I due alberi (Omelia Pentecoste)

Giovani e Lavoro_3

La bontà di un albero si vede dai frutti.  Un albero può essere bellissimo, ma se i frutti sono immangiabili o addirittura nocivi…non serve coltivarlo. Un albero può essere piccolo e poco appariscente, come la vite, ma fare frutti buonissimi.

Così ci sono due alberi che possono crescere nel nostro cuore, l’albero della carne e l’albero dello spirito, come dice san Paolo.

L’albero della carne è quello dell’IO che si mette davanti a tutto e a tutti, la propria autorealizzazione contro gli altri. È quello che diceva Sartre, il drammaturgo francese: l’inferno è l’altro. I frutti dell’albero della carne sono le passioni che ci muovono non ad amare, ma a dominare gli altri e ad essere gelosi, invidiosi, arrabbiati.

L’albero dello spirito è quello che nasce, cresce e fruttifica con il dono dello Spirito Santo: i suoi frutti sono l’autorealizzazione nell’amore, che ci apre all’Altro e agli altri. Esso produce frutti di amore. Infatti nel vangelo di Giovanni lo Spirito che Gesù ci manda è il Paraclito, che, tradotto, significa “colui che è chiamato a stare presso di noi”, per condurci alla verità tutta intera, ossia la verità di Gesù, Figlio di Dio, morto e risorto per noi e del Padre che lo ha mandato nel mondo per amore nostro.

Non è una verità astratta, ma una trasformazione profonda del nostro essere, che si manifesta attraverso la consolazione. Essa è accompagnata da sentimenti di pace e gioia, ma non si riduce ad essi, perché, più ampiamente, è caratterizzata da un aumento di fede, speranza e carità. Questa elevazione e potenziamento del nostro essere ha un impatto decisivo nella nostra esistenza, perché ci conduce alla verità della nostra vita, nelle concrete decisioni quotidiane, che ci portano ad attuare la volontà di Dio e a realizzarci in Cristo.

Lo Spirito Santo, che celebriamo a Pentecoste, rafforza e sostiene la nostra responsabilità vissuta nell’amore, nei confronti dei propri cari e di ogni uomo che incontriamo…specialmente dei piccoli e degli anziani. Se l’albero della carne ha fatto nascere una società individualistica, con una grande disgregazione della famiglia a cui oggi assistiamo, chi paga le conseguenze di tutto questo sono i più piccoli, che crescono spesso con deboli riferimenti valoriali e affettivi, perennemente distratti dai continui stimoli della civiltà dell’immagine e poi diventano adolescenti disturbati e insicuri. Lo Spirito Santo può sostenere la comunità cristiana nella quotidiana lotta delle famiglie e per le famiglie. Seguiamolo come Chiesa lì dove ci sta chiamando, a sostenere le famiglie, specialmente quelle giovani!

Lo Spirito Santo rafforza e sostiene anche la responsabilità nelle grandi decisioni, che rimuovono gli ostacoli alla piena realizzazione della persona. Preghiamo perché chi da cristiano ha responsabilità politiche, lo faccia con grande dedizione rispetto ai nodi cruciali del nostro tempo, uno dei quali è certamente il lavoro per i giovani.  Un lavoro che, pur non essendo così statico e fisso come una volta, garantisca tuttavia quella stabilità che permetta ai giovani di sostenere un progetto familiare nella loro vita. E insieme alla stabilità si richiede anche sicurezza sul lavoro, in un tempo in cui, malgrado le leggi e il lungo cammino fatto dalla società occidentale, si assiste purtroppo ad un aumento di morti e tragedie sul lavoro.

Così l’albero dello Spirito, cresciuto nel cuore di ognuno, darà frutti buoni e abbondanti anche nella società.

 

La vita come un’unica passeggiata (omelia ascensione)

 

 

Non avevo mai colto bene come oggi che Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare il Vangelo non solo ad ogni uomo, ma a tutta la creazione (la traduzione più corretta infatti non sarebbe “ad ogni creatura”, ma “a tutta la creazione”).

Questa osservazione mi ha portato a riflettere sul Vangelo, come un seme che è destinato a trasformare, attraverso l’umanità, anche ogni essere vivente e tutto il cosmo, le galassie e l’universo!

Oggi infatti meditando sull’ascensione di Gesù, scopriamo come nel Vangelo la nostra umanità sia riplasmata ed elevata al cielo, non come una realtà astratta, ma come la creazione stessa riempita di Dio. Nell’umanità che Gesù risorto porta in cielo, c’è la pienezza, il compimento di tutta la creazione, di tutto il cosmo.

