi siamo più consapevoli che non si può “risolvere” il problema ermeneutico ed esegetico dei sinottici ricorrendo esclusivamente alla critica storica e ad una ricostruzione esatta delle reciproche dipendenze letterarie e nemmeno ricorrendo semplicemente al contesto storico – culturale del I secolo d.C e ai suoi generi letterari.

In tempi più recenti la “critica della redazione”, concedendo una maggiore importanza all’autore del vangeli, colui che materialmente ha cucito insieme le fonti e ha conferito la sua impronta teologica alla narrazione, ha potuto riequilibrare l’analisi esegetica attorno al principio ermeneutico tradizionale. Ricostruire la storia di un testo e le dipendenze letterarie è solo il primo passo per l’interpretazione, che deve poi analizzare il diverso utilizzo che gli evangelisti fanno delle stesse fonti e i loro interventi redazionali, per chiarire la loro particolare ottica letteraria e teologica. Tutte queste considerazioni saranno ampiamente riprese nel momento in cui si affronterà più nel dettaglio la storia dei metodi esegetici. Per ora basti sottolineare che il problema ermeneutico e teologico sollevato dai sinottici è tuttora attualissimo, reso ancor più urgente dalla coscienza letteraria e storica contemporanea e dalle sue domande.

 

1. 2 I VANGELI ESIGONO UN LETTORE “AUTENTICO”. LA PROPOSTA DI BERNARD LONERGAN.

L’esegesi, essendo un’attività di interpretazione della coscienza umana, nasce dalle domande che ciascuno si pone davanti al testo. Si tratta di domande che riguardano il testo, ma anche di domande che riguardano il soggetto stesso davanti al testo. Egli infatti è sempre implicato nel testo che legge, con la sua vita. Tuttavia non tutte le domande sono allo stesso livello, alcune riguardano il testo stesso, il suo funzionamento interno, grammaticale o narrativo, altre riguardano la veridicità storica rappresentata dal testo. Alcune domande possono essere più promettenti per l’interpretazione altre meno, a seconda dei testi che il lettore si trova davanti. È necessario sviluppare una specie di fiuto, nel nostro caso di fiuto biblico, per porre al testo le domande che il testo stesso contribuisce a sviluppare, mettendosi nella sua mentalità e prospettiva. Per questo occorre spesso liberarsi da una serie di sovrastrutture culturali e ideologiche da cui siamo condizionati, consciamente o meno, e questo costa tanta fatica e una serie di “conversioni”.

Secondo il filosofo e teologo gesuita Bernard Lonergan[7] ci sono nell’uomo tre conversioni necessarie per un’ interpretazione corretta del reale e di conseguenza anche delle produzioni letterarie come i Vangeli.  Anzitutto una conversione intellettuale, per mezzo della quale la persona si pone delle domande sui dati del reale, sul loro significato, sulla veridicità o meno di questo significato e sulle azioni da intraprendere conseguentemente. Queste domande sui dati, sull’intelligenza di tali dati, sul giudizio di veridicità e su come agire di conseguenza sono tutto ciò che costituisce l’autenticità intellettuale, mossa da una fondamentale curiosità di conoscere, un’apertura trascendentale del soggetto alla verità e alla realtà. Quando la coscienza non chiude tale processo conoscitivo, ma rimane aperta alla costante verifica della realtà tramite le domande, c’è conversione intellettuale. Quando invece la coscienza, preoccupata da fattori esterni, di natura pregiudiziale, si chiude all’interrogazione abbiamo un atteggiamento inautentico.

Dalla domande sull’agire conseguente ci si sposta al livello esistenziale dei significati, nel quale la coscienza opera in termini morali. Infatti si può essere “intellettualmente convertiti”, e riconoscere la verità aperta dalla serie di domande, ma non essere disposti ad agire di conseguenza. Questo finisce per retroagire sulla conversione intellettuale stessa, bloccando tutte quelle intellezioni che conducono la coscienza molto vicino ad operare determinate scelte e minando di fatto la stessa autenticità intellettuale. Si richiede allora una conversione morale che sblocchi domande che potrebbero risultare “pericolose” per certe conclusioni pregiudiziali e di comodo e apra la coscienza alla totalità del bene che si congiunge alla totalità del vero. È difficile non vedere in una certa esegesi liberale del XIX sec. col razionalismo che l’accompagnava, una reazione violenta alla tradizione ecclesiastica e nella reazione della Chiesa contro l’esegesi modernista una difficoltà ad aprirsi alle domande sulla genesi storico–letteraria dei Vangeli. Ci vorrà almeno un secolo per superare questa contrapposizione, basata da un lato sul pregiudizio morale nei confronti della Chiesa e della rivelazione, e dall’altro sulla paura nei confronti di certe domande “pericolose”. Solo col tempo ci si è aperti alle domande senza paura, e in piena fiducia di poter trovare risposte all’altezza della cultura moderna per far così sviluppare in modo potente la ricerca esegetica e teologica.

Infine si può notare come i condizionamenti morali del soggetto siano posti ad un livello talmente profondo che risulta impossibile liberarsene con le sue sole forze. In particolare quando la coscienza umana si trova davanti al testo sacro si scatenano forze interne che possono provocare ribellione, rifiuto, distacco e insieme una fatica notevole a guadagnare una certa oggettività. In fin dei conti solo una conversione religiosa, ossia una percezione immediata e gratuita del dono d’amore di Dio, rivelato in Gesù Cristo, rende possibile lo vittoria contro queste forze interne e la comprensione del dinamismo profondo della parola di Dio nelle parole umane dei Vangeli. La conversione religiosa si pone dunque al termine della catena di conversioni intellettuale e morale ma né è al contempo anche il presupposto, perché proprio da essa la serie di routine virtuose di domande e risposte fluisce con piena apertura verso il vero e il bene.

