
Il discepolo che Gesù amava, che tradizionalmente è identificato con l’apostolo ed evangelista Giovanni, corre insieme con Pietro verso il sepolcro, dopo l’annuncio di Maria di Magdala.
Immaginiamo i pensieri che attraversano la mente e il cuore dei due discepoli: avranno rubato il corpo del maestro? Chi potrebbe averlo fatto? E per quale motivo? Oltre all’immenso dolore della morte dell’amico e del maestro, essi immaginano anche la beffa di non ritrovare più il suo corpo, dopo che è stato unto secondo tutte le consuetudini ebraiche: una vera profanazione.
Tra i due c’è una sorta di competizione. Corre più veloce il discepolo amato, perché è quello che per primo intuisce e riconosce l’identità del Signore. Ma egli lascia che entri per primo Pietro nel sepolcro a constatare i segni, perché Pietro ha un primato tra gli apostoli.
Ciò che è particolare è che Pietro vede le stesse cose del discepolo amato, ma le conclusioni che essi traggono sono diverse. Pietro osserva il tessuto del sudario piegato in un luogo a parte e si domanda, probabilmente, se un ladro abbia avuto il tempo o il motivo per fare una cosa del genere. Pietro rimane in questa interrogazione della scena, senza poter accedere dal segno al suo significante nascosto.
Il discepolo amato invece vede più intensamente: poiché egli è amato e si nutre di questo amore e delle parole del suo maestro, che aveva detto di voler dare la propria vita per poi riprenderla, egli vede questo dono nei segni dei teli e del sudario, ed è quindi in grado di accedere a ciò che il segno realmente significa, che è una realtà più profonda e decisiva per la sua vita: il Signore è risorto, è vivo.
In questo modo il discepolo amato ricava dal suo essere amato la possibilità di vedere la realtà in modo più vero, anche dentro alle situazioni più difficili e contraddittorie, come la morte del suo maestro. Egli è in grado di ribaltare le interpretazioni più negative, desolanti e false (hanno rubato il suo corpo!) per accedere alla parte più profonda e vera della realtà, ossia che il male non ha l’ultima parola nella nostra vita ed è trasformato dalla potenza dell’amore in un bene infinitamente più grande e totale.
Questo discepolo ci offre l’indicazione più autorevole per leggere nella nostra vita i segni della presenza di Dio, proprio lì dove spesso vediamo solo buio e desolazione. Si tratta di lasciarsi aprire il cuore e gli occhi da un amore gratuito, infinito e senza condizioni: se entriamo un poco per volta in questo amore, che Dio ha per noi, riconosciamo dentro alla vita questa dinamica di resurrezione che ci attraversa già, dentro alle nostre morti.
Questa potenza d’amore ha effetti concreti nella nostra vita, di risanamento, di guarigione, di consolazione, che ci permette di attraversare anche le zone oscure, i mari profondi ed approdare all’altra riva in modo nuovo. Se ci guardiamo indietro ci chiediamo: ma come abbiamo fatto? Chi mi ha dato la forza di affrontare e superare tutto questo?
Penso alle persone anziane, a come esse vivono costantemente dentro alle fatiche fisiche e, a volte alla solitudine. Eppure possono trovare ogni giorno il coraggio di andare avanti e la pazienza e la fiducia che non sono soli. Penso ai giovani che iniziano un percorso famigliare, con bambini piccoli e lavoro per entrambi, e che faticano a tenere l’agenda un pò libera per loro e a non vivere con ansia ogni cosa. Eppure la vita cresce in loro e attraverso di loro. Penso a tante donne, bambini e giovani immigrati in Italia, quelli sbarcati e quelli giunti dalla guerra in Ucraina: penso al senso di sradicamento e alla difficoltà di inserirsi in un contesto nuovo e non sempre accogliente. Eppure anche loro lottano per costruire una vita bella e dignitosa. Penso e mi chiedo: non sono tutti questi dei segni da interpretare, come quelli del sepolcro vuoto? Davanti a questi segni potremmo chiederci: ma chi ci ha rubato un futuro di pace e di serenità? Oppure potremmo vedere e credere. E credendo proclamare: eppure sei tu qui in mezzo a noi, come risorto, a darci la forza di vivere e sperare, di alzarci e camminare, tutti insieme: no, non siamo abbandonati e soli, siamo figli amati e custoditi!
Custoditi dal buon Pastore, che ci ha dato la vita e l’ha ripresa con la forza dell’amore!