Da questa intuizione ricavo tre aspetti.

  1. l’ascensione al cielo di Gesù ci dice che l’uomo è misurato non dalla natura di cui è composto, ma da Dio, cioè il suo fine è la comunione con Dio. Non il piacere, non il potere, non il successo, non la procreazione, non la famiglia, nemmeno il lavoro: questi sono tutti mezzi, ma il fine è arrivare a Dio. Un uomo felice, adulto realizzato è quello che è in cammino con Dio. Questo può accadere anche in situazioni molto difficili, come quella di Etty Hillesum, che proprio nei campi di concentramento nazisti realizza la pienezza del suo essere donna e raggiunge vette altissime di spiritualità. Ella afferma nel suo diario: “Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata.”
  2. in Cristo asceso al cielo vediamo che l’uomo è destinato a trovare in Dio quella pienezza che dà equilibrio e armonia anche al suo rapporto con la natura, con la creazione. Un cristiano dovrebbe vivere in profondità questi valori di integrazione e rispetto della natura, a partire da un rapporto diverso con il tempo, che tiene insieme riposo e lavoro, attività e contemplazione. Oggi si sperimenta un ritmo frenetico che spesso non lascia spazio al gusto delle cose, delle relazioni, alla riflessione. Al contempo la società tende ancora a vivere nell’accumulazione e nello spreco. Siamo chiamati ad un cambiamento nel nostro stile di cristiani, a partire dalle piccole cose di ogni giorno, come il prendere meno la macchina e più la bicicletta, spendere del tempo per fare la raccolta differenziata, non sprecare né buttare cose, saper godere dell’arte, della storia e della cultura, e cogliere ogni cosa come un’opportunità per dare lode a Dio.
  3. Da noi sta iniziando in questo periodo per molti la stagione, che vuol dire, per chi vi lavora, non aver più tempo per nient’altro. Occorrerebbe cercare forme più sostenibili, anche di lavoro, per riplasmare la nostra economia e quindi la nostra vita. Non è solo questione del tempo che manca per andare a messa (anche se anche questo è un aspetto certamente non trascurabile per chi intende vivere da cristiano!). Siamo chiamati ad una stagione di ripensamento globale dei nostri stili e abitudini consolidate: fondare la nostra economia, anche turistica, non sul consumo di esperienze e sull’accumulo dei numeri, ma sulla relazione umana, sulla bellezza del territorio e delle persone, sulla storia, sulla cultura. Anche per di qui passa l’annuncio del Vangelo!

 

Lettura popolare Ascensione di Gesù Anno B (Mc 16,15-20)

 

 

Lettura Popolare Ascensione – anno B

 

Mc 16,15-20

Il risorto “preso in alto”

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La pericope ritagliata dalla liturgia per la domenica dell’ascensione dell’anno B presenta i versetti conclusivi del Vangelo di Marco. Si tratta del secondo quadro dell’epilogo del Vangelo (vv.15-20): nel primo quadro si trova una sintesi delle apparizioni di Gesù ai discepoli (vv. 9-14); nel secondo c’è un discorso di commiato (vv. 15-18), l’assunzione e intronizzazione di Gesù (v. 19) e l’esecuzione dell’invio in missione da parte dei discepoli (v. 20).

Il discorso di commiato può essere ulteriormente suddiviso in due parti: l’invio (vv. 15-16) e i segni che contraddistinguono la missione (17-18).

L’annuncio del Vangelo è al cuore dell’invio di Gesù. Si tratta per i discepoli di annunciare il Regno di Dio (cf. 1,14-15), come già aveva fatto Gesù, solo che ora questo annuncio ha come contenuto la morte e resurrezione di Gesù e ha una destinazione universale (cf. 13,10; 14,9). Esso deve attraversare tutto il mondo e deve rivolgersi a «tutta la creazione» (v. 15).  Tale annuncio ha dunque una valenza cosmica, ed è in grado di attraversare e trasformare l’uomo e il mondo, nella globalità dei suoi elementi, con due possibili scenari: o l’accoglienza di fede e il battesimo oppure il rifiuto e il giudizio (v. 16). Il carattere definitivo dell’annuncio evangelico dopo la morte e resurrezione di Gesù è dovuto ad una salvezza ormai non più dilazionabile. Essa si manifesta in segni miracolosi, che già avevano caratterizzato il ministero storico di Gesù, come ad esempio il cacciare i demoni (cf. 1,34.39) o l’imporre le mani ai malati (cf. 6,5).  Si aggiungono ulteriori segni come il parlare in altre lingue (cf. At 2,4) o prendere in mano i serpenti, come Paolo che, morso da una vipera, ne esce guarito (At 28,3-6). Con un linguaggio molto vicino a quello di Luca (cf. Lc 10,19), questa finale marciana descrive il carattere cosmico dell’annuncio evangelico, che si manifesta nella forma di un dominio sulle forze di morte operanti nella creazione, grazie alla potenza della resurrezione.  I segni infatti sono compiuti “nel suo nome”, ossia nel nome di Gesù risorto (v. 17).