È chiaro allora che per porre le domande giuste ai vangeli e per aprirsi a possibili risposte con piena autenticità sono necessarie tutte e tre le conversioni. Questo ci pone una serie di ulteriori problemi. Se è necessaria una conversione religiosa, allora un’esegesi autentica è possibile solo per un credente? Questo non si può affermare in senso assoluto, dal momento che la stessa definizione di “credente” non può che essere dinamica. Ma certamente si può dire che l’esegesi autentica del testo biblico, e di quello evangelico in particolare, richiede uomini in ricerca, in cui il non credente dialoghi onestamente col credente che è in loro, capaci di aprirsi senza preclusioni a quella tradizione spirituale ed ecclesiale che costituisce il contesto ermeneutico specifico dei vangeli.

 

 

 

 

1. 3 CHE COS’È UN TESTO E IL TESTO BIBLICO IN PARTICOLARE. LA “TRIPLICE MIMESI” IN “TEMPO E RACCONTO” DI PAUL RICOEUR.

Questo paragrafo risponde ad un tentativo di impostare l’ermeneutica biblica alla luce della proposta filosofica di Paul Ricoeur, avanzata particolarmente in “Tempo e Racconto”[8]. Questa proposta sembra essere particolarmente adatta per inquadrare complessivamente l’ermeneutica dei Vangeli come racconti che, attraverso le strutture “storiche” dell’opera, intendono comunicare il mondo vitale che li ha generati, ossia la fede nel messia Gesù. Il testo biblico, come ogni testo, è costituito da tre elementi fondamentali, denominati “mimesi” da Ricoeur, nel senso di procedimenti imitativi del reale.

 1.3.1 LA PREFIGURAZIONE.

Il lettore può approcciarsi al testo, perché condivide con il testo stesso e con il suo autore alcuni livelli profondi di significato, che possono essere descritti nei termini della semantica, del simbolismo e  della temporalità.

Semantica: ogni racconto presuppone da parte del narratore e del suo uditorio una familiarità con termini quali agente, fine, mezzo, circostanza, aiuto, ostilità, cooperazione, conflitto, successo, scacco… Per esempio in Lc 18, 35 – 43, il racconto del cieco di Gerico, l’agente è il cieco stesso e il fine è la sua guarigione, il mezzo è la parola di Gesù e la circostanza è il passaggio di Gesù. L’ostilità è costituita dal tentativo della folla di farlo tacere, ma quella stessa folla diventa cooperatrice non appena Gesù si ferma e ordina che il cieco gli venga portato.  Il successo non è costituito solamente dalla guarigione del cieco, ma molto più dalla sua sequela di Gesù.

Poi il racconto aggiunge gli aspetti discorsivi che lo distinguono da una semplice successione di frasi di azione.  Sono aspetti sintattici che introducono l’ ordine diacronico di ogni storia raccontata, plasmati attraverso regole di composizione.  Nel nostro caso, ad esempio, il narratore mette al principio le circostanze, mostrando con i verbi all’imperfetto due azioni continuate e contemporanee, ossia il cammino di Gesù verso Gerico e l’attività di accattonaggio del cieco lungo la strada per la quale, s’intende, sarebbe passato Gesù. L’incontro tra il cieco e Gesù non avviene però subito, ma è ritardato da un dialogo con la folla, che prima annuncia al cieco il passaggio di Gesù e poi lo rimprovera per farlo tacere. Solo la parola di Gesù permette al cieco di trasformare l’ostacolo della folla in un mezzo per arrivare velocemente da Gesù. La stessa parola di Gesù, nel dialogo finale con il cieco, non solo gli ridona la vista, ma trasforma definitivamente l’ex – cieco in un discepolo che glorifica il Signore. Al termine la stessa folla, che era testimone, da lode a Dio.

 

Simbolica: se l’azione può essere raccontata vuol dire che è articolata in segni, regole e norme, ossia essa è da sempre mediata simbolicamente. Il simbolismo è incorporato nell’azione e decifrabile dall’azione. Ad esempio è molto chiaro che nel Vangelo di Giovanni la crocefissione è pensata come un innalzamento, e siccome Gesù è presentato come re, l’azione di crocifissione è simbolicamente una vera e propria intronizzazione del re (Gv 19, 17 – 21). Ogni azione, anche banale, non si può comprendere, se non in un contesto simbolico di descrizione. Gettare delle monete nel tesoro del tempio implica un certo rapporto con Dio, mediato attraverso un luogo sacro (cfr. Mc 12, 41 – 44) . Se poi si tratta del tempio di Gerusalemme, dove nel santo dei santi c’è la kappòret, o espiatorio, dove  entra il sommo sacerdote nel giorno jom kippur per fare l’espiazione dei peccati del popolo, allora quel gesto di gettare una moneta, assume un valore simbolico molto più forte che non una semplice donazione. In questo contesto la monetina gettata dalla vedova, che ha dato tutto quanto aveva, in contrasto con le molte monete che costituivano il superfluo dei ricchi, diviene il simbolo del vero culto a Dio, che ottiene la remissione dei peccati, ossia l’offerta di tutta la vita. Dal punto di vista della norma formale si tratta di due azioni identiche, perché entrambi soddisfano un precetto legale, ma dal punto di vista interiore la valutazione è opposta.

Temporalità: secondo Ricoeur la nostra stessa esistenza può essere raccontata perché avviene nel corso del tempo. Infatti da quando nasciamo, ci troviamo gettati dentro alle cose, e la nostra esistenza si sviluppa  prestando ad esse la nostra cura. Ciò determina in noi il senso del tempo. I nostri ricordi, le nostre attese per il futuro determinano il nostro presente e nella coscienza del presente sono come concentrati il passato e il futuro. La struttura della nostra coscienza è temporale, e così non possiamo descrivere la nostra vita se non raccontando, cioè distribuendo nel tempo gli eventi e rileggendoli tramite le attese e i desideri del presente.

