Avete mai visto un talk show dove le persone parlando confrontandosi e dialogando fino a modificare reciprocamente le proprie posizioni perché hanno ascoltato e accolto le motivazioni dell’altro? È davvero una rarità. Nella maggior parte dei casi i dibattiti a cui assistiamo sono orientati a strappare l’applauso della propria claque con la battuta più felice e a smontare le tesi dell’avversario ad ogni costo, talvolta anche con attacchi personali e semplificando in modo spesso brutale le argomentazioni.
Questa semplificazione dei contenuti, orientata alla vittoria sull’avversario, che avviene in televisione e che riguarda ogni argomento, dall’attualità, alla vita familiare alla politica è all’origine di una vera e propria cultura dello scontro, che attraversa ogni ambito della società e che nasce da una percezione limitata della realtà, a partire da appartenenze chiuse. Ciò che conta siamo “noi”, il mio gruppo, lì dove sto bene e mi identifico, esorcizzando la paura di essere solo, contrapposto al “voi” che sono i nemici.
Cosa dice l’apostolo Giovanni a Gesù: “abbiamo visto uno che cacciava i demoni nel tuo nome e gliel’abbiamo impedito perché non ci seguiva”. Fate bene attenzione: non “CI seguiva”, dice Giovanni, ossa non è dei nostri, non appartiene al nostro gruppo. Questo significa che non può usare il nome di Gesù, anche a fin di bene, perchè solo noi abbiamo il “copyright”. La posizione di Giovanni è questa: ciò che mi interessa è solo ciò che riguarda il mio gruppo di appartenenza: di tutto il resto, anche se è buono, mi disinteresso. Anzi mi oppongo se solo rischia di impedire ciò che fa il mio gruppo.
Questa logica è più pervasiva e generalizzata di quanto non sembri.
È presente nella politica, soprattutto quando si scrivono le regole comuni a partire da ciò che conviene al mio gruppo adesso e non discutendo nel merito le vere questioni che sono in gioco. Quando poi si bloccano i lavori del parlamento con delle tattiche di ostruzionismo, in realtà si sta impedendo una vera democrazia.
Questa logica è presente anche nella società, quando si costruiscono muri per impedire agli altri, ai diversi di costruirsi un futuro. Muri materiali (come in Ungheria) o culturali, che portano a vedere nel migante un nemico e un usurpatore e non un fratello, che ci ricorda che anche io sono un pellegrino in cammino verso una patria più bella e definitiva (Cf. Papa Francesco che dice sono figlio di migranti nel parlamento statunitense).
Questa logica c’è anche nella Chiesa quando si appartiene a parrocchie diverse o a movimenti diversi e ci si ignora deliberatamente. Oppure a gruppi diversi all’interno della parrocchia e a volte non ci si conosce nemmeno. Noi siamo catechisti, noi siamo educatori, noi siamo della Caritas, questo è il mio gruppo di ragazzi ecc… facciamo fatica a “vedere” gli altri e il loro impegno…poi ci lamentiamo perché non sentiamo l’unità della parrocchia.
Già…ma come si costruisce l’unità? È necessaria una conversione dello sguardo di Giovanni: dal “noi” all’”altro”. “Non glielo impedite” dice Gesù “perché chi non è contro di noi è per noi”. Alla logica autoreferenziale dello scontro Gesù oppone la logica del vedere il bene che c’è nell’altro. Piuttosto che lo scontro il dialogo, piuttosto che i muri chiusi, l’apertura a considerare l’altro, a incoraggiarlo, valorizzando i suoi talenti e anche pregando per le sue fragilità.
Gesù ci chiede di saperlo vivere nella comunità: se la mano, l’occhio e il piede rappresentano la tentazione del possesso, che ci impedisce di vedere l’altro, di considerarlo, valorizzarlo, apprezzarlo, tagliali… il primo aspetto da vivere è dismettere i giudizi nei confronti delle persone, mordermi la lingua se escono da me voci o mormorazioni ed esercitare il perdono. Non solo, ma anche incoraggiare quelli che si sentono più deboli e magari sono tentati di lasciare la comunità, ad avere speranza ed essere più protagonisti
La comunità cristiana, come Gesù l’ha voluta, è la casa del perdono e della speranza. Esercitiamoci a costruirla.

e quando è il prete che giudica e fa fatica a valorizzare ed apprezzare l’altro cercando il bene che c’è in lui e rischia di allontanarlo? cosa consigli a chi è al corrente di questo?