In modo simile agli Atti questa finale descrive poi l’ascensione di Gesù (cf. At 1,9-11) che è stato “preso verso l’alto” (v. 19). Qui viene usato un verbo di voce passiva, che sottintende l’azione di Dio. È Dio che lo ha elevato a sé ed egli, messia sofferente, ora è intronizzato alla destra del Padre (cf. 14,62), secondo le promesse dei Salmi messianici (cfr. Sal 110,1; 8,7). Ora egli condivide l’autorità del Padre sulla storia e può aiutare la missione dei suoi discepoli (v. 20). Il frutto universale della Parola infatti è infatti assicurato dalla cooperazione di Gesù risorto, attraverso i segni che l’accompagnano.

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Sperimento la potenza della Parola di Dio nella mia vita?  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  • Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 16,15-20. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Annunciate il Vangelo a tutta la creazione: mi sento inviato anch’io da Gesù ad una missione universale?
  • Chi non crede verrà condannato: come mi pongo rispetto al carattere decisivo della testimonianza evangelica? Sono consapevole della mia responsabilità?
  • Nel suo nome: i segni di vittoria contro la morte sono fatti nel nome Gesù. Credo che in questo nome è contenuta la potenza della resurrezione, che opera non magicamente, ma realmente nella mia vita?
  • È stato elevato in alto: il mio rapporto con Gesù è con una persona vivente, che opera dappertutto, nella storia e nella mia vita?
  • Confermando la Parola: sono convinto che la Parola di Dio è viva, perché in essa opera il Risorto?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

Lettura popolare VI Pasqua Anno B

 

 

Lettura Popolare VI Pasqua – anno B

Gv 15,9-17

Vi ho chiamato amici!

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Questi versetti che la liturgia offre (15,9-17) costituiscono la continuazione del discorso sulla vite vera (15,1-8).  Se nei versetti precedenti l’immagine della vite e dei tralci sottolinea l’appartenenza reciproca dei discepoli in Gesù e di Gesù nei discepoli, in questi versetti (9-17) emerge la natura di questo legame, che rende possibile il rimanere in Gesù: l’amore. Gesù esplode infatti in un grido di esortazione alla cui luce vanno interpretati tutti i passaggi successivi del suo discorso: “Rimanete nell’amore, il mio!” (v. 9).  Gesù rivela qui anche l’origine di tale amore: il Padre. L’amore tra Gesù e i discepoli è lo stesso amore che lega Gesù e il Padre suo (v. 10). Anzi, potremmo dire che l’amore del Padre e del Figlio è la fonte del legame tra Gesù e i suoi discepoli, e rende possibile una comunione delle volontà: osservare i comandamenti infatti significa che tale amore non può ridursi al sentimento, ma riguarda la decisione di rimanere unito a lui, esercitando l’amore nei confronti degli altri (cf. v. 12.17).

Gesù evoca qui la sua morte, come testimonianza suprema di un dono volontario (v. 13). Solo l’amore per gli amici può rendere ragione della croce! Ma chi sono questi amici? Si potrebbe risalire ad Abramo e Mosè (cf. Is 41,8; Es 33,11) a cui Dio ha comunicato intimamente il suo disegno di salvezza: in effetti anche per Gesù l’amicizia è il frutto di una comunicazione, di una conoscenza del mistero di Dio, che inserisce ogni uomo nella rivelazione che il Figlio fa del suo rapporto con il Padre (“ciò che ho udito dal Padre mio”, v. 15).   Questi amici non si scelgono tra di loro, come capita nelle relazioni umane, ma vengono costituiti tali da una scelta che parte dalla libera e gratuita iniziativa di Gesù (v. 16), che sceglie solo alcuni, perché attraverso di essi tale comunicazione di amore possa raggiungere ogni uomo. Va interpretato così il frutto che essi portano e che dovrà rimanere (v. 16): l’amico di Gesù è in grado di fare anche opere più grandi di quelle che ha fatto lui (cf. 14,12-13), opere che orientano la storia al suo compimento, ossia il raduno di tutti i figli di Dio dispersi, nella gloria del Padre e del Figlio che si è manifestata sulla croce (cf. 12,27-33). Il segno di questo compimento sarà la gioia del Figlio che si trasmette ai discepoli (v. 11).  La gioia infatti è sempre il segno della pienezza e compimento delle promesse di Dio nell’annuncio evangelico: è la gioia del Vangelo (cf. At 8,8; Gv 4,36).

