Aprire gli occhi. C’è molta gente che oggi va dicendo: “aprite gli occhi!” e poi rifila la “sua” verità sulle cose e sugli eventi che stiamo vivendo, spesso con poco fondamento e molta ricostruzione “complottista”. Così si finisce per discutere, anche animatamente, tra persone, ma anche tra stati e tra popoli. Di chi è la colpa? Dove sta il complotto? Chi ha la verità?
Così anche i due discepoli, quelli che da Gerusalemme vanno a Emmaus, commentano i fatti appena accaduti della condanna del loro maestro e della sua morte in croce e discutono, anche animatamente, tra di loro. Si allontanano, tristi, da Gerusalemme, e sono d’accordo solo sul fatto che le loro speranze sono ormai tramontate, litigando sull’interpretazione degli eventi. Ciascuno pretende di imporre la sua verità, la sua tesi “complottista”, la sua identificazione del colpevole. Allontanandosi dagli altri discepoli, da Gerusalemme, in realtà si allontanano anche l’uno dall’altro.
Ciò che ancora li tiene uniti, senza che ne siano davvero consapevoli, è Gesù risorto che, nei panni di un pellegrino, apparentemente inconsapevole degli eventi accaduti, si accosta a loro con molta discrezione e li fa parlare. Li aiuta a tirare fuori non soltanto i fatti, ma soprattutto i loro sentimenti, facendo emergere quella tristezza, quel lutto, quella fatica, che li sta divorando. Proprio da questa elaborazione del lutto, dovrà ripartire la loro speranza. Non si tratta semplicemente di elencare i dati, ma di offrirne una lettura più profonda, più vera, più aperta, una lettura del “cuore”. I dati sono lì, disponibili alle diverse interpretazioni: Gesù è stato consegnato dai sommi sacerdoti, è stato condannato a morte, le donne sono andate al sepolcro e non hanno trovato il corpo dicendo di avere avuto una visione di angeli e anche alcuni discepoli sono andati a verificare e non hanno trovato il corpo ma lui non l’hanno visto. Se questi sono i dati disponibili, è evidente che da essi può emergere una possibilità, certamente inaudita, ma anticipata da Gesù stesso prima di morire: il figlio dell’uomo dopo essere rigettato dai capi e ucciso, sarebbe risorto il terzo giorno. C’è una speranza concreta che emerge da quei fatti raccontati, ma i loro occhi non sono in grado di riconoscerla, perché il cuore è chiuso, duro, concentrato sul trovare le responsabilità e maledire il destino.
Solo la presenza di Gesù, che parla al loro cuore, permette loro di sciogliere le durezze e le chiusure e aprire gli occhi su un disegno più grande, più profondo, più vero, che moltiplica la gloria a misura della sofferenza: “non bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria?”. Non che la sofferenza fosse “necessaria” di per sé stessa, ma di fronte al male del mondo essa diventa un passaggio che trasforma tutto il male in un bene più grande, lo avvolge e lo assume dentro alla gloria di Dio. I discepoli non sono ancora in grado di riconoscere l’autore di questa nuova interpretazione, che comincia a scaldare il loro cuore, finché non lo riconosceranno nello spezzare il pane, nell’intimità della cena serale.
Anche per noi accade così. Dopo la tristezza, il nostro cuore riprende a scaldarsi, dentro ci sono forze di bene e di amore, che ci rianimano, c’è Lui, che ci parla, ma ancora non ne siamo consapevoli. Come lo riconosciamo? Nello spezzare del pane. È certamente il pane dell’eucarestia celebrata, ma, ancor più, il pane dell’eucarestia vissuta, che viene spezzato per noi tutte le volte che un gesto di condivisione, incoraggiamento, attenzione, premura mette radici nel nostro cuore e lo riscalda. Questi gesti si moltiplicano, quando non solo i pani si spezzano per donarsi, ma anche i corpi, come accade nel sacrificio che tanti oggi stanno compiendo, come medici, infermieri e lavoratori. E la speranza si riaccende, perché in questi pani e corpi pieni di vita che si spezzano donandosi, noi riconosciamo Lui, e siamo finalmente in grado di cogliere un disegno più grande, più profondo, una prospettiva di futuro e vita più vera dentro alle difficoltà che stiamo vivendo. Ciascuno di noi, nella sua situazione, può offrire agli altri questo segno di speranza, può spezzare il pane della propria vita, facendosi dono per gli altri anche nelle piccole cose.
Spezziamo i pani della vita, e saremo gli uni per gli altri un segno capace di aprire gli occhi a riconoscere Colui che ci parla e apre il nostro cuore alla Speranza.

