Le messa antidoto alla morte (Omelia II Natale B)

Mai come in questi giorni di Natale abbiamo avvertito il paradossale contrasto tra la dolcezza delle feste in famiglia e la precarietà della vita umana. Traghetti in fiamme con decine di morti, i migranti che arrivano in navi abbandonate a se stesse….  in mezzo a tutte le altre notizie presentate allo stesso livello, la drammaticità di questi eventi si perde… questa modalità di comunicare non ci fa più pensare alla consistenza della vita e della morte, alla realtà del tempo che passa. Forse è un modo per esorcizzare il tempo e la morte.

Noi cristiani invece non abbiamo paura del tempo. Nel tempo e nella storia infatti Dio ci fa dono di una sapienza, quella stessa sapienza di cui parla il libro del siracide, nella prima lettura e che è stata donata al popolo di Israele: “Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora“.

L’elezione di Israele, per un dono particolare della sapienza, anticipa e fornisce il modello dell’elezione di ciascuno di noi, come figlio di Dio. Così recita la seconda lettura, dalla lettera agli efesini: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.

Siamo dunque chiamati, eletti ad essere figli, e questa è la sapienza più alta che elimina in noi ogni paura della nostra precarietà umana. Siamo generati da Dio, dunque ci appoggiamo sulla roccia eterna che è Dio, una roccia che non può smuoversi. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

Il cristiano non ha paura dell’avanzare del tempo, perchè nel cuore si ringiovanisce ogni giorno, come figlio di Dio. Non ha bisogno di comportarsi o vestirsi da adolescente, ma sa che anche l’anzianità ha una dignità particolare, che deve essere onorata. Pur avendo paura della morte non si sgomenta, perchè sa che la morte è un passaggio verso un regno più definitivo e più bello.

Un cristiano non ha bisogno di ricorrere ai medium o ai sensitivi per trovare un rapporto con i propri cari defunti, perchè sa elaborare il lutto alla luce di una speranza molto più radicale di qualche pallido contatto con un presunto aldilà.  Si tratta di una pratica pagana, che non ha nulla a che fare con la ririvelazione cristiana! E che purtroppo finisce per creare dipendenza e impedisce una piena liberazione della persona dal trauma del lutto. In ogni messa noi celebriamo la vittoria dei figli di Dio contro l’ultimo nemico, la morte, grazie alla resurrezione di Cristo. Ogni messa è la festa di figli di Dio che cammino nel mondo, insieme con quelli che sono già risorti con Cristo. Siamo già in comunione d preghiera con loro, nella fede, indipendentemente dal fatto che il prete dall’altare dica o non dica il nome… La vera liberazione dal lutto e la trauma della morte è la fede: noi siamo viventi, lo dice Gesù, proprio come figli di Dio!! Questo è il vero e più profondo significato del Natale, capace di cambiare radicalmente la nostra vita.

Pubblicato da bibbiainrete

prete cattolico particolarmente impegnato nello studio e divulgazione della bibbia e nell'animazione biblica della pastorale

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