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.(15 minuti)

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura. Posso considerarmi amico di Dio? Quali ostacoli interiori mi impediscono eventualmente di considerare appropriata l’immagine dell’amicizia per descrivere il mio rapporto con Dio?

 

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 15,9-17 (10 minuti).

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

-come il Padre mi ha amato: questo amore si è manifestato una volta per sempre sulla croce. Percepisco la croce di Gesù come un dono d’amore?

rimanete nel mio amore. Sento l’amore di Dio per me? Lo accetto, lo accolgo, vi rimango anche nelle difficoltà?

-se osserverete i comandamenti. I comandamenti riguardano l’amore per gli altri. Quali decisioni e atteggiamenti concreti sono conseguenti a tale obbedienza?

la mia gioia sia in voi. Dentro alle paure e difficoltà sento la gioia del Vangelo, che mi porta ad annunciarlo?

dare la propria vita per gli amici. Vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito dal Padre. Considero la Chiesa come il luogo di questa intima conoscenza del dono che Gesù ci ha fatto?

– io vi ho scelti. Provo a ripercorrere il mio cammino di fede fino ad ora, e avverto non il mio protagonismo, ma l’iniziativa di Gesù?

– perché andiate e portiate frutto. Quale orientamento missionario emerge nel mio cammino?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare V Pasqua Gv 15,1-8

 

 

Lettura Popolare V Pasqua – anno B

 

Gv 15,1-8

La vite vera

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù racconta un’allegoria (mashal) centrata sul simbolo della vigna, tradizionalmente usato dai profeti per indicare Israele come popolo eletto di Dio, il cui rapporto d’amore con JHWH è messo in questione dal tradimento (cf. Os 10,1; Is 5,1-7; Ger 2,21; Ez 17,2-10; 19,12; Is 27,2.6 ecc.). Nei vangeli sinottici questa immagine viene usata per indicare il Regno di Dio (cf. Mt 20,1-16), mentre nel Vangelo di Giovanni essa passa da un plurale collettivo (ampelon=vigna) ad un singolare (ampelos=vite), per indicare Gesù stesso. La sua autodefinizione (io sono la vite vera) è una rivelazione di carattere divino, evidenziata dalla formula “io sono” (cf. Gv 6,20.35) e dall’aggettivo “vera”, che viene utilizzato in altri contesti, per indicare simboli che si riferiscono a Cristo, come la luce e il pane (cf. 6,32; 8,12). Il contadino è associato invece al Padre. Il tralcio della vite può essere caratterizzato da due situazioni: o non portare frutto, ed essere tolto, o portare frutto ed essere purificato/potato per portare più frutto (v. 2). Al v. 3 si chiarisce l’identificazione del tralcio con i destinatari del discorso di Gesù, i suoi discepoli, che sono già purificati per la parola annunciata da Gesù, una parola che porta i discepoli a credere (cf. 4,41), a conoscere la verità (8,31-32) ad avere la vita eterna (5,24) ad essere amati dal Padre e diventare dimora del Padre e del Figlio (14,23).