Nel primo libro di Samuele (1 Sam 1 – 2, 13) il narratore racconta di una moglie amata dal marito ma privata della possibilità di avere figli, Anna. Dalle attese smentite di questa donna e dal rapporto conflittuale con l’altra moglie, Peninna, nasce la preghiera di Anna al tempio di Silo. Il dramma della maternità mancata della moglie amata e della maternità favorita di quella meno amata riproduce i tratti della storia di Giacobbe, Rachele e Lea. Al momento in cui Anna viene esaudita esplode in un cantico, che nel tempo presente rielabora tutto il passato della sua vita e della storia della salvezza e loda l’agire paradossale di Dio: “l’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore”.

In questo racconto c’è la densità semantica della maternità mancata, esperienza universalmente conosciuta nella culture del mondo. Essa acquista un valore simbolico di fondo, perché è connessa con la fecondità dell’uomo come benedizione di Dio. Infine emerge chiaramente la temporalità dell’esperienza umana nella lode, che è nello stesso tempo puntuale (ringraziamento per l’esaudimento di una preghiera particolare) e universale (esprime l’attesa e la lode di ogni credente in ogni istante della sua vita).  Ciò che sta al fondo dunque di ogni narrazione sono gli elementi costituivi dell’agire umano.

 

 

1.3.2 LA CONFIGURAZIONE

Configurare è  l’opera del narratore, che fa integrazione tra eventi singoli e la storia intesa come un tutto. Infatti l’atto poetico – narrativo  da una successione di eventi ricava una figura, con un preciso intento narrativo, che si comprende definitivamente solo al termine della narrazione stessa. Alla luce del finale la storia fornisce il punto di vista a partire dal quale essa può essere vista come un tutto (cfr. importanza dell’atto di ri – raccontare). Nel riraccontare leggiamo la fine nell’inizio e l’inizio nella fine, leggiamo il tempo cominciando dalla fine. I Vangeli sono stati scritti partendo dalla fine di Gesù, ossia dal suo mistero di passione – morte e resurrezione e così si devono rileggere, ossia come la storia dell’uomo Gesù di Nazareth, che si è manifestato come figlio di Dio nei suoi miracoli e in particolare nella sua morte in croce e resurrezione (cfr. Mc 1 e At 3, 32 – 36).  La Bibbia come racconto globale rilegge la Genesi nel prologo al vangelo di Giovanni e nella figura dei cieli nuovi e della terra nuova nell’Apocalisse.  Quindi tutta la narrazione biblica è racconto di una nuova creazione che sta avvenendo  e che si compirà al termine della storia.

Questa operazione di configurare, dare una figura, produce il testo, e il testo garantisce due autonomie.

Il testo diventa, una volta configurato, autonomo rispetto all’autore stesso. Quello che conta è che l’attenzione va sulla cosa, non su chi l’ha fatta. Sappiamo qualcosa di Luca, poco di Matteo, ben poco di Marco. Dell’autore del Quarto Vangelo non sappiamo ben indicare l’identità, anche se è in qualche modo connessa con l’apostolo Giovanni. Ma questo non è un problema, dal punto di vista esegetico, perché a noi non interessa conoscere l’autore reale, ma l’autore del Vangelo per come egli si presenta attraverso la sua opera letteraria, per le scelte che fa in essa. Il testo inoltre può essere riletto in altre circostanze storiche e produrre degli effetti diversi da quelli con cui è nato nell’intenzione dell’autore. L’Amleto di Shakespeare è, nell’intenzione del suo autore, un uomo imbelle e indeciso che trascina alla rovina il suo regno. Solo in epoca romantica verrà riletto in una chiave affascinante, come l’uomo misterioso, simbolo dell’enigma umano. La giustificazione di Abramo in Rm 4, dovuta alla fede indipendentemente dalle opere (della legge), diviene nella rilettura agostiniana, in antitesi al pelagianesimo, una polemica contro le opere umane e la loro possibilità di dare salvezza. Per comprendere un testo, particolarmente quando è antico e importante, è necessario conoscere anche la storia dei suoi effetti, perché essa ci condiziona nell’interpretazione del testo stesso.

C’è poi una seconda autonomia prodotta dalla configurazione: il testo configurato si rende autonomo dalle condizioni sociologiche, storiche, culturali  e ciò garantisce la sua leggibilità illimitata.  Questo non significa abbandonare l’approccio storico, anzi significa capire che il discorso non può che passare attraverso le strutture storiche dell’opera. Non possiamo comprendere i racconti della passione di Gesù senza far riferimento alla storia della Palestina del I secolo d.C., alla dominazione romana e ai poteri affidati al sinedrio. Tuttavia, proprio attraverso questa storia particolare il racconto produce un significato più generale e autonomo da essa, che è destinato al lettore di ogni epoca.

 

 

 

1.3.3 LA RIFIGURAZIONE

La rifigurazione o mimesi III mette a tema l’ incontro tra mondo del testo e mondo del lettore.  Da un lato i paradigmi recepiti strutturano le attese del lettore e lo aiutano a riconoscere la regola formale, il genere o il tipo esemplificati mediante la storia raccontata. Se è un racconto di sapienza mi aspetto un insegnamento (cfr. Giona 4, 10 – 11) , se è una preghiera di supplica mi aspetto  la segnalazione del pericolo, l’invocazione, l’esaudimento e il ringraziamento (cfr. Sal 31). Se è una lettera mi aspetto un saluto iniziale, una presentazione dei temi da comunicare, una trattazione e una conclusione in forma di saluto (cfr. Rm).  Sono generi letterari, si formano in relazione ad una cultura e società e d’altra parte sono abbastanza generali da includere diversi tipi ed evoluzioni culturali. Essi forniscono linee direttrici per l’incontro tra il testo e il suo lettore. Così l’atto del leggere accompagna la configurazione del racconto e attualizza la sua capacità di essere seguito.  Il testo diviene opera solo nell’interazione tra testo e lettore. Nel corso della lettura, poi, alcune regole formali, e quindi alcune attese del lettore, possono essere smentite. Nell’episodio della samaritana ( Gv 4 ) l’incontro tra un uomo e una donna al pozzo fa pensare alle vicende matrimoniali dei patriarchi e di Mosè (cfr. Gen 24; Gen 29; Es 2). Ma questa attesa viene smentita, perché non segue nessun matrimonio, e anzi la Samaritana si trasforma in una testimone del messia – Gesù e ciò non è senza significato per l’interpretazione del racconto.

