Non è facile entrare in contatto con la propria unicità: i talenti vanno allenati, seguiti. Delle proprie convinzioni bisogna avere la responsabilità. Delle proprie forze bisogna avere la cura.Immaginatevi quanto si comincia con i dolori che vanno affrontati, le fragilità che vanno accudite. Non è facile entrare in contatto con la propria unicità. Come si fa a tenere insieme tutte queste cose? Io un modo ce lo avrei: si prendono per mano tutte le cose che ci abitano, quelle belle e quelle che pensiamo siano brutte e si portano in alto. Si sollevano insieme a noi, alla luce del sole, in un grande abbraccio innamorato. E gridiamo, che bellezza. Tutte queste cose sono io! Dal monologo di Drusilla, Festival di San Remo 2022.

Dio ci fa paura? Le sue proposte ci sembrano pericolose e preferiamo affidarci ai nostri calcoli prudenti e ai nostri tentativi di controllo? Troppo misterioso per essere manipolabile e troppo vicino per non conoscere le nostre fragilità, Dio può apparire davvero un azzardo.
Qualcuno, per sbarazzarsi di questa paura e di questo azzardo, preferisce sbarazzarsi di Dio, o almeno di una cosciente frequentazione di Lui (perché nel cuore il desiderio è incancellabile).
Nella prima lettura e nel vangelo abbiamo due testimonianze della paura di fronte a Dio, alla sua voce, alla sua manifestazione misteriosa e alla sua chiamata. Sono Isaia e Pietro.
Entrambi provano timore e insieme una profonda consapevolezza della propria fragilità e lontananza da Dio, di fronte alla sua presenza. Isaia dice: sono un uomo dalle labbra impure; Pietro dice: allontanati da me, che sono un peccatore.
Non si tratta per Pietro, né per Isaia, di alcuni peccati particolari, ma della chiara percezione della propria “inadeguatezza” a stare davanti a Dio e forse anche della paura di fronte ad una presenza così grande da non poterla controllare.
In entrambi i casi Dio reagisce facendo loro fare un cammino di purificazione, ossia di trasformazione, che converte la paura in un’esperienza d’amore riverente. È il famoso timore di Dio, che non è più paura, perché la forza del peccato è ormai vinta dall’amore di Dio. Il cuore conserva la percezione della grandezza di Dio e della nostra piccolezza e umiltà ma, al contempo, quella paura eccessiva di Dio scompare e rimane la percezione di essere amato e incoraggiato ad andare, a camminare avanti, nel mistero della vita, ascoltando sempre quella voce che chiama.
Dove chiama?
La direzione è contenuta nel segno stesso rivolto a Isaia e a Pietro: per il primo un carbone ardente che purifica le labbra, perché egli possa rivolgere al popolo la Parola stessa di Dio; per il secondo le parole di Gesù: “non temere, ti farò pescatore di uomini”.
La chiamata del profeta è quella di portare Dio agli altri, attraverso la propria persona e la propria parola. È una proposta che Dio fa a ciascuno di noi, di fiorire lì dove il Signore ci ha chiamato, nel contesto delle relazioni in cui siamo inseriti, ma portando la novità radicale di noi stessi, contenuta nel nostro cuore: la novità di Dio.
Per Pietro la chiamata è quella di diventare “pescatore di uomini”. Il termine greco per indicare “pescatore” significa “prendere vivo” qualcuno. Quindi per Pietro si tratta di prendere i pesci e di farli vivere, di portarli alla vita.
È una potenza, quella del Vangelo, che non dipende da noi: non è qualcosa che possiamo utilizzare o chiamare a nostro piacimento, quando ci va. È invece, come dice san Paolo, una corrente vitale nella quale siamo inseriti non da soli, ma come comunità, dentro ad un annuncio che ci è arrivato e che spetta a noi consegnare agli altri mantenendolo nella forma in cui l’abbiamo ricevuto, ossia l’annuncio che Gesù è morto ed è risorto, secondo quel progetto d’amore contenuto nelle Scritture e che ci rivela che Dio è Padre e ci ha consegnato tutto di lui, ci ha consegnato suo Figlio.
E in lui, nel suo Figlio, anche ciascuno di noi è figlio unico, amato in modo particolare e speciale.
Come cristiani in questo momento siamo chiamati a rialimentarci a questa corrente vitale, che ci fa scoprire la nostra meravigliosa chiamata, la nostra unicità dentro a questo messaggio d’amore di Dio. Vorrei qui citare Drusilla, che ha bellissime parole sulla nostra unicità e lascia trasparire lo sguardo del Dio d’amore su ciascuno di noi: “Non è facile entrare in contatto con la propria unicità: i talenti vanno allenati, seguiti. Delle proprie convinzioni bisogna avere la responsabilità. Delle proprie forze bisogna avere la cura.Immaginatevi quanto si comincia con i dolori che vanno affrontati, le fragilità che vanno accudite. Non è facile entrare in contatto con la propria unicità. Come si fa a tenere insieme tutte queste cose? Io un modo ce lo avrei: si prendono per mano tutte le cose che ci abitano, quelle belle e quelle che pensiamo siano brutte e si portano in alto. Si sollevano insieme a noi, alla luce del sole, in un grande abbraccio innamorato. E gridiamo, che bellezza. Tutte queste cose sono io!”