Questa inabitazione divina nei discepoli è il cuore dell’allegoria del tralcio e della vite. L’immagine è pertinente, dal momento che la pianta della vite non si distingue dai suoi tralci, ma ne è interamente costituita. I tralci appartengono alla vite, ma anche, in un certo senso, la vite appartiene ai suoi tralci, perché manifesta in essi la sua identità di arbusto e la sua fruttificazione. Questa reciproca appartenenza si mostra tra Gesù e i discepoli: se essi rimangono in lui e lui in loro, possono portare frutto (vv. 4-5). Se invece i tralci non rimangono in lui, si seccano, vengono raccolti, gettati nel fuoco e bruciati (v. 6): fuori di Gesù infatti non si può far nulla (cfr. 1,3). Rimanere in Gesù significa far sì che la sua parola rimanga in loro (v. 7): questo chiarisce meglio anche il significato dell’espressione “portare frutto”, che non indica tanto delle azioni particolari, ma la vita spirituale, caratterizzata da quella preghiera che trasforma la realtà (“chiedete ciò che volete e vi accadrà” v. 7). La preghiera del discepolo ne trasforma la vita e la rende un prolungamento di Cristo stesso nella storia: infatti essa è radicata non in una volontà arbitraria, ma in quei desideri che sono suscitati dalla parola stessa di Gesù. Il discepolo infatti è un tralcio nella vite, egli è intimamente trasfigurato perché il suo più vero essere è quello del Figlio, nel quale il Padre viene glorificato. Così il discepolo, con la sua vita e preghiera, glorificherà anch’egli il Padre (v. 8).

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti) La mia vita sta portando frutto? Dove vedo i frutti e dove vedo le prove e le aridità?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 15, 1-8 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

lo purifica, perché porti più frutto: quale purificazione, potatura nella mia vita?

– siete puri per la parola che vi ho annunziato sento la parola di Gesù, ossia la sua presenza e rivelazione per la mia vita, come qualcosa che ha cambiato la mia vita?

– se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi: cosa significa per me rimanere in Gesù, vivere in lui?

senza di me non potete fare nulla: su quale base costruisco i miei progetti e le mie speranze?

– chi rimane in me e io in lui porta molto frutto: Ho avuto esperienza di frutti interiori e vitali proprio nei passaggi difficili e nelle strettoie della vita?

chiedete quello che volete e vi sarà dato. Che cosa chiedo al Signore, che cosa desidero?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare IV Pasqua Anno B

 

Lettura Popolare IV Pasqua – anno B

Gv 10,11-18

Il Buon Pastore

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Dopo aver introdotto il quadro simbolico del pastore che entra per la porta e conduce le pecorelle fuori dall’ovile chiamandole per nome (vv 10,1-5), Gesù approfondisce questa similitudine identificandosi prima con la porta del recinto (vv 7-10) e poi con il pastore (vv 11-18). La liturgia ci offre esattamente quest’ultima parte del discorso, in cui Gesù si autodefinisce il “bel pastore”, con un’espressione che in greco (kalos, che si può tradurre bello o buono) indica un perfetto adeguamento alla sua funzione.  Se infatti il pastore ha il compito di custodire e proteggere il suo gregge, a rischio anche della sua vita, Gesù è il pastore per eccellenza che depone, o meglio ancora, espone la sua vita per le pecore (v. 11). L’espressione “esporre la propria vita” non indica un ricercare volontariamente e arbitrariamente la propria morte, ma un metterla in gioco, per uno scopo preciso, che nel caso del pastore è la difesa del gregge. Così faceva anche l’umile pastorello Davide, per difendere le pecore di suo padre Iesse (cfr. 1 Sam 17,34; 19,5; 28,21), quale figura del suo futuro compito di re/pastore di Israele. Su tale modello già i profeti avevano elaborato un’immagine messianica del pastore, come un nuovo Davide, nel quale sarà Dio stesso a pascolare il suo popolo (cfr. Ger 23,1-6). Il profeta Ezechiele ha in particolare sviluppato questa metafora di Dio e del suo servo Davide (cfr. Ez 34) come vero pastore, in polemica con i re e i capi di Israele nella storia dei due Regni, accusati di aver abbandonato il gregge di Dio e aver causato la dispersione delle pecore (cfr. Ez 34,3-6).  Anche nel nostro testo i mercenari sono coloro che, invece di dare la vita per le pecore, fuggono alla vista del lupo e causano la dispersione del gregge (v. 12). Vi è qui una sintesi folgorante di tutta la storia di Israele, che ad ogni tornante della storia ha confidato più su istituzioni umane che sul suo Dio. Perché i re non sono stati all’altezza della loro chiamata, perché i mercenari di cui parla il Vangelo fuggono all’arrivo del lupo? Perché le pecore non sono le loro, non gli appartengono (v. 12-13), e dunque non c’è un rapporto di fiducia e di amore con esse. Invece il bel pastore è colui che conosce le sue pecore e le sue pecore lo conoscono. Nel verbo “conoscere” si concentra una notevole densità semantica e teologica: non si tratta di una conoscenza esteriore o intellettuale, ma di una relazione che porta ad una reciproca appartenenza esistenziale. Nella Bibbia questo verbo descrive ad esempio la relazione sessuale tra l’uomo e la donna (cfr. Mt 1,25) e insieme anche la relazione di alleanza tra Dio e il suo popolo (cfr. Ger 31,34). Questo rapporto di reciproca appartenenza è il frutto di una potenza d’amore divina, che opera attraverso Gesù e che scaturisce dall’amore e dalla reciproca conoscenza tra il Padre e il Figlio (v. 15). Non si tratta qui solo di un paragone, ma proprio di una relazione causale permanente: le pecore possono entrare nella relazione d’amore con il loro pastore in forza dello stesso amore che unisce il Padre e il Figlio, un amore che si manifesta nel dono della vita per le pecorelle. Si tratta di un libero atto d’amore che Gesù compie, nel deporre la sua vita sulla croce, in piena obbedienza alla volontà del Padre, per poi riprendere la vita con la resurrezione (vv. 17-18). Il Padre e il Figlio operano infatti in piena unità di intenti, volontà ed amore, e in tal modo va inteso il termine “comando-legge” (“questo comando ho ricevuto dal Padre mio”). Da questa loro comunione, offerta dal Figlio sulla croce, scaturisce l’unità per tutto il genere umano e non solo per le pecorelle del popolo di Israele (v. 16). Proprio la morte di Gesù sarà l’atto definitivo con il quale Dio riporta ad unità il popolo e tutti i figli di Dio dispersi (cfr. 11, 51-52)