Ogni evento di discorso è un evento di comunicazione con altri di un’esperienza che ha il mondo per orizzonte. Il lettore quindi riceve il mondo e la temporalità  che l’opera dispiega dinanzi a se. Ciò significa che ogni racconto non intende comunicare in primo luogo un contesto storico – culturale ma il mondo della vita, l’esserci dell’uomo nella storia. Per riprendere l’esempio dei racconti della passione e morte di Gesù, essi non sono scritti per raccontare l’esecuzione della sentenza di condanna a morte come cospiratore politico di un innocente ebreo di galilea proveniente da Nazareth (sfondo storico) ma per comunicare l’esperienza di fede dei discepoli a contatto con il mistero storico della morte del messia. I testi della passione non sono semplicemente descrittivi, ma dispiegano un mondo vitale, quello della fede della prima comunità cristiana nel messia crocifisso e risorto e il lettore è chiamato a esplicitare questo stesso movimento di fede attraverso le interazioni dei personaggi lungo il processo e sotto la croce.  Quindi la rifigurazione dell’opera mira non tanto a restituire l’intenzione dell’autore nascosta dietro al testo, quanto ad esplicitare il movimento grazie al quale un testo dispiega un mondo e interpretare dunque è esplicitare questo essere-nel- mondo.

Il testo propone una modalità di essere nel mondo che deve essere colta dal lettore, perché diventi occasione di attivare per se un processo di liberazione. Infatti nell’incontro tra il testo e il suo lettore viene plasmata una nuova capacità di immaginare il mondo, nuove lenti con cui guardare la realtà ordinaria in un processo di maggiore libertà.  Il potere dell’immaginazione rende possibile una nuova configurazione narrativa dell’esperienza umana e attraverso la lettura dell’opera nuovi significati rendono più ricca e complessa e soprattutto libera la capacità di leggere gli eventi della vita e di pensare possibilità future. Per tornare all’esempio dei racconti della passione, attraverso la rifigurazione il lettore accede al mondo della fede della comunità cristiana e viene arricchito di nuove e inaudite prospettive di senso, in grado di far comprendere le inesauribili risorse di vita della resurrezione, proprio dentro i cammini della sofferenza e le situazioni apparentemente senza via d’uscita. La sapienza paradossale della croce diviene esperienza rifigurata nell’esistenza del lettore dei Vangeli.

Anche nelle parabole di Gesù e nei suoi insegnamenti il lettore, attraverso la sua rifigurazione è incoraggiato a leggere la realtà alla luce della logica sovrabbondante e gratuita del Regno di Dio. Non si tratta di fornire banali applicazioni delle parabole e dei discorsi, che possono scandalizzare o risultare moralistiche, ma di compiere un percorso di senso che, mettendo in crisi il senso comune, che predica la giustizia retributiva, semini nell’esperienza il germe di quella Parola, che è in grado di trasformare la vita nella logica del dono (cfr. Mt 5, 38 – 48).[9]

Per far questo, ossia per accedere correttamente a questo mondo del testo, il lettore ha come unica mediazione il testo stesso, con le sue strutture letterarie e il contesto storico in cui è nato.

Quindi il lettore ha il compito di passare attraverso il testo, con le sue strutture letterarie e storiche, per esplicitare il mondo di questo testo e comprendersi davanti ad esso. Nel caso del testo biblico ciò comporta una particolare complessità. Da un lato il primo accesso al testo non può che avvenire attraverso la determinazione dei generi letterari, delle fonti utilizzate e degli interventi redazionali, per comprendere correttamente le strutture storiche connesse al testo e la sua forma letteraria. Dall’altro questo è solo il primo passo dell’interpretazione che deve giungere poi a fare emergere quel mondo della vita, quell’esperienza di fede che, passando attraverso l’intenzione dell’autore, vuole comunicarsi al lettore.

Qui si ritrova il senso spirituale perchè il mondo del testo biblico è l’esperienza del Dio di Israele che si rivela, compiuta nel mistero pasquale di Cristo, e questo mondo del testo, profondamente in relazione con i  significati storici e culturali in cui la parola di Dio si è progressivamente incarnata, è  connesso con l’intenzione ultima con cui la comunità credente ha inserito nel canone quel testo particolare. Essa infatti ha riconosciuto in un testo particolare, scritto forse con finalità inizialmente specifiche e ben contestualizzate (senso letterale), quel mondo della vita che solo lo Spirito può suscitare. Quindi il senso spirituale è in fin dei conti profondamente interconnesso con quello letterale.[10]

Da qui ritorniamo alla necessità delle tre conversioni per interpretare il testo biblico, con una particolare accentuazione sulla conversione religiosa. Poiché la Bibbia è parola di Dio in parole umane, è necessario interpretarla con tutti i mezzi che ci permettono di entrare nella storia del testo e nella sua forma letteraria, come parola umana, e insieme essere disposti a dispiegare da esso quel mondo della vita che è l’esperienza di fede che lo ha generato.

 

 

2. TEORIA DELLA COMUNICAZIONE TESTUALE

2. 1 MODELLO DI HERNADI

Secondo il modello di Hernadi[11] il mondo del testo passa dall’autore al lettore attraverso l’opera secondo un duplice asse, rappresentativo e retorico. Nell’asse rappresentativo l’opera viene considerata comunicazione di un “che cosa”, di un contenuto determinato, che rappresenta, imita la realtà. Nell’asse retorico l’opera viene considerata alla luce del per chi e per che cosa essa viene scritta, ossia quali effetti essa vuole produrre sul lettore.

