La Sapienza ebraica di Gesù di Nazareth

 

Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. (Mt 13,12-13)

 

Che senso ha una parola in parabole che non viene compresa da quelli di fuori? Oggi ci si sforza di avere una comunicazione comprensibile, capace di ottenere l’effetto giusto sull’ascoltatore: sembra invece che le parabole vogliano fare il contrario.

In realtà dobbiamo capire meglio il senso della profezia di Isaia a cui Gesù fa riferimento, per motivare il suo parlare in parabole: “perché non vedano e non si convertano e io li guarisca”. Sembra che, per Gesù, come in fondo è stato per tutti i profeti in Israele, la guarigione del cuore passi attraverso la non comprensione. Cosa significa questo?

La sapienza profetica, ebraica, non è come quella greca, centrata sull’argomentazione logica. Essa infatti procede per intuizioni, immagini, simboli, che tengono insieme realtà apparentemente opposte, con fortissime tensioni di significato, perché intende collocare all’interno di questi simboli e immagini anche il processo della libertà umana, in modo che essa vi si rispecchi e rimanga coinvolta da dentro. Allora se la persona non comprende e accetta con libertà di non comprendere, lì si comincia ad aprire il cuore ad un mistero più grande, dove agisce la grazia di Dio. Finché la libertà non è coinvolta da dentro, il seme seminato non porta frutto, ma rimane sempre la possibilità di un’azione gratuita dell’amore onnipotente, che trasforma il cuore, che lo apre, dopo averlo spogliato della propria superbia e chiusura. È il mistero della parabola, che produce frutto dialogando con la libertà dell’ascoltatore.

Ripetiamo ancora meglio: le parabole sono un linguaggio della libertà, che si adatta al cuore della persona, e producono comprensione a seconda delle disposizioni del cuore. Se c’è disponibilità personale a farsi delle domande, ad entrare in una narrazione che coinvolge e suscita interrogativi allora inizia un processo di comprensione, se invece la lettura rimane ad un livello esclusivamente esterno e la libertà non è coinvolta, le parabole producono una non-comprensione, un rifiuto, in attesa dell’azione della grazia di Dio nel cuore, di una guarigione la cui origine può situarsi solo in un punto misterioso e inaccessibile, Dio stesso. Le parabole ci raccontano anche di un’onnipotenza d’amore, che rispetta fino all’ultimo la libertà umana e dicono un mistero in atto, quello di una semina e di un frutto che dipendono dall’azione correlata di un Dio onnipotente nell’amore e di una libertà in atto da parte dell’uomo.

Le parabole di Gesù, e soprattutto quella del seminatore, ci ricordano che l’annuncio del vangelo non è trasmissione di contenuti, ma esperienza di gratuità, nella quale si apre il mistero di Dio. Esso attiva la fede elementare nella vita, che c’è in ogni uomo, per mezzo dell’incontro con il testimone, il seminatore.

Se applichiamo queste considerazioni ad un contesto religioso pluralistico, come quello in cui viviamo, ci rendiamo conto che il fine del dialogo per noi cristiani non è la conversione dell’altro, ma la gratuità della semina: dal dialogo emerge la grazia, l’amore, che favorisce l’incontro con Dio.  La conversione può essere solo frutto di tale azione. Essa può agire, ad esempio, anche in un contesto così drammatico come quello di Silvia Romano, rapita per più di un anno nelle mani di fondamentalisti islamici. Non sono sicuro che la sua conversione sia esclusivamente frutto della sindrome di Stoccolma, che unisce la vittima ai suoi carnefici, malgrado il contesto di reclusione non sia ovviamente in grado di favorire un cammino di libertà interiore. Ritengo vi possa essere abbastanza profondità nel cuore dell’uomo, per pensare che il suo atto di conversione all’Islam non sia semplicemente il frutto di una costrizione o di una situazione estrema, ma qualcosa in cui è implicata la libertà di una donna e che l’ha condotta a trasformare una situazione orribile in un’opportunità di approfondimento personale. Dobbiamo avere grande rispetto di questa giovane donna e del suo travaglio spirituale! D’altra parte però l’interpretazione del rapimento come punizione di Dio, per i suoi peccati, che lei offre in una recente intervista, ci pone davanti la questione di un’immagine di Dio che richiede di essere problematizzata. È proprio questa immagine, che le parabole di Gesù ci spingono a trasformare, convertire, cambiare.  Il Dio di Gesù è un Dio paziente, gratuito, sovrabbondante che punta a guarire e trasformare il cuore. Egli non punisce, ma trasforma continuamente ogni difficoltà e sofferenza in occasione per fare esperienza del Suo amore.

Pubblicato da bibbiainrete

prete cattolico particolarmente impegnato nello studio e divulgazione della bibbia e nell'animazione biblica della pastorale

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