È l’ora dei laici.
Se lo dice un prete, può apparire un’affermazione un pò sospetta: non è che il prete in questione intende “promuovere” i laici per sgravarsi lui di molti pesi pastorali e starsene un pò più tranquillo? Oppure con il segreto e gratificante pensiero di formarsi un qualche “esercito” di laici di cui essere “padre spirituale? Ma se il prete che fa questa affermazione, prima di diventare prete, ha avuto anche lui qualche piccola esperienza da laico, credente e impegnato nella pastorale, allora forse possono diminuire i sospetti su di lui. Forse quello che gli preme è aiutare le persone della sua parrocchia a “sentire” la grande dignità del loro essere battezzati e quindi pienamente corresponsabili della missione della Chiesa.
Gesù oltre ai dodici ne ha mandati altri 72 secondo il Vangelo di Luca. Non che i dodici rappresentassero il ministero ordinato e i 72 i laici…affermarlo sarebbe compiere un’affermazione anacronistica. E tuttavia i 72, numero che rappresenta le nazioni del mondo, sono inviati durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme per prolungarne la missione in una chiave di universalità. Gesù vuol raggiungere tutti, ma proprio tutti, senza eccezioni e per questo invia tutte le risorse che ha, tutti i suoi discepoli. Potremmo dire che appena uno diventa davvero suo discepolo…ecco che Gesù lo ha già inviato!
Ed essere suoi discepoli non significa affatto diventare preti…tutti noi, se lo abbiamo incontrato nella nostra vita, siamo suoi discepoli e, come tali, inviati a testimoniarlo in ogni contesto e ambito della nostra vita. Per Gesù è davvero arrivata l’ora dei laici!
Sballottati tra un parroco e l’altro, talvolta disorientati da impostazioni pastorali e ideologiche difficilmente conciliabili, talaltra confusi da conformazioni caratteriali e psicologiche (per non dire umorali…) opposte, i nostri poveri laici fanno come possono…alcune volte litigano apertamente, più spesso tacciono, quasi sempre mormorano. Di solito si dividono in tre gruppi: ci sono i “devoti” che seguono “il loro prete” dovunque vada e piangono perché se ne è andato, gli “individualisti” che si ritirano nel loro guscio e non vogliono più saperne e infine gli “stacanovisti” che comunque vada fissano la loro bandiera sul territorio pastorale di competenza, “perinde ac cadaver”. Per carità, lo diciamo con un pizzico di ironia, ma non senza sentire la fatica e il dramma interiore che molte persone vivono!
E tuttavia non siamo ancora giunti al bandolo della matassa: da dove nasce il dramma? Non credo che nasca dal parroco, chiunque egli sia, più o meno bravo, intelligente, aperto, spirituale ecc. Piuttosto è il dramma di una coscienza cristiana che ancora troppo “delega” al prete quella “responsabilità” di testimonianza cristiana, missione, apertura pastorale agli altri che invece spetta anzitutto al laico. Ed è proprio questa responsabilità dei laici che, se esercitata bene, permette al prete/pastore di compiere il suo mestiere, ossia fare un po’ la sintesi e proporre una via concretamente percorribile per la comunità.
L’atteggiamento del laico non è il sorriso un po’ servile di chi poi mormora dietro le spalle e non ha nemmeno il coraggio di dire chiaramente cosa pensa e cosa desidera. Il cristiano ha il compito di una critica aperta, serena, corresponsabile, in qualche caso anche con toni decisi, se è necessario.
Questo costruisce una comunità: tutto il resto sono chiacchere, vento che passa e non ritorna e soprattutto non gonfia le vele della barca, per farle prendere il largo.
