La luce è il primo elemento che viene creato da Dio. Anche per la scienza le particelle che costituiscono la luce sono tra le più piccole e misteriose che si conoscano: i fotoni. Si possono addirittura rilevare i primi fotoni emessi dopo il big bang, nella cosiddetta radiazione cosmica di fondo.

Se vogliamo portare la riflessione a livello umano possiamo dire che la luce è diffusa dappertutto e si trova in ogni angolo di umanità: è capace di illuminare anche le zone più oscure, più nascoste, più difficili da penetrare del cuore dell’uomo e della vita sociale. Oltrepassa tutti i confini, anche quelli ecclesiali, perché è lì dove il cuore dell’uomo la lascia entrare, pronta a “bucare” le zone d’ombra per portare la sua vita che proviene dall’origine, da Dio.
Giovanni il Battista è definito dal prologo del vangelo di Giovanni come testimone della luce. Nonostante il suo enorme carisma, egli non ha mai voluto accentrare su di sé il ruolo di Cristo, di messia, di profeta che deve venire negli ultimi tempi, ma ha lasciato per sé il ruolo di colui che prepara il terreno perché la luce possa entrare nel mondo. Egli si è ritagliato il ruolo di testimone della luce. Questo significa che anche l’acqua, con cui battezzava, era un segno primordiale, cosmico, di una vita che viene dall’origine e non da lui. Un segno e uno strumento, in grado di attirare altri, di preparare l’azione della luce, che opera non all’esterno, come l’acqua, ma all’interno, nel cuore.
Anche noi, come Giovanni il Battista, possiamo essere testimoni della luce. Non perché amministriamo dei riti con l’acqua, ma perché sappiamo aiutare gli altri ad aprire il cuore alla luce. Con la nostra parola, il nostro sorriso, la nostra presenza, dentro al buio e alle fatiche che gli altri vivono. Va bene, mi potrete dire voi, ma non siamo noi i primi ad aver bisogno, ad attraversare il buio e le fatiche: e come potremo portare luce agli altri? Proprio così, vi rispondo io, accettando le vostre fatiche e il vostro buio, accogliendo quella luce che è in grado di attraversarli: così essa potrà passare da cuore a cuore, con quell’empatia che non giudica, ma porta dentro le fatica dell’altro, che è simile alla mia.
Lo stile non è quello di colui che dice la strada con autorità, che risolve i problemi: noi siamo come Giovanni il Battista, non possiamo accentrare su di noi senza far danni, senza illudere, senza creare false aspettative, senza intrappolare l’altro in una falsa fiducia. Lo stile del testimoniare richiede il decentramento, che sa cogliere l’azione della luce, indipendente da noi, nel cuore dell’altro. Richiede saper valorizzare le qualità, i doni, i carismi dell’altro, senza intrappolarlo in giudizi senza appello, ma anzi lasciando aperta la porta ad evoluzioni anche inaspettate.
Come genitori c’è spesso un rifiuto della fragilità dei propri figli: forse invece proprio quelle fragilità possono rivelare la pietra preziosa, vanno accolte, accompagnate, perché si rivelino anche i doni e le qualità positive. Saper confidare nei propri figli e stupirsi di loro, accogliendoli come un dono: significa essere testimoni della luce.
Nel lavoro spesso può accadere di intrappolare l’altro in un giudizio, in una mansione, in un contesto che gli impedisce di esprimersi per quello che è, per quello che può dare. Anche qui, con tutta umiltà, possiamo essere testimoni della luce.
Nella vita, in tutte le relazioni, la postura oggi più necessaria per essere testimoni della luce è quella dell’ascolto. Solo chi ascolta con tutto il cuore può ospitare l’altro e far passare la luce. Si tratta di essere amici e di lasciare che lo sposo agisca ed entri per abitare.
Come Giovanni il Battista: l’amico dello sposo.
Portiamo luce, con il sorriso e le parole, in questi giorni e entrerà anche nel nostro cuore la luce di Cristo, di colui che abita in noi con la potenza del Suo amore.
