Ama e fà ciò che vuoi! (Omelia XXXI TO Anno B)

Amore: un filosofo moderno, Nietsche, lo considerava come espressione di una volontà di potenza, è l’io che si deve espandere.

Un poeta romantico Novalis, lo definiva come malinconia, mal d’amore, desiderio insoddisfatto d’infinito.

Ma se così fosse, l’amore sarebbe semplicemente un fenomeno circoscritto al nostro io, incapace di farci incontrare con gli altri.

Nel vangelo la figura, la parabola dell’amore è la croce. Essa ha due assi, quello verticale, che unisce la terra al cielo, l’uomo a Dio, e quello orizzontale che, per così dire, abbraccia gli uomini. È il senso dell’amore che ci offre Gesù nel dialogo con il fariseo, sulla sintesi di tutta la legge.

Amore di Dio, braccio verticale della croce, significa sentire con tutte parti e le fibre del nostro essere la relazione con un Altro che ci pone al nostro posto, come creature povere e limitate ma amate intimamente: sentire questo amore e coltivarlo, con tutto il cuore, cioè con le nostre decisioni profonde, con tutta l’anima, cioè con la nostra vita interiore e psicologica, e con tutte le forza, cioè con la nostra volontà, mettendoci tutto l’impegno che viene dal profondo del nostro essere. Questo è il braccio verticale: ma sarebbe ancora poco se non ci fosse, innestato in questo braccio verticale quello orizzontale, ossia l’amore del prossimo. Qui l’amore di Dio si manifesta realmente come capace di attraversare e riempire di sé tutte le manifestazioni della nostra vita, tutte le nostre relazioni. Solo così esso può “abbracciare” la nostra vita e colmarla fino alla misura piena.

Ciò vuol dire almeno tre passi:

  1. Siamo in una cultura e civiltà dell’immagine, che inquina a tal punto la nostra mentalità e le nostre relazioni, da farci pensare che l’amore sia una questione di offrire agli altri una certa immagine buona di noi, un certo modo di proporci, per accontentare gli altri e in fondo essere così confermati interiormente. Non è così. L’amore non è mai una forma di difesa della nostra immagine, ma una spinta interna, talvolta anche a scapito dell’immagine che gli altri hanno di noi, a stare con gli altri, condividere e partecipare i desideri profondi che sono nel nostro cuore.
  2. l’amore è un lavoro sul confine, mio e dell’altro, che comporta l’accarezzare costantemente i limiti, miei e dell’altro, standoci dentro e accogliendoli. Ad esempio perché ci accade che i difetti dei nostri figli ci facciano così arrabbiare? Non è forse perché fanno così bene da specchio ai nostri difetti? E quella rabbia verso di loro non è forse rivolta segretamente a noi stessi? Nelle relazioni genitori-figli si vive in modo viscerale la massima evangelica secondo cui amare l’altro non accade più o meno ma nel modo in cui si ama se stessi. Non si possono amare i propri figli se non ci si esercita anche ad amare noi stessi, a stimarci, ad accoglierci con i nostri limiti.
  3. I segnali positivi di questo lavoro al confine nelle relazioni sono, ed è il terzo passo, la tenerezza e l’umorismo. Se riesco a sorridere in qualche modo dei limiti, vedendone il lato a volte un po’ ridicolo ma sempre circoscritto, se riesco a non averne paura, a non scandalizzarmi, a osservare con tenerezza certi lati…beh siamo un pezzo avanti nell’amore.  Ciò significa che siamo in grado di uscire da noi per incontrare l’altro con i suoi bisogni e necessità (empatia). Lasciarsi toccare nel profondo dalla ferita altrui e provare a “guardarla” con gli occhi di Dio, che ama senza giudicare.

Ama e fa ciò che vuoi, diceva Agostino. Non è un invito al libertinismo. È invece la profonda fiducia nel fatto che l’amore vero, sorretto e purificato da Dio, ci conduce all’intima comunione con gli altri, ad accoglierli così come sono, senza falsi idealismi e a vivere nel mondo reale, provando a trasformarlo, almeno un po’, in quel paradiso a cui Dio ci ha da sempre chiamati a vivere.

Pubblicato da bibbiainrete

prete cattolico particolarmente impegnato nello studio e divulgazione della bibbia e nell'animazione biblica della pastorale

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