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Dispersione o unità in questi giorni? Dove ritrovo la mia unità con me stesso e con gli altri? (15 minuti)

 

Questa domanda  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 10, 11-18 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso ma, seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

  • Il bel pastore espone la propria vita per le pecorelle. Percepisco il dono totale che Gesù ha fatto per me, per salvarmi dalla dispersione e dalla morte?
  • Il mercenario lascia le pecore e fugge. A quali realtà umane, persone, gruppi, istituzioni, idee mi aggrappo come se fossero il bel pastore, salvo poi sperimentare che esse non reggono all’urto della prova?
  • Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono Ho un rapporto di conoscenza vera, profonda, intima con Gesù? Vivo la Chiesa come il gregge, che appartiene solo a Lui? Sento che questa appartenenza porta ad unità anche nella mia vita?
  • Ho altre pecore…saranno un solo gregge, un solo pastore. Il mistero della Chiesa e del Regno di Dio supera i confini visibili all’uomo. Ho questo sguardo aperto sul cuore di ogni uomo, di qualsiasi razza, cultura o religione?
  • Ho ricevuto questo comando dal Padre mio. Come concepisco il ruolo del Padre nella morte/resurrezione di Gesù? Ne colgo la volontà d’amore e lo straordinario e paradossale disegno di comunione per tutta l’umanità?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare III Pasqua Anno B

 

 

 

Lettura Popolare III Pasqua – anno B

III Pasqua anno a

 

Lc 24, 35-48

Risorto secondo le Scritture

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

I discepoli di Emmaus arrivano a Gerusalemme la sera stessa del giorno in cui Gesù è apparso loro lungo il viaggio e ha cenato con loro. Qui, in quella stessa sera, Gesù appare in modo improvviso agli undici riuniti insieme. L’apparente difficoltà cronologica si risolve dal punto di vista teologico: tutte le manifestazioni di Gesù accadono nel primo giorno dopo il sabato (cf. 24,1), che è il giorno della resurrezione.

Gesù compare improvvisamente e sta in mezzo agli undici (cf. Gv 20,19), secondo una modalità che ricorda la presenza di Dio in mezzo al suo popolo (cf. Mt 18,20 e 1 Sam 4,3). Il saluto che Gesù rivolge loro non è solo una formula convenzionale, ma una parola che produce effetti ben precisi, di gioia e forza interiore (cf. v. 41), non appena la paura e il terrore di questa improvvisa presenza lasceranno il cuore dei discepoli (cfr. v. 37).

