Quando Dio parla nella Bibbia non si limita a comunicare delle informazioni, ma dona essere e consistenza a eventi e cose. In una parola, Egli crea. Non solo all’inizio quando ha messo in moto l’universo, ma in ogni momento egli continua a “creare” con la sua parola. Quando la parola accade su Giovanni, essa si colloca nel cuore della storia umana, in un determinato contesto segnato dalla supremazia politica dell’impero romano, dal controllo amministrativo dei figli di Erode il grande e dal potere religioso del tempio di Gerusalemme, rappresentato dai sommi sacerdoti. Questo elenco di autorità nel vangelo di Luca vuol significare che la parola di Dio non si limita ad essere trascritta nei libri, ma è una forza che condiziona e trasforma la storia universale dall’interno, attraverso la voce e la parola umana di qualche servo.
Basta una parola umana a cambiare la storia? Non si tratta della voce dell’imperatore, che comanda su innumerevoli legioni, ma della voce di un uomo solo e senz’armi. Non è neanche una parola postata su twitter che tutti possano leggere o un video caricato su youtube che tutti possano vedere. Si tratta invece di una voce che parla nel deserto. Nel deserto come si può pretendere che la parola umana abbia qualche effetto?
Nel deserto non ci sono punti di riferimento sulla terra, ma solo una distesa gialla e infuocata che si protende per tutte e quattro le direzioni cardinali. L’unico modo per capire dove stai andando è guardare il cielo di notte, perché solo le stelle possono aiutarti a trovare il nord. In effetti la sola differenza che risalta nettamente, in un paesaggio totalmente monotono, è quella tra cielo e terra. Così il deserto è il luogo simbolico in cui l’uomo, privatosi provvisoriamente dei beni che vengono dalla terra, riconosce come l’unico bene di cui può vivere è Dio. Come il popolo di Dio nell’Antico Testamento che, dopo essere uscito dall’Egitto, veniva educato da Dio ad avere fede in lui con il dono del pane del cielo (la manna) e dell’acqua che scaturisce dalla roccia, così anche noi solo nel deserto possiamo ritrovare la direzione della nostra vita. Qui siamo educati ad ascoltare Dio, a dipendere da lui, a confidare in lui e nella provvidenza della sua parola che nutre la nostra vita sia spiritualmente che materialmente. Tanti sono i beni di cui sentiamo la necessità, e siamo arrivati al punto di non fare più figli se non possiamo assicurargli un determinato standard di beni. Inoltre questi tempi di crisi l’ansia e l’egoismo induriscono i nostri cuori, perché abbiamo paura che improvvisamente tutti questi beni ci vengano tolti. Solo per fare un esempio, a Riccione nell’ultimo anno più di 150 famiglie hanno tolto quei 15 euro al mese che prima donavano per le adozioni a distanza. Sono 150 bambini che non hanno più la possibilità di mangiare e andare a scuola! è vero che molti di noi non riescono ad arrivare a fine mese, ma è giusto che sia proprio quella una delle prime voci di spesa da tagliare?
Ci vuole l’esperienza del deserto, per liberarci dalla paura di essere privati dei beni, e per riconoscere che ogni bene è importante nella misura in cui in esso risplende la provvidenza di un unico Bene, il solo veramente necessario e importante: Dio. Qui Dio può trasformare il nostra cuore, rendendolo docile e capace di riconoscersi umile creatura, che ha bisogno ogni giorno del suo amore. Qui la voce di un servo diventa uno strumento potentissimo nelle mani di Dio, perché la parola di Dio, passando attraverso questa voce, può penetrare profondamente nella vita degli uomini e trasformarla, con l’esperienza unica e straordinaria di Dio. Questa voce è come il bastone di Mosè che percuote la roccia e da essa può scaturire miracolosamente l’acqua. Essa risuona nelle parole di chi testimonia Dio nella vita di tutti i giorni, di chi si abbevera ogni giorno a quella roccia spirituale che è Cristo, senza permettere all’ansia per le cose di avere il sopravvento. È la voce di chi annuncia il vangelo e invita alla preghiera, l’unico vero deserto in cui possiamo ritrovare la roccia spirituale che alimenta la nostra vita.
Allora possiamo leggere anche questo tempo di crisi economica come un segno da parte di Dio, il segno di un deserto da attraversare per ascoltare la parola del vangelo, che ci chiama a cambiare sguardo sulla realtà e a costruire con fiducia e speranza il futuro.

È vero! Dobbiamo leggere i segni dei tempi in questo modo per renderci conto del vero “bene” da cercare, grazie Davide per le prospettive che ci apri…