I vari metodi esegetici assegnano una maggiore rilevanza ora all’uno ora all’altra delle due modalità. Il metodo storico-critico si pone sull’asse della rappresentazione perché vede il testo come una finestra per comprendere la realtà storica e sociale che lo ha generato. I metodi che appartengono alla corrente strutturalista (vedremo più avanti un esempio) vedono il testo come un tessuto che rappresenta una struttura interna e il fine del metodo è evidenziare tale struttura e far emergere i contenuti che essa veicola.

Chi cerca invece di applicare l’analisi retorica (greca) ai testi biblici si interroga maggiormente sull’intento comunicativo del testo e su quali effetti esso voglia generare nel lettore che ha davanti. Ad esempio nella lettera ai Romani i primi versetti sull’ira di Dio nei confronti del peccato dei pagani (cf. Rm 1,18-31) sembra contrastare con la conclusione di questa ampia trattazione di Paolo, che afferma la gratuita giustificazione di Dio per mezzo della grazia (cfr. Rm 3,21-22). Il problema si risolve tenendo conto della tecnica retorica di Paolo, che inizia l’argomentazione con una concezione retributiva della giustizia di Dio nei confronti delle nazioni, che è propria dei suoi destinatari, così da conquistare il loro assenso. L’obiettivo è però portarli a riconoscere che la medesima ira è rivolta verso di loro e che non c’è nessuna eccezione giudaica a riguardo del peccato, perché la legge non giustifica ma fornisce solo la conoscenza del peccato (cfr. Rm 3,19-20). La giustificazione di Dio allora non potrà che essere gratuita ed universale (Rm 3,21-26).

Infine il metodo narrativo, come approfondiremo più avanti, si pone l’obiettivo esplicito di comprendere le scelte del narratore ai fini dell’effetto che egli vuole generare sul lettore.

Da un punto di vista ermeneutico l’interpretazione del testo è corretta quando si studia approfonditamente il contenuto che il testo vuole comunicare, alla luce dell’intenzione comunicativa. Quindi l’ideale è di percorrere un’integrazione sapiente dei metodi, anche in funzione delle caratteristiche del testo considerato.

 

2. 2 ASSE RETORICO: ORIGINE DEL GENERE LETTERARIO “VANGELO”

I vangeli sono stati scritti con un fondamentale intento retorico, ossia per comunicare la fede in Gesù il messia crocifisso e risorto, che compie le Scritture, quale figlio di Dio e Signore (cfr. At 26, 22 – 23; 1 Cor 15, 1 – 3).

Lo stesso termine euanghelion ha nella LXX, la traduzione greca dell’AT, il significato di una comunicazione che produce gioia e quindi ottiene una ricompensa per l’annunciatore, (cfr. 2 Sam 4, 10), come ad esempio una vittoria militare per un araldo. Il termine euanghelion  può così significare sia l’annuncio che la ricompensa ricevuta dall’araldo. La radice verbale euangelizō viene usata anche con degli accusativi, per indicare un annuncio che porta con se un effetto e una ricompensa reale (cfr. Sal 39,10 LXX; 95,2 LXX). Questo diventa particolarmente evidente nel secondo Isaia (cfr. Is 40,9; 52,7; 60,6; 61,1) dove l’annunciatore rende presente Dio a Sion nell’atto stesso del suo annuncio; la gioia, la pace e la ricchezza delle nazioni accompagnano tale annuncio come ricompensa.

È molto probabile che Paolo abbia attinto a questa tradizione quando per primo ha coniato il termine euanghelion per riferirlo alla comunicazione della fede in Gesù il messia morto e risorto (cfr. 1 Cor 15,1-3). Al cuore di questo annuncio vi è dunque un contenuto preciso, ossia la morte e resurrezione di Gesù, il mistero pasquale. E tuttavia tale annuncio non si limita ad essere la comunicazione di un’ informazione, ma più profondamente la trasmissione della fede in Gesù morto e risorto, che trasforma l’interlocutore e opera in lui, come una Parola di Dio (cf. 1 Ts 2,13) e al contempo costituisce una ricompensa per l’annunciatore. L’apostolo, giocando sulla doppia valenza del nome come azione e ricompensa, dichiara di non avere bisogno di ricompense a parte per il suo annuncio, infatti il vangelo stesso è apportatore della sua ricompensa (cfr. 1 Cor 9, 18). Il Vangelo stesso non è semplice annuncio orale ma, è anche ricompensa interiore ed esteriore, ossia giustizia e potenza di Dio che opera per la salvezza (Rm 1,16-17). Esso non si distingue dalla salvezza che annuncia, attraverso segni e prodigi (Rm 15,19) che avvengono per la forza dello Spirito per condurre i popoli all’obbedienza.

Non è quindi impossibile che Marco[12] usi il termine con questa accezione nell’incipit del suo racconto, ossia: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio” (cf. anche Mc 1,14). La comunicazione della fede comporta trasmissione di un contenuto, Gesù Cristo figlio di Dio, e insieme trasformazione del cuore di chi riceve tale annuncio per il dono della fede e l’autore del Vangelo intende proprio comunicare questa fede per mezzo della lettura del suo libro.

Questo non significa che il termine euanghelion per Marco indichi immediatamente la globalità del suo libro[13], ma solo che tale libro contiene l’annuncio di Gesù, il messia morto e risorto secondo le Scritture per generare alla fede i suoi lettori. In epoca posteriore il termine è stato applicato ai racconti come tali, che sono stati definiti Vangeli ed è ai padri che dobbiamo la celebre (ma errata!) etimologia di Vangelo come buon annuncio (eu=buon; anghellō=annunciare).