L’evangelista insiste particolarmente sui pensieri erronei degli undici, che credono di vedere un fantasma e sono spaventati, e sulla tranquillizzante realtà del corpo risorto di Gesù: si tratta davvero di un corpo, con carne e ossa (vv. 37-38), che si può vedere e toccare (cf. 1 Gv 1,1). Addirittura egli mangia un pesce in mezzo a loro: non si tratta di un angelo, come quello che ha camminato con Tobia (cf. Tb 12,16) ma di una persona con un corpo umano reale. La resurrezione di Gesù è dunque un fatto reale, concreto: egli è risorto con il suo corpo di carne! Al contempo questo corpo supera i limiti della nostra esperienza ordinaria: egli è comparso all’improvviso e porta misteriosamente i segni della sua passione. Non a caso Gesù li richiama fortemente alla sua identità: “sono io stesso” (v. 39), e li invita a riconoscerlo non tanto nel volto, quanto nelle mani e nei piedi. Essi infatti recano i segni della crocifissione: gli apostoli devono identificare nel risorto esattamente quello stesso Gesù che era stato crocifisso! C’è una misteriosa unità tra croce e resurrezione: la resurrezione non è un semplice ritorno in vita, ma la vittoria definitiva contro il male e la morte che si sono manifestati nella croce. Di conseguenza la croce può essere accolta e vissuta solo alla luce della potenza di vita che si rivela nella resurrezione.

Gesù intende chiarire ai discepoli proprio questo mistero, aprendo la loro intelligenza alle Scritture dell’Antico Testamento (cfr. vv. 44-45), suddivise in Mosè (Pentateuco) Profeti (libri storici e profetici) e Salmi (libri sapienziali). Tutto il mistero delle Scritture si riassume nella passione e resurrezione il terzo giorno, intimamente connesse tra loro!

Il compimento delle Scritture chiede però un ulteriore passaggio: l’annuncio del mistero Pasquale, con gli effetti di conversione e remissione dei peccati a tutti i popoli (v. 47) La testimonianza degli undici si diffonderà tra giudei e pagani a partire da Gerusalemme, per successivi cerchi concentrici, fino a giungere al cuore del mondo intero allora conosciuto, Roma (v. 48). È l’itinerario degli Atti degli apostoli che viene qui succintamente descritto (cfr. At 1, 8).

L’evangelista Luca fa in modo che proprio gli undici, scelti da Gesù prima della sua passione, divengano i testimoni ufficiali e accreditati del mistero pasquale di Gesù, grazie a tale reale e insieme misteriosa esperienza del risorto in mezzo a loro.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Come mi pongo dinanzi alla realtà della mia morte e di qualche persona cara? La resurrezione è per me una realtà? (15 minuti)

 

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 24, 35-48 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

Siamo il primo giorno dopo il sabato. Gesù è morto da tre giorni. L’apparizione ai discepoli di Emmaus e a Pietro (accennata al v. 34) precede questa manifestazione più “ufficiale” all’intero gruppo degli undici e agli altri discepoli.

 

Ci troviamo nello stesso luogo in cui la comunità degli apostoli e discepoli è riunita fin dal giorno di sabato, dopo la morte di Gesù e la sua sepoltura.

 

Ci soffermiamo sui verbi e le azioni dei personaggi, con alcune domande più esistenziali, a titolo di esempio.

Sullo sfondo i discepoli di Emmaus stanno ancora parlando, mentre Gesù compare in mezzo ai suoi discepoli. Egli sta in mezzo come JHWH in mezzo al suo popolo. La posizione eretta ricorda il mistero della resurrezione.  Il risorto dona la pace e la gioia con il suo saluto: “pace a voi”.

  • Sono consapevole che dentro alla comunità cristiana, in mezzo a noi, è presente il risorto?

 

I discepoli hanno paura e sono spaventati (si usano due verbi per insistere su questo sentimento). La paura li trae in inganno: essi giudicano male pensando di avere davanti a loro un fantasma. Poi hanno gioia e meraviglia, ma ancora non credono.

  • Spesso anche a me la paura trae in inganno, in ogni ambito della vita. Sono disponibile a lasciarmi correggere da Gesù? Mi lascio sorprendere dal dono improvviso della gioia? Mi fido di Lui?

 

Gesù invita i discepoli a vedere e toccare. Prende e mangia un pesce davanti a loro. Il risorto ha caratteristiche estremamente reali e concrete.

  • Cos’è per me la fede nella resurrezione?

 

Gesù apre la mente dei discepoli a comprendere le Scritture.

  • Sono aperto ad una lettura spirituale della Scrittura, antico e nuovo testamento, alla luce del mistero di Gesù morto e risorto?

