La logica delle beatitudini
Perfetto equilibrio: con questa espressione pensiamo particolarmente ai corsi di yoga o di zen, che ci aiutano ad uscire da pensieri troppo stressanti e a ritrovare un certo equilibrio interiore, forse un certo benessere.
Certamente l’equilibrio è necessario e questi strumenti di meditazione possono aiutarci a prendere maggiore consapevolezza del nostro corpo e della necessità di tenere un certo equilibrio nei nostri impegni e nei nostri pensieri.
Ma c’è un pericolo: ed è quello che la nostra società tecnoscientifica ci porta a pensare di utilizzare buone pratiche, per tenere “sotto controllo” la nostra vita, mantenendoci in una sorta di autosufficienza, di benessere perfetto.

La proposta che Gesù oggi ci fa intende andare oltre, superare questa concezione di benessere come puro equilibrio…va bene infatti l’equilibrio, ma se non sappiamo dove andare, a che cosa serve? Dovremo pure sbilanciarci verso qualcosa…
Gesù ci propone le beatitudini, come un sano sbilanciamento, in verticale e in orizzontale. Beati i poveri di Spirito è lo sbilanciamento in verticale, ossia la capacità di lasciarsi andare, abbandonarsi, mollare il controllo, per comprendere come la vita in realtà sia nelle mani di un Altro, che la accompagna e conduce secondo una logica perlopiù misteriosa e nascosta, ma sempre caratterizzata dall’amore. No la vita non è in mano nostra, ma in mani molto migliori, anche se a volte è difficile comprenderlo. I poveri di spirito sono coloro che sono usciti dalla loro pretesa di autosufficienza, per entrare con tutte le mani e i piedi dentro alle contraddizioni della vita e della storia, coloro che sanno di non poter bastare a loro stessi e che sentendosi profondamente amati da uno sguardo libero e liberante, lo sguardo del Padre, cercano di gustare ogni giorno la libertà dei Figli di Dio.
L’altro sbilanciamento delle beatitudini viene di conseguenza ed è quello orizzontale, che caratterizza tutte le altre: beati coloro che piangono, i miti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia.
Commentiamo, per brevità, solo le prime due.
Beati coloro che piangono. Chi si apre alla Vita e a Dio, sbilanciandosi verso l’Altro, è pronto ad aprirsi all’altro con la a minuscola, al suo bisogno, con il pianto e con la consolazione. Non è il gusto del soffrire, tutt’altro: è stare dentro alla storia, che scorre in noi e accanto a noi e a lasciarsi toccare da essa, in modo empatico. Siamo chiamati a soffrire e gioire insieme, a non avere paura della nostra umanità e questo ci porta a vivere fino in fondo, ad essere uomini e donne vere.
Beati i miti. Bisogna saper stare nella gioia e nel dolore, nostro ed altrui, con la capacità di esprimere tutto se stessi, con la propria passione, rilanciando in avanti, anche quando vi sono fatiche e scoraggiamenti, ritessendo legami e relazioni, quando vi sono lacerazioni. Questa è la beatitudine di chi si mette al servizio, senza lasciarsi condizionare dal passato, da ferite e risentimenti, per rilanciare continuamente, con speranza, fili di comunione e di progettualità.
Abbiamo tanto bisogno, nella nostra società e nel mondo, di questa logica sbilanciata delle beatitudini. Come portare pace in un mondo dominato da logiche di simmetria violenta, che rischia l’autodistruzione? Ci vuole qualcuno che dica, forte e chiaro, che la logica degli equilibri violenti porta solo alla morte e che proprio questo è il momento di credere alla follia di proposte di pace, di nuove tessiture di dialogo.
Le società che si chiudono in loro stesse, nella loro pretesa autosufficienza – pensiamo alle chiusure dei lockdown cinesi – non hanno futuro. Solo lo sbilanciamento verso la vita, proprio della beatitudine, è in grado di costruire un progetto di “uomo” realmente sostenibile.