Ci si può allora chiedere la motivazione storica dell’origine di un genere letterario, più tardi denominato “vangelo” che contenesse in forma narrativa l’annuncio di Gesù, messia morto e risorto secondo le Scritture. È molto probabile che, al momento in cui la generazione apostolica, che aveva conosciuto personalmente Gesù, stava scomparendo, le diverse Chiese locali abbiamo avvertito la necessità di fissare per iscritto la loro predicazione, perché essa potesse rimanere come testimonianza unica e preziosa della tradizione apostolica.

[1] “Cum ergo Matthaeus circa regis, Lucas circa sacerdotis personam gereret intentionem, utrique humanitatem Christi maxime commendarunt. Secundum hominem quippe Christus et rex et sacerdos effectus est, cui dedit Deus sedem David, patris sui, ut regni eius non esset finis 12 et esset ad interpellandum pro nobis mediator Dei et hominum homo Christus Iesus “ Trad. “Se dunque Matteo aveva condotto l’intenzione a riguardo della figura regale e Luca a riguardo della figura sacerdotale, l’uno e e l’altro hanno dato valore soprattutto all’ umanità di Cristo. Come uomo infatti Cristo è stato fatto re  e sacerdote; a lui Dio diede il trono di Davide suo padre, perchè del suo regno non vi fosse fine e l’uomo Gesù Cristo stesse ad intercedere per noi come mediatore tra Dio e l’uomo.” De Consensu Evangelistarum I, 6.

[2] “Per istos dies sanctae Paschae, sicut novit Caritas vestra, fratres, resurrectio Domini secundum omnes Evangelistas sollemniter recitatur. Sic enim narrationes suas conscripserunt, ut aliqua pariter dicerent, aliqua vero alius praetermitteret, nemo tamen a veritatis concordia dissonaret. Omnes dixerunt Dominum crucifixum, sepultum, die tertia resurrexisse; quomodo autem apparuerit discipulis, quia multis modis apparuit, alii alia dixerunt, quae alii praetermiserunt; omnes tamen veritatem conscripserunt.” Trad. “Durante questi giorni della Santa Pasqua, come la carità Vostra ha avuto modo di conoscere, fratelli, viene proclamata solennemente la resurrezione del Signore secondo tutti gli Evangelisti. Essi infatti scrissero le loro narrazioni in modo tale che alcune cose le dicevano in modo simile, altre invece qualcuno le tralasciava; nessuno tuttavia ha stonato la concordia della verità. Tutti hanno raccontato il Signore crocifisso, sepolto e risorto il terzo giorno; in che modo tuttavia egli apparve ai discepoli, poiché apparve in molti modi, alcuni dissero alcune cose, che altri tralasciarono. Tuttavia tutti hanno scritto la verità” Sermo 236/A “De Secunda Feriae Paschae”.

[3] concordia discors ‹konkòrdia…› locuz. lat. (propr. «concordia discordante»). – Si tratta di un’espressione del poeta latino Orazio in (Epistole I, 12, 19); il verso intero è: quid velit et possit rerum concordia discors («quale sia il significato e il potere dell’armonia discorde delle cose»), e attraverso un riferimento alla filosofia di Empedocle, è usata  per indicare come da una discordanza di elementi possa risultare un’armonia superiore.

[4] Non è certamente Agostino né l’unico né il primo dei padri della Chiesa ad applicare questo principio. Cfr, qualche secolo prima Ireneo di Lione in. Adv Haer. 3, 11, 7 – 9.

[5] Mi sembra questo il significato profondo che si può ancora attribuire alla tradizionale iconografia cristiana sui vangeli, tratta dall’Apocalisse, e ripresa da Agostino nei passaggi seguenti del “De Consensu”.  Riporto di seguito la traduzione a titolo di curiosità: “6. 9. Mi sembra dunque che fra quei ricercatori che hanno interpretato i quattro esseri viventi dell’Apocalisse 27 significando con essi i quattro evangelisti meritino – probabilmente – maggiore attendibilità coloro che hanno identificato il leone con Matteo, l’uomo con Marco, il vitello con Luca, l’aquila con Giovanni, che non gli altri che hanno attribuito l’uomo a Matteo, l’aquila a Marco, il leone a Giovanni. Per sostenere questa loro congettura essi si basarono piuttosto sull’inizio del libro che non sul piano globale inteso dagli evangelisti, cosa che invece bisognava di preferenza investigare. Era pertanto molto più logico che con il leone si vedesse raffigurato colui che sottolineò assai vigorosamente la persona regale di Cristo. Difatti anche nell’Apocalisse il leone è ricordato insieme con la tribù regale, là dove si dice: Ha vinto il leone della tribù di Giuda 28. Secondo Matteo si narra anche che i Magi vennero dall’Oriente per cercare e adorare il Re che mediante la stella era loro apparso come già nato; e dello stesso re Erode è detto che ebbe timore di quel Re bambino e per ucciderlo fece trucidare molti piccoli29. Che col vitello si indichi Luca non ci sono dubbi fra le due categorie di studiosi, e il motivo è da ricercarsi nella vittima più grande che soleva immolare il sacerdote. In effetti l’autore del terzo Vangelo comincia la sua narrazione con il sacerdote Zaccaria e ricorda la parentela fra Maria ed Elisabetta 30; da lui si raccontano adempiuti in Cristo bambino i segni misteriosi del sacerdozio veterotestamentario 31 e tante altre cose, che possono ricavarsi da una ricerca diligente, attraverso la quale appare che Luca intese descrivere la persona di Cristo sacerdote. Quanto a Marco, egli non volle narrare né la stirpe regale né la parentela o la consacrazione sacerdotale, e tuttavia appare occuparsi delle cose compiute da Cristo come uomo. Ora fra quei quattro esseri viventi egli appare raffigurato dal simbolo del semplice uomo. Quanto poi a questi tre esseri viventi: il leone, l’uomo e il vitello, si deve dire che essi si muovono sulla terra, cosa che si addice ai primi tre evangelisti, i quali si occupano prevalentemente delle cose che Cristo operò nella carne e dei precetti che diede agli uomini rivestiti di carne insegnando loro come debbano trascorrere la presente vita mortale. Viceversa Giovanni come aquila vola sopra le nebbie della fragilità umana e vede con l’occhio acutissimo e sicurissimo del cuore la luce della verità immutabile.”