 

Gesù mostra agli undici le mani e i piedi

  • Il mistero del crocifisso/risorto è per me il segno che dentro ogni morte nella mia vita germoglia il seme della resurrezione pasquale?

 

Le Scritture si compiono con l’annuncio.

  • Sono convinto che anche la mia testimonianza cristiana si realizza attraverso il compiersi della Parola di Dio nella mia vita?

 

 

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare V Quaresima Anno B

 

 

 

 

 

-V Quaresima Anno B Gv 12, 20 – 33

Gv 12,20-33

Il mistero della croce

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Tra i pellegrini saliti a Gerusalemme a Pasqua vi sono dei greci, simpatizzanti del giudaismo, che vogliono vedere Gesù. Essi si rivolgono a Filippo, che va da Andrea e insieme si recano da Gesù. Questa iniziativa è per Gesù un segno del compimento della sua ora, che è al cuore del discorso di Gesù (v. 27). L’ora è quella della glorificazione del figlio dell’uomo attraverso la morte (v. 23) che è imminente, dopo tutti i tentativi di arrestare Gesù che erano andati a vuoto (cf. 7,30; 8,20). Gesù è il misterioso granello che caduto in terra scompare nel terreno, muore, per poi portare molto frutto (v. 24 cf. Mt 13,3; Mc 4,26-29; 1Cor 15,35-38). La sua morte è necessaria perché vi sia il frutto della redenzione universale di tutti i popoli: quando Gesù sarà innalzato da terra nella croce, egli attirerà tutti a sé (v. 32-33). È il dono della vita che porta con sé la vita eterna e questo vale anche per il discepolo di Gesù, che è chiamato a servirlo ossia a seguirlo fino alla sua morte, fino allo scandalo della croce. Qui, nel luogo dove si manifesta la piena comunione di Gesù con il Padre, anche il discepolo ne diverrà partecipe (v. 26).

Certamente anche Gesù prova dei sentimenti umani, la sua anima è turbata (v. 27; cf. 11,33), egli però si abbandona al Padre, in modo molto simile a come viene raccontato dai vangeli sinottici nella scena del Getsemani (cfr. Mc 14,35-36). Gesù lascia che il Padre manifesti la sua gloria attraverso il dono di sé, in tutto il suo itinerario terreno («l’ho glorificato») fino alla sua morte in croce («di nuovo lo glorificherò») (v. 28). Si tratta di un innalzamento che causa la sconfitta definitiva del principe di questo mondo e compirà la rivelazione delle Scritture, con l’ingresso di tutti gli uomini nella salvezza (vv. 31-32). Egli è il servo che sarà innalzato grandemente e vedrà una moltitudine di figli (cfr. Is 52,13; 53,12), i figli di Dio dispersi che saranno radunati nell’unità (Gv 11,51).

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti) Perdere la propria vita o tenerla stretta?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

  • Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 12,20-33. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto in cui Gesù si trova?

Gesù è appena entrato a Gerusalemme e gli eventi della passione si avvicinano. Nel contesto della festività pasquale anche tanti pagani, di lingua greca, affluivano a Gerusalemme, per onorare il Dio di Israele. Ecco che hanno saputo di Gesù e lo vogliono incontrare

  • Sono consapevole che sono proprio i più «lontani» ad avere nel loro cuore il più grande desiderio di incontrare Gesù e di conoscerlo?
  • Quali personaggi in gioco?

I greci rappresentano tutti i popoli del mondo, che Gesù attirerà a sé con il suo innalzamento sulla croce. Sono i discepoli Filippo ed Andrea a recarsi da Gesù per portare l’annuncio di questo desiderio dei pagani.

  • Mi metto, come gli apostoli, a disposizione del desiderio delle persone ad incontrare Gesù? Sono disponibile ad annunciare la croce di Gesù come l’unica salvezza?
  • Quale rivelazione di Gesù?

Egli verrà innalzato sulla croce, ma proprio questa umiliazione sarà la manifestazione definitiva della gloria di Dio e del suo amore per ogni uomo. È il chicco di grano che muore in terra per portare molto frutto. Così anche il discepolo di Gesù deve perdere la sua vita e non trattenerla per sé.

  • Sono disponibile a seguire Gesù sulla croce, per partecipare della sua comunione d’amore con il Padre?
  • Gesù vive un profondo turbamento di fronte alla prospettiva della passione. Condivido con lui questa sofferenza? Sento l’amore con cui affronta tutto ciò che l’aspetta e che quell’amore è rivolto proprio verso di me?

 

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.