Nei promessi sposi si narra che il gran cancelliere Antonio Ferrer aveva fissato il prezzo del pane ad un livello più accessibile alla povera gente ma senza tener conto del livello dell’offerta di farina, estremamente bassa a causa della carestia. Quello stesso cancelliere va in mezzo alla folla per salvare il vicario di provvisione, a ripetere i luoghi comuni della gente, salvo poi disprezzarla in cuor suo. Riprendiamo le stesse parole del Manzoni-: «“pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un po’ di luogo di grazia”…Sopraffatto poi e come soffogato dal fracasso di tante voci, dalla vista di tanti visi fitti, di tant’occhi addosso a lui, si tirava indietro un momento, gonfiava le gote, mandava un gran soffio, e diceva tra sè: — por mi vida, que de gente! — “ Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane! ” “Si; pane, pane, ” rispondeva Ferrer: “ abbondanza; lo prometto io, ” e metteva la mano al petto.”».
Mi pare che le parole del Manzoni siano le più adatte a descrivere l’effetto del potere, quando è utilizzato per acquisire consenso, ma senza una presa in carico delle responsabilità delle scelte e delle loro conseguenze. Nella vita pubblica, dice Gesù, i capi spesso dominano e opprimono. Si parte da idee di giustizia, certamente in sé buone, ma che divengono pretese che poi cancellano ogni obiezione, anche quando l’obiezione è ragionevole. E allora il potere diventa autoreferenziale, incapace di guardare più in là, al bene comune, interessato solo alla propria immagine e a scaricare sugli altri la responsabilità degli inevitabili fallimenti.
Ma così accade anche nella nostra vita personale, quando le pretese di giustizia diventano pretesa di riconoscimento da parte degli altri e ci portano a scontrarci, a farne delle questioni personali, a non vedere più il bene che va al di là della nostra persona.
Questa è anche la pulsione che spinge i discepoli Giacomo e Giovanni a chiedere a Gesù di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, nella sua gloria. Per un attimo, di fronte alla paura che suscitava in loro il destino di passione appena annunciato da Gesù, essi pensano a loro stessi, pensano cioè a salvaguardare il loro futuro di gloria. Bypassando completamente la passione e la morte di Gesù, saltano direttamente alla resurrezione, e puntano ad assicurarsi un posto d’onore nel regno futuro.
Gesù non si arrabbia, ma cerca di farli ragionare attraverso delle domande, per farli andare oltre a sé stessi. Il calice e il battesimo rappresentano la passione e la morte del maestro, ossia il dono della sua vita ed essi ammettono di essere disponibili a condividerlo, ma non senza una gloria in qualche modo assicurata. Gesù invece toglie loro questa assicurazione, per mostrare loro una diversa prospettiva, in cui il mondo non è più guardato a partire dal proprio ombelico, ma a partire da una prospettiva universale, in cui nessuno è escluso: quella del servizio di tutti. Chi vuol essere il primo tra voi, sia il servo di tutti. Esattamente come il figlio dell’uomo che è venuto a servire e a dare la propria vita in riscatto per tutti.
Sembra una cosa difficile e irrealizzabile. In realtà si tratta semplicemente di cambiare il criterio-guida delle proprie azioni, da ciò che mi piace e mi gratifica, a ciò che è bene in sé, per ciascuno e per tutti. Poi si scoprirà che ciò che è bene in sé e per tutti, è anche molto più gratificante sul piano personale. Il modello del servizio è quello della mamma con il proprio figlio, in cui ogni gesto di affetto da parte del bambino è un dono, ma in cui la mamma non agisce per avere in cambio dei gesti d’affetto ma per il bene in sé del proprio figlio.
Questo è un principio di responsabilità che vale per la famiglia, il lavoro fino ad arrivare alla politica: guardare al bene, donarsi senza aspettare sempre una gratificazione, un riconoscimento immediato. Il riconoscimento, quello vero, verrà dopo. “Sedere alla mia destra o alla mia sinistra è per coloro per cui è stato preparato…da Dio”.