[6] Cfr.II, 12, 29 “ Orbene, nei brani evangelici che ho proposto confrontandoli l’uno con l’altro cosa riterremo essere incompatibile? Forse l’aver un evangelista detto: A lui io non son degno di portare i calzari 149, mentre un altro: Di sciogliere il laccio dei calzari 150? In effetti, portare i calzari e sciogliere il laccio dei calzari a prima vista sembrano espressioni che si diversificano non solo per i termini o per l’ordine delle parole o per la forma del dire ma anche per il contenuto. Al riguardo si può certo indagare cosa in realtà abbia detto Giovanni e di che cosa si ritenesse indegno: se di portare i calzari o di sciogliere il laccio dei calzari. Se infatti egli pronunciò una di queste frasi, si dovrà concludere – così almeno sembra – che abbia detto il vero colui che fu in grado di riferire ciò che egli effettivamente disse; quanto invece all’altro, si potrà ritenere che, se ha riferito una cosa per un’altra, ciò facendo non ha mentito ma, ovviamente, è incorso in una dimenticanza. È tuttavia conveniente escludere nei racconti evangelici ogni sorta di falsità: non solo quindi quella che si commette mentendo ma anche quella che consiste nel dimenticare una cosa. E allora, se rientra davvero nella sostanza delle cose intendere in un senso le parole portare i calzari e sciogliere il laccio dei calzari in un altro, cosa pensi si dovrà concludere, per essere nella verità? Credo non resti altro che dire aver Giovanni usato l’una e l’altra espressione o in tempi diversi o una dopo l’altra. Ad esempio, egli poté dire così: A lui io non son degno di sciogliere il laccio dei calzari e nemmeno di portare i suoi calzari. In questa ipotesi un evangelista prese una parte dell’affermazione mentre gli altri ne presero un’altra, ma tutti narrarono la verità. Ma Giovanni parlando dei calzari del Signore, poté intendere questo soltanto: inculcarci la dignità eminente di Gesù e il suo abbassamento. In tal caso, qualunque cosa abbia egli detto, tanto cioè sciogliere il laccio dei calzari quanto portare i calzari, ha colto il vero senso della sua espressione – in questa ipotesi, identica – chiunque nel riferimento ai calzari riportato con parole proprie ha saputo vedere inculcata la nota dell’umiltà, significata appunto dai calzari. In tal modo nessuno dei narratori ha deviato da ciò che Giovanni intendeva asserire. Quando dunque si parla dell’accordo fra gli evangelisti occorre tener presente questo procedimento, che è utile e occorre imparare a memoria: non esiste menzogna quando uno narra una cosa in termini alquanto diversi da quelli con cui si espresse colui del quale son riportate le parole, purché il narratore sia fedele nell’esporre le stesse cose che intendeva tramandarci colui che pronunciò le parole riportate. In questo modo ci si fa conoscere, a nostra salvezza, che non è da ricercarsi altro all’infuori di quello che intende dire colui che parla.”

[7] Cfr. B. LONERGAN, Metodo in teologia (Roma 2001). Method in Theology (Toronto 1990). Questo breve paragrafo si basa interamente sulla prospettiva teologica e metodologica proposta in questa opera del celebre filosofo e teologo.

 

[8] P. RICOEUR, Tempo e racconto (Jaca Book; Milano 1986). Temps et Récit (Paris 1983).

 

[9] Cfr. E. BORDELLO, Paul Ricoeur. Evangelo e libertà (Rimini 2012) 60 – 89.

[10] Secondo il testo della Pontificia Commissione Biblica, “l’interpretazione della Bibbia nella Chiesa”, il senso letterale della Scrittura è quello espresso direttamente dagli autori umani”(II, B,1), mentre quello spirituale come “il senso espresso dai testi biblici quando vengono letti sotto l’influsso dello Spirito Santo, nel contesto del mistero pasquale di Cristo e della vita nuova che ne risulta”. È chiaro come da quanto detto sopra i due sensi non possano essere separati.

[11] Cfr. R. M. Fowler, Let the reader understand (Fortress 1991), 55.

[12] Tale lessema ricorre 4 volte in Matteo, 8 volte in Marco e mai in Luca.

[13] Soltanto con la Didaké («Correggetevi l’un l’altro… come leggete nel  vangelo», XV,3) e con la Lettera dello Pseudo-Clemente («Dice il Signore nel vangelo», VIII,5) il termine indica il libro. Il primo a usare il termine al plurale (i vangeli) è Giustino Martire (Apologia I,66,3).

Lettura popolare IV TO Anno A

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Mt 5,1-16

Beati i poveri di spirito

Il messaggio nel contesto

 

Mt 5, 1-16

Le beatitudini sono la legge di coloro che vivono nei cieli già in questa terra, ossia la legge del regno dei Cieli (3. 10. 12. 16). Non si tratta di un Regno puramente spirituale, contrapposto alla materialità del mondo, anzi è un Regno profondamente legato alla terra e al mondo, perché è il Regno dei figli, gli unici in grado di ereditare le ricchezze del Padre (5. 9), costituite dalla creazione e dalla storia. Essi infatti sono il sale della terra (13) e la luce del mondo (14), come testimoni del Padre. Poveri di spirito perché spogliati di se stessi per essere arricchiti dal Padre (v. 16) sono capaci di far risplendere la Sua luce nelle loro opere.

La povertà di spirito non indica quindi una carenza materiale, ma una capacità di affidarsi totalmente al Padre, con un atteggiamento di umiltà nei Suoi confronti, che implica una serie di conseguenze descritte nelle successive beatitudini, ossia la mitezza, la capacità di affrontare le sofferenze, la purezza di cuore, la ricerca della pace, l’amore misericordioso (5 – 9). Al centro la fame e sete di giustizia indicano sia la sfera dei rapporti umani sia l’agire di Dio nella storia, ossia la realizzazione definitiva del suo progetto di salvezza e di comunione nei confronti del suo popolo (6). I Figli del Padre celeste saranno saziati nella loro fame più radicale, la fame dell’amore di Dio, di un amore in grado di realizzarsi anche nei rapporti con il prossimo e nella società, un amore che si compie definitivamente in Cristo e nella sua giustizia. Testimoni di tale amore essi saranno perseguitati (10a.11b), ma proprio in questa assimilazione ai profeti dell’Antico Testamento e a Cristo essi troveranno la loro gioia (12). Le beatitudini rappresentano la carta costituzionale del cristiano che vive nella storia come testimone di un progetto escatologico di Dio, che si è già compiuto in Cristo, ma che proprio grazie al cristiano deve ora diffondersi in tutti i tempi e in tutti i luoghi: il progetto dei Figli di Dio.

 

 

Attualizzazione

 

Beati i poveri di spirito. Il povero di spirito sa vivere delle cose senza dipendere da esse, perché è consapevole che la vera ricchezza è quella del cuore. Egli sa dare, ricevere e condividere e sente la vita come un dono ricevuto da Dio.  Sa accettare la propria debolezza e il proprio limite quando essi sono un modo attraverso cui il Signore si manifesta. Non si deprime e non si abbatte di fronte alle difficoltà, perché sa accogliere e promuovere ogni possibilità di bene contenuta anche nelle esperienze più difficili.

Beati i miti. La mitezza evangelica è quella di chi non si mette al di sopra gli altri, ma è capace di delicatezza, rispetto e tenerezza. Il mite è capace di esserlo anche verso se stesso: è attento, paziente, capace di umorismo verso se stesso. Egli sa esprimere quella affabilità che conquista anche gli animi più sospettosi e induriti. E quando viene perseguitato con falsi motivi, si difende ma sa anche rinunciare alla sua difesa se essa comporta una forma di violenza. Egli condivide il cammino di Cristo, il primo ad essere “mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29).

Beati coloro che piangono. Non è il pianto di disperazione di chi non aspetta più nulla dalla vita, o il lamento angosciato di chi si chiude nel proprio tormento interiore. Piuttosto è il pianto di chi sa mettersi nei panni degli altri e commuoversi per loro. Beato non è colui che si trincera nella propria orgogliosa condizione di vittima, ma che è in grado di uscire da se stesso, dalle proprie paralisi interiori, per soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce. Questa è la beatitudine delle persone empatiche, che hanno compreso che il mondo non gira solo intorno alle loro sofferenze.

Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia.  Questa beatitudine spinge a trovare la propria gioia nell’impegno concreto per un mondo più equo e senza sfruttamento.  Non è solo un impegno sociale e di volontariato, ma anche politico, per rimuovere le cause strutturali che determinano disuguaglianza e ingiustizia. Non è poi solo un impegno politico, ma anche una dedizione educativa, perché le nuove generazioni possano coltivare i valori più alti della cultura umana e costruire un mondo sempre più fraterno e capace di vivere in armonia con la natura.

Beati i misericordiosi. Lo stile di chi ha misericordia è quello di chi esce da una prospettiva di dare e avere nella relazione umana, ed è disposto a perdonare fino a settanta volta sette. Chi si pone in questa disposizione interiore è in grado di lasciarsi intenerire dall’altro e non lo rinchiude nel suo peccato, ma lo ristabilisce nella stima di se e lo solleva per donargli una nuova possibilità. È l’opposto dell’orgoglioso che schiaccia l’altro e gli impedisce di recuperare.

Beati i puri di cuore. Il puro di cuore ha un desiderio e un amore liberi dalla tentazione di possedere l’altro, fisicamente o moralmente. L’aspirazione del puro di cuore è favorire la libertà e la realizzazione dell’altro e in questo è capace di porre la sua gioia. Non ha obiettivi segreti e il suo cuore non è doppio: ciò che dice è ciò che fa e desidera. Egli ispira fiducia e su di lui si può contare.

Beati i costruttori di pace. Tanti contesti civili e politici sono attaccati dal cancro della sfiducia reciproca, dell’odio, della sete di vendetta. In queste periferie umane, spesso inquinate dalle tensioni tra diversità razziali, sociali o di religione, i costruttori di pace si spingono per edificare, con grande creatività, relazioni di pace e piccoli o grandi segni di speranza. Essi non sono dei pensatori ideologici e astratti della nonviolenza, sono artigiani che con umiltà si adoperano nei gangli delle istituzioni o nel fermento della società civile e con pazienza pongono le condizioni per sciogliere asti e rancori solidificati nel tempo. Mettono in campo la loro astuzia solo per il bene.

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 5,1-16.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Ogni sconfitta diviene una sfida: come vivo le mie sconfitte personali?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 5,1-16 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Gesù sul monte vede le folle e parla di loro ai discepoli. Essi sono i beati. Riconosco la beatitudine come una condizione comune a tanti illustri sconosciuti e dunque più comune di quanto non si pensi?

 

Qualche domanda ulteriore.

-Cosa implica, per me, accogliere l’insegnamento delle beatitudini? Sento che la vita delle beatitudini è più felice e in fondo più umana?

-Le beatitudini sono centrate sulla povertà di spirito. Cosa significa in questo momento, nella mia vita, fare affidamento a Dio e non a me stesso?

-Quale beatitudine sento più vicina a me?

-Quale beatitudine desidererei vivere ma mi sento ancora molto lontano da essa?

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.